il figlio di saul regia di Laszlo Nemes Ungheria 2015
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il figlio di saul (2015)

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locandina del film IL FIGLIO DI SAUL

Titolo Originale: SAUL FIA

RegiaLaszlo Nemes

InterpretiGÚza R÷hrig, Levente Molnßr, Urs Rechn

Durata: h 1.47
NazionalitàUngheria 2015
Generedrammatico
Al cinema nel Gennaio 2016

•  Altri film di Laszlo Nemes

Trama del film Il figlio di saul

Protagonista del film Ŕ Saul Auslńnder (GÚza R÷hrig), membro dei Sonderkommando di Auschwitz, i gruppi di ebrei costretti dai nazisti ad assisterli nello sterminio degli altri prigionieri. Mentre lavora in uno dei forni crematori, Saul scopre il cadavere di un ragazzo in cui crede di riconoscere suo figlio. TenterÓ allora l'impossibile: salvare le spoglie e trovare un rabbino per seppellirlo. Ma per farlo dovrÓ voltare le spalle ai propri compagni e ai loro piani di ribellione e di fuga.

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Voto Visitatori:   7,77 / 10 (28 voti)7,77Grafico
Miglior film straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Miglior film straniero
Miglior film dell'Unione Europea
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior film dell'Unione Europea
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Voti e commenti su Il figlio di saul, 28 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

olikarin  @  19/10/2017 15:39:29
   7½ / 10
Il film si apre con dei suoni, ancor prima che con delle immagini. I rumori comunicano anche ciò che non viene detto con le parole. L'atmosfera è quasi claustrofobica, opprimente e terribilmente cupa. Tutta la vicenda è raccontata secondo il punto di vista del protagonista: spesso la macchina da presa lo mette a fuoco con dei primi piani, sfuocando ciò che lo circonda, un caos indistinto. È tutto incerto e confuso, come se il regista alludesse alla difficoltà di raccontare questo genocidio. Noi vediamo ciò che vede Saul, è come se ci trovassimo alle sue spalle. Crediamo a ciò che crede lui, o forse no. Noi cerchiamo di capire il perché del suo gesto. La sua espressione è apatica e indifferente eccetto che nel finale: un sorriso ci fa entrare per un istante nel suo cuore.

La storia racconta di Saul, un sonderkommando ebreo il cui compito era quello di affiancare le SS nel trasportare i corpi dei deportati nelle camere a gas e poi cremarli. Quest'uomo lotta per la vita, persino quando il suo destino è segnato. Ha un'enorme croce rossa sulla schiena: è il colore del sangue, del sacrificio, dell'orrore. Una X che ci fa capire che prima o poi quel fatidico giorno arriverà anche per lui. Saul riconosce nel cadavere di un bambino suo figlio, ma in realtà non ci è dato sapere se quella creatura ormai esanime sia effettivamente suo figlio o soltanto un'illusione.

Il film ha una struttura circolare, si apre con l'immagine di una foresta e si chiude con un bambino che corre fra gli alberi: scappa, in cerca della vita. È una speranza. Una corsa frenetica, un cuore che batte, la voglia di sopravvivere. Ciò che il nostro protagonista vuol fare è rendere omaggio alla vita dando degna sepoltura a un morto. È tutto ciò cui si aggrappa. Il tentativo ossessivo di seppellire degnamente il corpo del figlio diventa un bisogno impellente. Il protagonista cerca un rabbino per compiere questo rito e trovare un senso alla propria esistenza.

A mio avviso, c'è un riferimento alla tragedia greca e, nello specifico, all'Antigone di Sofocle: Antigone si ribella al re Creonte per dare degna sepoltura al fratello morto. Creonte non sopporta il fatto che a trasgredire sia una donna, in una società in cui gli uomini avevano l'autorità e le donne vi erano sottomesse. Antigone si comporta così non per il gusto di infrangere la legge ma per tutelare i propri affetti. Se Antigone difende le leggi divine, Creonte difende quelle umane. È un despota, pretende che vengano rispettate le proprie norme che reputa superiori persino a quelle divine, ma troppo tardi si renderà conto della catastrofe provocata dal proprio comportamento.

