Recensione suo fratello regia di Patrice Chéreau Francia 2003
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Recensione suo fratello (2003)

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locandina del film SUO FRATELLO

Immagine tratta dal film SUO FRATELLO

Immagine tratta dal film SUO FRATELLO

Immagine tratta dal film SUO FRATELLO
 

Realizzato da Patrice Chéreau subito dopo "Intimacy", film scandalo del Festival di Berlino 2001, vincitore dell'Orso d'oro, "Son frére" prosegue il discorso del regista francese sull'accezione dei corpi, rappresentati spesso in modo crudo e realistico, scandagliati impietosamente nelle loro imperfezioni e nei loro difetti, mostrati con durezza nel decadimento fisico e nella loro disadorna involuzione.
Un discorso sui corpi, in genere segnati dalla vita, per nulla patinati, quasi mai belli, mai atletici, spesso nudi, quando la nudità diventa un'urgenza, quasi un modo, l'unico modo, per comunicare la propria visione delle cose.
Solo che, mentre in "Intimacy" i corpi umani erano raccontati nel sesso e nella spasmodica ricerca del piacere nella sua forma più intensa, in "Son frére" sono i corpi maschili ad essere raccontati, con la stessa spietata durezza, nella malattia e nello sfibramento fisico generato dall'incedere stesso della malattia, che consuma il corpo e lo spirito.
In entrambi i film, il corpo diventa, dunque, una sorta di fardello esistenziale, emblema della vacuità della vita e dell'amore stesso.

In una società come quella attuale, intesa a reclamizzare stili di vita che inneggiano alla bellezza, alla perfezione e anche agli eccessi stessi della giovinezza, un verdetto di malattia, più o meno grave, rappresenta per il paziente un evento traumatico e una prova esistenziale sconvolgente, in grado di generare vissuti di profonda sofferenza, in grado di coinvolgere tutti gli aspetti della vita, per esempio il rapporto con il proprio corpo, il significato della sofferenza, della malattia e della morte, così come le relazioni familiari, sociali, professionali.
Spesso a risentirne è la propria autostima che porta a reagire a questo stato attraverso un'accettazione o un diniego della malattia stessa.

Di sofferenza e di malattia, e di corpi che si disfano in esse, parla "Son frére", il film che Patrice Chéreau ha girato nel 2003; ma parla anche del rinnovarsi del rapporto affettivo tra due fratelli, che scelte diverse di vita avevano allontanato.

Protagonisti, come detto, sono due fratelli, Thomas e Luc: giovane ed aitante dongiovanni, pubblicitario di successo, il primo; insegnante, timido, introverso e omosessuale discreto, il secondo. Thomas vive con la sua fidanzata, Claire, una relazione normale, mentre Luc ha trovato in Vincent un compagno stabile e altrettanto discreto.
Non si vedono da molto tempo, da quando Luc ha lasciato Nantes e la famiglia per vivere a Parigi la sua diversa sessualità, che i genitori e il fratello maggiore non hanno saputo capire e accettare.
Ma Thomas si scopre malato, quando un giorno gli viene diagnosticata una grave malattia del sangue (leucemia?), non curabile e non reversibile, anche se non mortale, almeno a breve, ma capace di svuotare il corpo fino alla decomposizione.

All'inizio, in un gesto di autocommiserazione egoista, si prodiga di nascondere a tutti, anche a se stesso, la sua condizione, poi però l'angoscia si fa totale e diventa insopportabile fino al punto da spingerlo a bussare, sconvolto, alla porta del fratello per chiedergli aiuto.
Aiuto per riuscire ad affrontare il lungo calvario di una vita che scivola via; aiuto per riuscire ad accettare che il suo corpo perda il fascino della salute; aiuto per riuscire a morire dignitosamente a trentanni.

In realtà aveva provato con tutti a chiedere aiuto: con la madre (che vive nel mondo dei sogni), con il padre (assente e taciturno), che non sanno gestire la sua disperazione; con la fidanzata che non ce la fa a sopportare lo strazio della lenta degenerazione del suo corpo; con i medici, ovviamente, che tentano una cura prima di abbandonarlo al suo destino.
Ce la fa Luc, il "diverso", che, rendendosi conto che non rimane molto tempo per risolvere le loro incomprensioni, decide di occuparsi e prestare assistenza al fratello maggiore, nonostante la sua apparente determinazione di inimicarsi tutti attorno a lui.
In realtà Luc, all'inizio, piuttosto risentito verso quel fratello solitamente poco interessato a lui, sembra un po' riluttante e dà l'impressione di occuparsi di lui più per umanità o per dovere familiare che per effettiva dedizione fraterna.
Poi però, a mano a mano che comincia a prendere coscienza di cosa (e quanto) significhi Thomas per lui e che il loro rapporto affettivo si fa più intenso (e quasi amoroso), comprende la gravita della malattia del fratello e la sua necessità di assistenza costante. E allora si fa carico del suo dolore, fino al punto da dimenticare la sua trascorsa, latente omofobia.
Si disinteressa del suo lavoro e trascura la sua vita quotidiana, sacrifica il suo amore per Vincent e diviene fratello e madre, confessore e amante, per prendersi cura di lui e rigenerare quel sentimento fraterno che viene da lontano e nasconde silenti dissensi, mai rivelati.

E così il film scivola via verso una toccante descrizione del rapporto, intimo e intenso, che unisce i due fratelli che si ritrovano in questa lunga attesa di morte; in un impietoso rincorrersi di corsie d'ospedale, dove corpi sofferenti esplorano la condizione umana più insostenibile; dove si prescinde dalla dignità umana, dove si offre la propria nudità allo strazio tangibile della malattia e delle cure ospedaliere.
Corpi obliati, corpi amati, corpi devastati.
Fino a quando non si oltrepassa il limite della sopportazione, fino a quando non muoiono i desideri e non si riesce più ad amare, fino a quando il corpo non diventa freddo e lo sguardo non diventa opaco. E allora cadono le difese e ci si lascia andare alla deriva, certi che il dopo sarà certamente più sopportabile del presente. In quel mare di Bretagna, che lo vide adolescente, in cui naufraga il dolore e si conclude il dramma di una vita.

