happy end (2017) regia di Michael Haneke Francia, Austria, Germania 2017
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happy end (2017)

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locandina del film HAPPY END (2017)

Titolo Originale: HAPPY END

RegiaMichael Haneke

InterpretiIsabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Toby Jones, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Nabiha Akkari, Loubna Abidar, Dominique Besnehard, Jackee Toto, Hassam Ghancy, David El Hakim, Jack Claudany

Durata: h 1.47
NazionalitàFrancia, Austria, Germania 2017
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 2017

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Trama del film Happy end (2017)

La storia di una grande famiglia alto borghese che ha ormai perso i suoi valori. Specchio di una societÓ votata alla falsitÓ, all'egoismo e all'infelicitÓ. Sullo sfondo, Calais, spazio di transito per i rifugiati.

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Voto Visitatori:   7,10 / 10 (5 voti)7,10Grafico
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Voti e commenti su Happy end (2017), 5 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  03/04/2018 21:01:10
   8 / 10
Un Haneke amaro e cinico fa i conti con l'alta borghesia contemporanea. La disgregazione familiare non è certo un tema nuovo nel cinema, però lo stile freddo e distaccato del regista austriaco si sposa bene con un nucleo di personaggi incapace di provare umanità o affetto. La freddezza delle immagini evidenzia l'assenza di emozioni. I personaggi sono privi di slanci, rituaii come il pranzo si trascinano nella incomunicabilità, ripiegati su stessi e mai proiettati verso l'altro se non c'è un secondo fine che lo giustifichi. C'è il desiderio di morire (Georges), il desiderio di arricchirsi (Anne), l'incapacità di amare (Thomas). E' una morte interiore che permea tutto il film di Haneke in cui solo il figlio di Anne rappresenta un'eccezione, l'unico personaggio che nel suo disagio prova ancora umanità e più di una volta mette in imbarazzo gli altri membri esponendo la loro ipocrisia. E che dire di Eve: nuove generazioni che avanzano portando tutti i difetti delle precedenti, forse anche peggio, come nel Nastro Bianco.

GianniArshavin  @  22/03/2018 23:04:02
   7 / 10
Happy End è il film che segna l'atteso ritorno dietro la macchina da presa di Michael Haneke, lontano dalle scene dal 2012, anno dell'uscita del pluripremiato Amour.
Nonostante i 5 anni di assenza l'austriaco non ha perso lo smalto dei tempi migliori, dando vita ad un'opera non perfetta ma di indubbio valore e spessore.

Happy End racconta di una famiglia disfunzionale dell'alta borghesia francese. Questo nucleo familiare, dietro una facciata di rispettabilità e perbenismo, nasconde un'intricata ragnatela di marciume e misfatti. Il regista, nel suo consueto e riconoscibile stile freddo e rigoroso, ci conduce alla scoperta del lato oscuro della famiglia Laurent, in un crescendo di scelleratezze non indifferente.

La pellicola è indubbiamente una delle più digeribili di Haneke, che in passato ci aveva abituati a lungometraggi spesso di complessa e ostica fruizione. Happy End, principalmente nella seconda ora di visione, è un film fluido (per i canoni del cineasta in questione, naturalmente), che non annoia, coinvolgente, che riesce anche a far riflettere in più punti. Certamente, pur essendo maggiormente scorrevole, ciò non vuol dire che Haneke abbia deciso di snaturare sé stesso: la regia resta asettica e glaciale come sempre, cosi come il messaggio di fondo rimane pervaso da un nichilismo a tratti avvilente; tuttavia, la costruzione della storia, l'aver dislocato nei punti giusti i risvolti salienti della vicenda ed una scrittura pressoché perfetta dei personaggi rendono questo prodotto espandibile anche ad un pubblico meno avvezzo ad autorialità di questa risma.

Per quanto concerne i contenuti, come detto il cineasta ripropone alcuni dei suoi temi più cari, dall'ipocrisia dell'alta borghesia ai segreti che si celano dietro volti puliti e rispettabili; un mondo borghese messo alla berlina e che puntualmente l'autore distrugge in ogni suo aspetto. Inoltre, non mancano riferimenti al razzismo, all'uso indiscriminato e sfrenato della tecnologia e alla progressiva desensibilizzazione degli esseri umani; tutti argomenti ricorrenti nel cinema del maestro di Monaco di Baviera.
I punti forti della storia sono i due poli della trama: il vecchio patriarca e la giovane nipote Eve. Questi personaggi rappresentano al meglio ciò che il regista vuole comunicare, essendo due facce della stessa medaglia nonché le chiavi di volta per comprendere al meglio il messaggio del prodotto in analisi e di tutta la poetica hanekiana nel suo complesso. Mi permetto anche di azzardare una piccola annotazione personale: e se il personaggio di Trintignant fosse una proiezione di Haneke stesso?