"Il figlio di Saul" tratta in modo particolare la tragedia dell'Olocausto, concentrandosi sull'esperienza e sull'obiettivo di un uomo, un essere umano non ancora completamente rassegnato che cerca di reagire anche quando tutto ormai è perduto.. Ma si sa, la speranza è l'ultima a morire..

david briar  @  15/10/2017 03:20:26
   9 / 10
Nemes e il suo team partoriscono un'opera profondamente audiovisivamente avvolgente, capace di farci intendere una sensazione e creare un'atmosfera attraverso quello che non si vede ma che viene comunicato dal sonoro e dalle masse sfocate ai lati del protagonista. Un'operazione che probabilmente entrerà davvero nella storia del cinema, per un nuovo modo di rappresentare l'Olocausto, tutto in virtù dell'immersione nell'atmosfera del lager ma anche con una certa freddezza che comunica l'alienazione del protagonista.
Per quanto mi riguarda, il finale va verso la speranza, nonostante ciò che succede: un sorriso, l'unica espressione calda in tutto il film, e un bambino che fugge verso la foresta, a comunicare che nonostante tutta la distruzione può esistere qualcosa che si salva, un'energia vitale che sfugge al massacro, dando un'ultima speranza al protagonista.
Un film da non perdere, veramente capace di lasciare un senso di vuoto dopo la visione, che si sedimenta maggiormente col tempo.. Da non perdere.

EddieVedder70  @  17/09/2017 21:35:04
   7 / 10
ho aspettato il Giorno della Memoria per entrare nell'infermo dell'Olocausto, attraverso questa pellicola ultrapremiata forte di recensioni entusiastiche. Il risultato però è stato inferiore all'aspettativa. La scelta registica (Nemes era all'esordio dietro alla macchina, ma già allievo del maestro Bela Tarr) è sicuramente originale (si incolla videocamera in spalla addosso al protagonista) ma l'effetto straniante alla lunga stanca. In sostanza per (credo) la prima volta ci vengono mostrati (ma sempre in secondo piano o sfuocati) gli orrori del campo di concentramento attraverso la soggettiva del protagonista, anzi attraverso le sue espressioni, il suo muoversi convulso, attraverso i rumori (grida per lo più) che sente. Il coinvolgimento dello spettatore è continuo, senti le spinte, gli strattoni, le urla, le accuse, gli ordini ... come se tu fossi il protagonista e attorno a te c'è l'orrore, il vilipendio dei corpi, lo sporco, l'alito, la puzza della morte. Esperienza visiva. Il cinema raramente riesce ad essere così reale, ma il film, la trama del film non aiuta a empatizzare con il protagonista, è tutto così assurdo (come assurda è la guerra e assurdo è il campo di concentramento) per uno seduto comodo sul proprio divano.
Pur apprezzandone il coraggio e l'originalità è un film che non consiglio se non a veri intenditori del genere.

marcogiannelli  @  11/02/2017 19:06:47
   8 / 10
Saul ha un figlio, ma Saul non ha un figlio. Saul è un Sonderkommando, un deportato costretto a collaborare con i nazisti. Saul scopre che un bambino è sopravvissuto alla doccia di gas, ma viene immediatamente abbattuto. Tutto sotto gli occhi di Saul, e da qui parte la scintilla.
La scelta registica ci presenta il viso del nostro protagonista sempre in primo piano, mentre in secondo e terzo piano c'è un mondo completamente sfocato, tanto che non vedremo niente, ma sentiremo tutto. Perché avviene quasi tutto fuori campo. E questo rende claustrofobico il film, oltre che intenso.
Tornando al film, possiamo tranquillamente dire che quel bambino rappresenta la speranza, e la speranza non può essere così cancellata. Saul sarà anche un Sonderkommado, ma anche lui presto verrà ucciso. E se quel bambino rappresentasse una nuova vita?
Il montaggio è frenetico, Saul viene sballottato da una parte all'altra e lui sembra nemmeno farci caso, sembra sempre che la morte sia vicina e lui è ormai impassibile. Lui vuole solo seppellire quel corpo, lui, in quella magnifica scena delle fosse si spoglia ed è pronto a morire senza nemmeno lottare.
E infine c'è una parte finale, con il fagotto che va, l'illusione che scivola via, e uno sguardo con un sorriso in macchina, una corsa e dei rumori inconfondibili. L'ultimo fuori campo di morte.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento tylerdurden73  @  08/11/2016 11:08:03
   8 / 10
L'orrore dell'olocausto è stato rappresentato in tanti modi, sicuramente non comune quello adottato dall'ungherese Laszlo Nemes che pedina il suo protagonista restandogli attaccato al volto e lasciando, sfocati ma comprensibili, sullo sfondo, i particolari dell'abominio circostante. L'uomo è infatti prigioniero in un campo di sterminio nazista, impegnato nei sonderkommandos è obbligato ad occuparsi di accompagnare ogni giorno centinaia di deportati alle fatali docce prima e ai forni crematori poi.
Nemes fornisce il resoconto di giornate infinite a contatto con qualcosa di tremendamente crudele, che per lo spettatore resta uno spaccato indistinto eppure egualmente shockante, tra l'evidente vilipendio dei corpi, nell'ascolto degli ordini urlati di continuo, nel luridume, e nella notte di un inferno dantesco in cui i turni massacranti vengono rischiarati solo dalle fiamme deputate a ridurre in cenere i cadaveri.
Interpretato dal poeta magiaro Geza Rohrig, Saul sembra essere abituato a sopportare quella abitudinaria brutalità, almeno fino a quando si imbatte nella (presunta) salma del figlio. Urge riappropriarsi dell' umanità perduta con Saul deciso a dare degna sepoltura a quel corpo esanime, appiglio per dimostrare a se stesso di essere ancora capace di sentimenti nobili.
Diventa imperativo mondare il senso di colpa e la redenzione passa per la disperata ricerca di un rabbino in grado di recitare il Kaddish, anche a costo di mettere a repentaglio il piano di rivolta ordito dai suoi compagni di sventura.
Un semplice gesto, nel finale, riassume il senso del film. Lì si concentra l'unico momento liberatorio, capace per un attimo di far dimenticare gli orrori percepiti attraverso le urla provenienti dalle camere a gas o dai bagliori degli spari in prossimità delle fosse comuni. Trattasi di un sorriso, emblema assolutorio dall'aberrante ruolo di "spazzini", per uomini costretti a convivere con la morte nella flebile speranza di poterla beffare.

wicker  @  02/11/2016 19:42:40
   6½ / 10
bella l'idea della telecamera a spalla che segue il protagonista per tutto il film ,bello non soffermarsi sull'atrocità dell'olocausto,già ampiamente evidenziata in altri progetti,per seguire il delirio del suddetto,

Nascondi/Visualizza lo SPOILER SPOILER
Ma tuttavia il film non decolla , è una cronaca , una discesa nella follia ,ma mai chiaramente esplicata , di difficile comprensione e in un certo momento mi è sembrato anche piuttosto ipocrita questo atteggiamento di anteporre il proprio singolo obbiettivo a quello di molte persone che forse si sarebbero potute salvare...

Estonia  @  06/10/2016 19:29:14
   9½ / 10
Opera immensa e sconvolgente. Il protagonista viene pedinato dalla cinepresa a distanza ravvicinata. Il suo volto impietrito occupa la totalità dello schermo. Lamenti e rumori sono fuori campo, le immagini dell'orrore appaiono sfocate sullo sfondo. Chi guarda, non solo percepisce, ma sprofonda egli stesso nell'abisso dell'Olocausto.

AMERICANFREE  @  02/08/2016 12:58:35
   6 / 10
Sono un amante del genere, ma questo film mi ha trasmesso poche emozioni, nota di merito per il protagonista molto espressivo e bravo. Non mi piace molto la camera a spalla, si realistico ma in alcune parti del film e' troppo ripetitivo.