Come anticipato poc'anzi, l'opera non è del tutto riuscita e non è certamente il punto più alto della filmografia hanekiana. Purtroppo, per tutta la visione, lo spettatore abituato alla filosofia del regista non potrà fare a meno di notare una perenne sensazione di déjà vu; difatti Happy End è un titolo che, duole dirlo, risulta essere un po' masticato sia nelle tematiche (gli scheletri nell'armadio e gli sviluppi finali sono alquanto pronosticabili) sia nella costruzione dell'intreccio, fin troppo similare ad altri lavori antecedenti dell'autore: numerosi i riferimenti presi a piene mani da Caché, La Pianista e anche da Benny's Video e Il Nastro Bianco. Questo può non essere considerato un difetto vero e proprio, ma da un uomo di cinema del calibro di Haneke la minestra riscaldata, per quanto saporita, ti lascia l'amaro in bocca.

Passando agli aspetti tecnici, il film è francamente impeccabile, magnetico e avvolgente nella sua meticolosa e distaccata messa in scena. I personaggi sono ben confezionati e hanno i volti giusti, in primis l'ottimo Trintignant. La Huppert, qui protagonista femminile, è come sempre sublime: talmente naturale e a suo agio che sembra quasi non recitare. Nondimeno, è da parecchio tempo che l'attrice francese sembra essere rimasta prigioniera dello stesso ruolo, una gabbia dorata che le consente di sfornare continue prestazioni maiuscole ma allo stesso tempo tutte la copia carbone dell'altra. Mi piacerebbe vedere questa talentuosa interprete (una delle migliori del panorama mondiale) ritornare a confrontarsi con ruoli differenti dalla oramai scontata donna ambiziosa e austera che nasconde nevrosi e debolezze dietro un'apparente glacialità.

In conclusione, Happy End è un nuovo tassello che va ad aggiungersi ad una filmografia ricolma di perle e opere enormi firmate da un autore di poderoso talento. Resta un pizzico di amaro in bocca per il non aver osato abbastanza, preferendo il sicuro e accomodante adagiarsi su sentieri già solcati.

1 risposta al commento
Ultima risposta 02/06/2018 21.45.21
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suzuki71  @  28/12/2017 09:52:41
   8 / 10
Haneke continua in un percorso di glacialità, in micro universi dove le cose prendono il sopravvento su sentimenti inesistenti, o malati. Mentre gli ultimi della terra recriminano uno spazio che non riusciamo più a riconoscere. E gli straniati (il figlio maschio inconcludente) sono - a ben vedere - gli unici saggi.
Poco rassicurante, luminosa angoscia sparsa su attori e regia non comuni.

76mm  @  11/12/2017 12:04:15
   6 / 10
Il cinema di Haneke inizia a mostrare la corda.
Sul tema "crepe dietro la facciata rispettabile dell'alta borghesia occidentale" penso che Bunuel avesse già detto tutto mezzo secolo fa…poco di interessante è stato aggiunto da allora.
In particolare sembra che ultimamente i registi che affrontano la materia si limitino ad alzare sempre di più l'asticella in tema di nefandezze di cui questi presunti "mostri" borghesi possono essere capaci (penso anche al recente Elle di Verhoeven sempre con la Huppert, bravissima ma ormai prigioniera da anni dello stesso ruolo).
Qui alla già nutrita lista di sconcezze si aggiunge

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Per il resto è sempre più o meno la solita solfa...tradimenti, nevrosi, depressioni…lo stile del regista austriaco è sempre quello, ormai mummificato, con piani sequenza ed inquadrature fisse dentro le quali i protagonisti vengono osservati con l'occhio freddo e distaccato di un entomologo, a scapito di qualsiasi partecipazione emotiva dello spettatore.
Tutto voluto, certo, ma alla fine sorge spontanea una domanda : "sì va bene e allora?"

aldopalmisano  @  04/12/2017 19:56:29
   6½ / 10
Delicato e lento nel tentativo di scoprire un segreto di Pulcinella, la famiglia non esiste più. Una lezione però che ci viene perpetrata da oramai quarant'anni, mi viene da pensare ai Pugni in Tasca di Bellocchio per dirne uno.
Insomma se l'arte è o copia o rivoluzione, questa volta Haneke si è voluto crogiolare in una zuppa mestamente riscaldata.

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