76mm  @  21/07/2016 09:30:57
   7 / 10
SPOILER PRESENTI

Bella l'idea dell'esordiente regista ungherese di tentare di mostrare il non mostrabile semplicemente non mostrandolo.
La morbosa curiosità dello spettatore viene tradita in quanto, pur seguendo freneticamente i continui spostamenti del protagonista (il film è girato come un insieme di piani sequenza), la macchina da presa non ci mostra direttamente il contesto entro il quale si muove, se non attraverso un uso magistrale del suono (voci, grida, tonfi, rumori vari...) e le poche volte che si ricorre all'immagine, questa rimane sfuocata, sgranata, lascia intuire ma non mostra.
L'orrore è quindi relegato fuori dal campo visivo dello spettatore, che può solo immaginare (e quindi diventa parte attiva della visione, buona intuizione) l'inferno dentro il quale il protagonista si muove.
Anche il punto di vista è originale, quello di una vittima trasformata suo malgrado in carnefice che cerca una via di redenzione al processo di disumanizzazione che ha dovuto subire (che quel cadavere sballottato di qua e di là – in maniera oggettivamente poco verosimile - per tutto il film sia veramente suo figlio è una questione destinata a non essere risolta ma poco importa, è il valore metaforico del gesto quello che conta realmente)
Le questioni etiche che pone non sono banali.
Al passivo, una storia non troppo coinvolgente e tirata per le lunghe (la spasmodica ricerca del rabbino in barba a tutto e tutti scade nel grottesco), qualche scena un po' buttata lì che avrebbe meritato ulteriore approfondimento (es. qual è il rapporto di Saul con la prigioniera che gli dà il pacchetto?) e una chiusa affrettata e non particolarmente convincente.
Resta un film importante e coraggioso, non un capolavoro, ma avercene di opere prime così.

davmus  @  08/05/2016 18:14:37
   6½ / 10
Non altezza della media voti.....ma da vedere

Giovans91  @  01/05/2016 12:39:49
   7 / 10
Il Figlio di Saul è un'opera che ha conquistato il Festival di Cannes e l'Accademy, probabilmente grazie ad una scelta visiva particolare e coraggiosa. Però mettere un solo personaggio ossessivamente al centro della vicenda, finisce secondo me per appesantire la narrazione. Il figlio di Saul è un lavoro sicuramente pregevole, ma inferiore rispetto ad altri film su questo genere, che in maniera più compatta e convincente hanno raccontato gli orrori dell'olocausto (capolavori come Il Pianista e Schindler list).

7219415  @  28/04/2016 16:38:47
   6 / 10
Non mi ha preso per niente

ValeGo  @  20/04/2016 11:38:50
   8½ / 10
Trovo che questo film sia unico nel suo genere, la sensazione di vivere, tramite gli occhi del protagonista, all'interno del lager è angosciante, non lascia via di scampo. Te ne stai inchiodato alla sedia e ti trovi catapultato nell'anticamera della morte, tra persone disperate e i loro oggetti lasciati là che mai più rivedranno; poi in una camera a gas, tra corpi trascinati via come "pezzi" di carne; poi nelle baracche, in un groviglio di spettri che provano a sopravvivere con ogni espediente; poi direttamente all'inferno, tra le fiamme, nella frenetica ricerca di un rabbino. Emblematica la frase "tanto siamo già morti", in questo disumano luogo c'è chi tenta di mantenere un briciolo di umanità, di trovare un minimo di dignità nel seppellire un bambino, figlio di tutta l'umanità così barbaramente disumanizzata. In questo frenetico scorrere degli eventi non c'è tempo nemmeno di metabolizzare ciò che stai vedendo, non puoi fare altro che gettarti con Saul in quell'assurdo luogo di morte.

dagon  @  17/04/2016 13:38:15
   7½ / 10
Opprimente. La camera è costantemente addosso al protagonista e si vive tutto in una sorta di semisoggettiva, respirando e assorbendo sempre di più la quotidianità e la "normalità" dell'orrore. Il regista tiene sempre le potenziali scene forti fuori campo o fuori fuoco, ma non per questo il film è di minore efficacia, basti pensare

Nascondi/Visualizza lo SPOILER SPOILER in cui i suoni hanno la stessa forza che avrebbero avuto immagini esplicite, se non addirittura superiore. Tutto molto realistico (per quanto possa vere senso la parola nel contesto) e sporco. Meno convincente la vicenda in sé, ma, nel complesso, un film forte che riesce a mettere qualche elemento nuovo nella rappresentazione dell'Olocausto.

TheLegend  @  13/04/2016 21:10:47
   6 / 10
Un esercizio di stile che non emoziona e resta per tutta la sua durata distante dallo spettatore.
Un altro esempio di come, agli Oscar, si premi molto spesso quello che un film rappresenta più che il film stesso.
Abbastanza noioso ma sicuramente ben girato.

JOKER1926  @  22/03/2016 01:59:38
   5 / 10
La shoah, nella storia contemporanea, raffigura uno dei pi¨ grandi disastri dell'uomo occidentale, fra miseria e pazzia.

Tale amara e tragica trattazione, nel corso del tempo, Ŕ diventata, legittimamente, un vero e proprio filone cinematografico. Il dramma, molte volte, accompagnato da storie di singoli personaggi deportati, o gruppi, Ŕ stato sinonimo di sofferenza, e il Cinema vende sofferenza.

Fra le svariate produzioni sull'olocausto ebraico annoveriamo una nuova, degli ultimi tempi, "Il figlio di Saul". La regia di Laszlo Nemes ha poi vinto anche nella notte degli oscar, l'operazione cinematografica (probabilmente per il contenuto pesante), a nostro avviso, ha ottenuto un premio che va oltre il vero merito prettamente "cinematografico"; quando si tratta di tematiche forti e dolorose il meccanismo di votazione diventa fazioso, "Il figlio di Saul" , all' anagrafe, Ŕ il miglior film straniero dell'anno.

Se l'amante del Cinema non avesse visto il prodotto del debuttante regista, dopo la patina degli oscar, Ŕ "costretto", nel nome perlomeno della curiositÓ, a prender visione del film.

"Il figlio di Saul", a nostro giudizio, giÓ dal plot iniziale si muove in modo sbagliato. Dalla trama e quindi dall'esasperazione di Saul, protagonista del film, traspare un qualcosa di quasi surreale che non si coniuga a dovere con una situazione deragliata e deragliante dei campi di concentramento.
Metabolizzata la grossa forzatura, ossia l'ideale di Saul, l'uomo vuole dare una morte e un riposo dignitoso ad un innocente bambino, il film cerca di destreggiarsi attraverso un tecnicismo quasi collaterale.
La veduta dei lager qui viene mostrata al pubblico con una vena diversa, lo stile de "Il figlio di Saul" Ŕ impostato sulla morfologia del documentario, la camera a mano e le inquadrature, quasi in soggettiva, rappresentano quel tecnicismo, come accennato sopra, che divincola dalle standardizzazioni il film; a nostro parere la diversitÓ non sempre si bagna nelle acque della positivitÓ.

Vien fuori un film chiassoso che poggia su un caos biblico cosý forte da annullare persino la sensibilitÓ dello spettatore, la cosa Ŕ assolutamente negativa. Manca empatia, i personaggi sono troppo bui, lo spettatore ha bisogno di "affezionarsi" a qualcuno. In caso contrario la visione Ŕ indifferenza.
Attraverso un montaggio pessimo "Il figlio di Saul" diventa ripetitivo e soprattutto confusionario con delle sequenze che sono delle copie. Si arriva ad un finale povero e senza speranza, agghiacciato estremamente.

Il film di Nemes Ŕ un mero esercizio di stile che funziona solo nella sequenza iniziale, poi si perde e non trasmette drammaticitÓ, ma solo freddezza. Fotografia diversa sulla Shoah ma veramente poco efficace e penetrante.

Invia una mail all'autore del commento luca986  @  08/03/2016 10:20:26
   9 / 10
Film stupendo. Ho trovato leggermente inferiore la parte finale. Metto mezzo voto in più perchè non ho visto buonismo.

Tom24  @  12/02/2016 11:58:39
   8½ / 10
Capolavoro sincero, no musica, nessuna inquadratura forzata e pretenziosa, piano sequenza infernali di sfrenato realismo che riflettono un grande amore per il cinema e un profondo senso artistico. Esordio maestoso, davvero l'anti schindlerlist.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  11/02/2016 09:55:24
   8 / 10
Chi addita questo film dicendo che è "Il solito film sulla Shoah" si sbaglia di grosso.
Il debuttante Laszlo Nemes racconta la follia di un disperato alla ricerca del proprio figlio in un contesto talmente impossibile da rendere la vicenda unica.
Ma il potere del film, lo sappiamo bene, sta proprio nel fatto che Saul crei dalla sua testa tutta questa storia utilizzando i personaggi "figlio" e "rabbino" per dare un senso a qualcosa che non ha piu' senso. La vita di un condannato a morte, con la "X" dietro la schiena.
E' pur vero pero' che la scelta registica di mostrare quasi esclusivamente il volto di Saul puo' funzionare per un po' ma alla lunga stanca. Forse perche c'è in noi quel sadismo di voler guardare di piu', come siamo stati abituati da altri film sulla Shoah...ma questo, ripeto, non è un film comune.
Da premiare assolutamente!

130300  @  02/02/2016 23:56:10
   5 / 10
Come per il film di Di Caprio i dialoghi sono davvero sacrificati e trascurati. Una sorta di documentario ben ripreso, su un tema però spesso già rappresentato.
Non suscita particolare interesse vedere scene di sterminio, come non ne suscita l'altamente improbabile storia di Saul.
sala piena, ma pubblico annoiato e tramortito.
a mio avviso rimandato

neverhood  @  01/02/2016 11:17:07
   9½ / 10
Credo l'unico film sulla "soluzione finale" che mi abbia dato realmente la percezione di come fosse organizzata la mattanza all'interno dei campi di concentramento, senza facili soluzioni stilistiche o velleità artistiche che emergono in altre opere.
Durissimo, aberrante ma fondamentale e necessario.
Un film dal quale non si può prescindere.

suzuki71  @  30/01/2016 19:15:59
   6½ / 10
Una disturbante e potentissima ricostruzione dell'indicibile inferno di soli 70 anni fa fa da sfondo a una storia francamente improbabile, o perlomeno incomprensibile. Il sentimento di Saul, nato improvviso in un oceano di atrocità, mi è parso completamente insano e non credibile, e completamente avulso dal contesto. La sua ricerca del rabbino (leit motiv del film!!!) a tratti addirittura ridicola. Nessuna musica, molto disturbo. Finale che più didascalico non si può. Delusione.

ZioMestre  @  29/01/2016 18:33:37
   9 / 10
Onore al merito va al regista che riesce a tirar fuori un gioiello senza quasi mai allungare la focale oltre il primo piano del protagonista.

Crimson  @  28/01/2016 15:02:02
   10 / 10
Spoiler presenti.

La vicenda di Saul ricorda come nella disumanizzazione imperante, quando attorno tutto è crudele e scioccante e si è costretti ad assuefarsi al fondo del fondo dei sentimenti negativi che l'uomo è capace di provare e perpetrare, sia ancora possibile distinguersi e recuperare quel sentimento a cui tenterò di attribuire un nome, ma che originariamente è indefinibile, afasico.
E' quel sentimento che mi accompagna al termine della visione, dove mi ritrovo sui titoli di coda piegato in avanti con la testa tra le mani senza il minimo compiacimento e con la sensazione di non volere, di non riuscire a sporcare in nessun modo la visione con la verbalizzazione.

Ora vorrei pronunciarmi a freddo giusto per lasciare traccia per me, per ricordare quando ne avrò bisogno, come mi accade con quel che scrivo quando guardo i film di Tarr, Ceylan e Farhadi, tra i pochissimi registi che negli ultimi anni tornano ad ossessionarmi quando la vita mi sembra senza troppe vie di uscita, indicandomi puntualmente determinate, mastodontiche verità.
Mi piacerebbe anche chiarire quel che secondo me (ma potrei sbagliarmi) il film vuole incidere attraverso il progressivo disvelamento della verità (presunta o autentica) sulla paternità del protagonista.

Ieri a distanza di poche ore dalla visione dell'esordio di questo regista ungherese ho rivisto Notte e Nebbia di Resnais sul grande schermo: quasi un alfa e omega nella cinematografia sul ehm "tema" – ? non so definirlo meno banalmente - di questi ultimi settant'anni.
Ho considerato quanto queste due opere siano distanti nel tempo, oltre che diametralmente differenti sul piano tecnico e narrativo, ma altrettanto efficaci ed indispensabili. Offrono prospettive stimolanti e irrinunciabili: i corpi ("i pezzi") che Resnais sbatte in faccia mi rimandano ad una visione collettiva, Nemes invece mediante l'orrore fuori fuoco e la camera incollata al suo protagonista s'insinua in un dolore differente. Si tratta a mio avviso di un richiamo esistenziale che dall'individuo si allarga all'umanità, come tenterò di spiegare più in là.
In ogni caso, tutto nasce finalmente da un punto di vista veramente esterno rispetto ad un giudizio sommario e semplicistico sui Sonderkommando, e questo è uno dei punti di forza con cui il film si lancia su un binario "giusto" e condivisibile fin dall'inizio.

Il figlio di Saul è altro non solo rispetto al seminale Notte e Nebbia, ma anche nei confronti di tutto ciò che è stato girato riguardo i campi di sterminio. Marca un punto di vista assolutamente nuovo e mai sperimentato, e già questo basterebbe a renderlo degno di attenzione.
Troppo spesso, quasi sempre, si è caduti in superficiali, abusati spunti di riflessione. Non mi piace definirlo, come ho ascoltato dalla bocca dell'attore protagonista, un film "contro", ma diverso sì. Ognuno poi la vede come vuole, personalmente non ho nulla contro i Schindler's list del caso.

Scrivevo, dall'individuo all'umanità. In effetti ciò che mi sembra elevi il film da quello stilema ossessivo che ne è la forma a opera di profonda sostanza, è l'aver unito all'intrepida ricerca del protagonista – vissuta costantemente con gli occhi sul suo corpo e quindi sull'azione – una manifestazione progressiva del pensiero che la sottende.
Si crea un punto di contatto tra coscienze: lo spettatore è sempre più incastrato, al pari di Saul, in un ritmo frenetico (tutto in fretta, nel minor tempo possibile, con il massimo dello sforzo).
Rispetto all'automatizzazione del brutale contesto, ci sono solo i barlumi di una lotta "di classe" volta al disperato tentativo perso in partenza di una rivolta per sopravvivere, e chi come Saul sa che "è già morto" e quindi si crea uno scollamento tra le parti (vedi le sequenze della fuga finale, in cui viene acciuffato e letteralmente trascinato una volta che ha perso il cadavere del ragazzo).
Saul è solo ma non possiamo lasciarlo solo in questo strenuo tentativo che identifica come ultimo, prioritario e direi unico possibile.

Nella tragedia più assurda e atroce, ai limiti estremi della violenza, nonostante tutto c'è qualcosa, e penso che come tutte le storie della vita anche la Shoah racconti in maniera ancor più definitiva il ciclo della vita, l'essere padre rispetto al figlio, essere padri rispetto ad una terrestrità inesorabile e al destino del mondo in cui viviamo e desideriamo che loro vivano. E parimenti, l'inesorabilità della nostra morte allora significa che la morte dei figli va onorata secondo i codici del mito più che della religione in sè, ah il caro vecchio mito come ultimo baluardo da difendere secondo Syberberg, a difesa dell'oltraggio più estremo di una mentalità becera come quella del nazismo in cui i corpi non sono altro che pezzi, vengono ammucchiati, studiati in aberrazioni scientifiche e mediche, annichiliti e resi nicht. Sono figli stuprati della loro innocenza in cui riconosciamo la nostra innocenza stuprata in uno specchio – perché sempre lì, forse dovremmo poter tendere allo stremo delle nostre vite: la salvaguardia di innocenza e dignità. E poi di per sè questo rifiuto categorico di un corpo da sottoporre ad autopsia, innanzitutto, che sarebbe un'onta sull'onta di una morte indicibile – la sequenza del ruomore assordante proveniente dalla camera a gas; Resnais ci mostra nel suo documentario le unghiate sul soffitto: ci sono immagini più desolanti?).

E' sempre una questione di responsabilità, dunque, da padre a figlio, e questo si riverbera con un'eco dolorosa e violentissima sulla generazione successiva, che non capisce perché nascondere le atrocità (vedi la sequenza di Notte e Nebbia mostrata nelle scuole a Gudrun e Christiane in Anni di piombo).

E quindi, per forza, in una tragedia di padri e figli non ho la minima intenzione di chiedermi più di tanto se il ragazzo fosse il figlio di Saul. Il film lascia intuire la risposta, ma non ha più importanza.

Saul tende a dignità e innocenza, dunque, la sua sagoma non ha più confini, non si percepisce più come presenza fisica, figurarsi distinguere un "ruolo".
Si è genitori di tutti, i bambini sono bambini identici, identica è la manifestazione di un'innocenza come ultimissima meta da proteggere se vogliamo proteggere l'ultima possibilità rimasta per significare quando "siamo già morti". Saul (ri)vede all'unisono sé stesso e suo figlio (o non suo figlio, ma un figlio. Non ha alcuna importanza come detto) e il sorriso è come recupero di un'emozione primordiale che lo (ri)porta ad una visione surreale (in quelle condizioni), simil-onirica, estatica della vita.
Tutto diviene metafora: non ha compiuto la missione anelata con tanto ardore, il corpo è perduto, risucchiato da un vortice inaffrontabile, ma quel bambino è reale ed è libero di correre.

fiesta  @  25/01/2016 18:28:20
   10 / 10
Una storia che, purtroppo, lascia la sensazione che non debba finire mai. Ed infatti continua negli occhi di un bambino che coglie solo un frammento della storia, l'unico sorriso del film, e lo porta con se, nel cuore di una foresta.
Dopo le due ore di film risulta difficile ambientarsi in uno spazio aperto. Ed è solo l'ultimo miracolo che regala questo film. Altro che raccontino a lieto fine sulle mostruosità dell'essere umano che vengono però riscattate dall'opera di un eroe dal cuore d'oro, o la favola dove alla fine arriva il carro armato. L'unico modo di trattare il tema Olocausto è sicuramente da un punto di vista pragmatico: non abbiamo più bisogno di eroi per alleggerire la pillola, abbiamo bisogno di uno di noi che viaggi all'interno di un lager. Quindi la domanda è questa: cosa si prova fisicamente ad essere un prigioniero di un lager? Lo sguardo è sempre basso e, non c'è più spazio per alcun emozione; le atrocità che si perpetrano sono solo un faticoso lavoro in fabbrica e la ricerca del significato sfugge a qualsiasi logica razionale.
Un film sia dal punto di vista formale che contenutistico assolutamente perfetto e che ha il suo punto di forza nella capacità di stimolare non solo le nostre emozioni, ma anche il nostro inconscio, utilizzando, alla perfezione, la dialettica tra campo e fuori campo e tutta la carica immaginativa che tale scontro produce.

polbot  @  24/01/2016 23:32:09
   8½ / 10
Sottoscrivo in toto quanto ben detto nel precedente commento. Rimarco ulteriormente la sorprendente maturità di questo regista esordiente: la scelta stilistica del solo protagonista messo a fuoco e seguito "dogmaticamente" dalla camera è efficacissima. Si finisce davvero per esserci in questo girone dantesco ahimè terrestre.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  24/01/2016 18:36:26
   8½ / 10
Saul è l'unico elemento a fuoco della camera che lo segue incessantemente nell'anticamera dell'inferno. Membro del Sonderkommando, Caronte dell'orrore quotidiano dello sterminio, netturbino di quello stesso orrore da pulire nelle camere a gas ma che ha sporcato la sua coscienza. Un corpo di un ragazzo che crede sia suo figlio, la volontà che diventa ossessione per una sepoltura dignitosa per quel cadavere e per recuperare un barlume di umanità. L'orrore non è visulaizzato nella sua interezza ma percepito attraverso urla e suoni agghiaccianti che mettono i brividi. Un'opera prima da applausi, una maturità stilistica che fa ben sperare.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  23/01/2016 02:08:34
   10 / 10
La Storia che e' anche di una disperata ossessione Paterna, e' un Inferno claustrofobico dentro i campi di sterminio, tra camere a gas e forni crematori, dove l'uomo sopravvive sporcandosi le mani del sangue e della morte provocata da altri. Una sorta di Look of silence sullo Shioah, questo film incredibile ha una durezza insostenibile, che provata di persona enfatizza, quasi Dogmaticamente, quella che e' gia' di per se' la piu' Grande Tragedia umana perpetrata nella storia. Un grandissimo esordio, un Pezzo di Cinema - v. Il brivido l'orrore della sequenza delle fosse comuni - dove Decontestualizzando la solita Memoria in un ambito minimale agghiacciante, il volto di Saul prova e restituire dignita' alla morte altrui, mostruosamente segnato dalla sua caduta umana. Uno dei piu' bei film del Ventunesimo Secolo

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Ultima risposta 26/01/2016 11.42.13
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