Su questi temi si innesta il concetto della labilità esistente tra eterosessualità e omosessualità, tra l'erotismo e il decadimento fisico, cercando di avvicinare lo spettatore a quello che la nostra società respinge più decisamente: la malattia nella pochezza di una esistenza.

Un film duro e terribile, che nulla risparmia agli spettatori: i volti mostrati in primo piano, sofferenti e mal rasati, i tormenti di un fisico martoriato, sudori, emorragie, garze, fleboclisi, siringhe che succhiano il sangue.
E poi i deliri notturni, la barba che ricresce, il pallore della pelle, la depilazione in attesa degli interventi chirurgici, le cicatrici postoperatorie, i letti sfatti e le lenzuola bianche macchiate di sangue.
Le nudità di Thomas nella malattia e quelle di Luc nel sesso, l'essenza della corporeità in due momenti estremi della vita. Tutto ci viene mostrato, in un clima sempre più straniante e freddo.
Tuttavia la degenerazione fisica ha una sua straziante dignità che si trasmette nei rapporti umani: non solo condiziona la vita del paziente, ma cambia anche quelle di coloro che gli stanno attorno, sconvolge i ruoli prefissati e le gerarchie familiari.
Perché un malato è difficile da gestire e quasi mai è una compagnia allettante.

Nessun sentimentalismo, nessuna condiscendenza, nessun eccesso, quasi un confine netto tra dignità e morbosità. "Non ho chiesto a nessuno di venire qui", dice Thomas alla sua famiglia e alla fidanzata, venuti a trovarlo in ospedale; "ho chiesto solo Luc".
E Luc lo accoglie, lo stringe tra le braccia, lo accarezza, lo avvolge in un lungo, insistito, tenero, incompiuto, gioco amoroso, se non fosse per quel terribile destino di morte che pende implacabile sopra di loro.
E diventa suo prigioniero. E lo fa suo prigioniero.

Questo bellissimo episodio, espresso quasi sottotono dal regista - che evita di sottolinearlo - racchiude la vera essenza del film: il dramma profondo, le piccole vigliaccherie di un uomo che non accetta di vivere nel rischio, che non accetta che il proprio corpo perda il fascino e la bellezza della salute; e allo stesso tempo il risvolto psicologico del fratello, mai del tutto accettato nella sua omosessualità, che nella malattia di Thomas trova quell'approdo che non aveva mai trovato nell'ambiente familiare.
Finendo così per intessere entrambi un legame profondo, quasi di complicità, che consentirà all'uno di affrontare quel bagno liberatorio, che procrastinato una prima volta, verrà poi affrontato in solitudine, e all'altro di ritrovare quel legame che gli consentirà di vivere emozioni e sentimenti profondi, ed esaminare il senso completo della vita, prima che vadano perduti per sempre.
Luc e Thomas, due fratelli e due mondi; uno è forte e l'altro è debole, uno è "diverso" l'altro è "normale", uno è sano l'altro è malato.
Tutti gli altri sono il ponte che li unisce.

Non c'è nulla di erotico o di offensivo nel bacio che Luc dà a Claire, la fidanzata di Thomas, perché non è sessuale, ma un atto d'amore e di rimorso condiviso, e un modo per essere più vicino al fratello, quel fratello con cui, anni addietro, aveva sperimentato la sua identità sessuale ("è stato il mio primo uomo", confessa alla donna, "da ragazzi gli ho fatto una sega"), senza che ci sia nulla di perverso o di incestuoso nella rivelazione.
Un fratello che forse non merita le sue attenzioni: egoista, cinico, chiede aiuto a tutti per poi abbandonarli nel gesto estremo e solitario fra le onde dell'Atlantico. Un gesto estremo e solitario che lo allontana dall'universo della sofferenza.
Quell'universo precluso al padre che, in uno scatto di ira impotente arriva a pronunciare una frase empia e atroce, rivelatrice delle piccole e grandi ipocrisie familiari: "Era meglio se fosse capitato a Luc, perché non l'ha presa lui questa malattia?".

Ben assecondato da due attori che sembrano annullarsi nei rispettivi personaggi. Strepitoso e cadaverico Bruno Todeschini, Thomas, che riesce a trasmettere allo spettatore quel senso di rancore amaro del suo personaggio, e rende difficile entrare in empatia con la sua disperazione senza speranza. Altrettanto vigoroso Eric Caravaca, Luc, sincero e naturale anche nelle scene più intime, come quando sulla spiaggia confessa al fratello, che non può vedere l'espressione del suo volto, di avergli voluto sempre bene, e nelle scene più scabrose, come quando assiste dalla porta alla depilazione preoperatoria di Thomas, completamente nudo con solo un asciugamani a coprire la zona pubica, di toccante sensibilità e prive entrambe di pruderie omoerotiche.

Patrice Cherèau confeziona un film selvaggiamente brutale nel suo realismo, che somiglia in maniera sconcertante alla vita, al punto da mettere addosso una sorta di disagio emozionale ed esistenziale.
Un film che è la recita delle altrui (e delle nostre) debolezze e delle altrui (e delle nostre) emozioni conflittuali, che sfida l'intelletto mentre raggiunge il cuore.
Un film, e una potente meditazione esistenziale, che scava a fondo sul potere salvifico dell'amore e sulla necessità di affrontare dignitosamente la fredda verità della caducità della vita.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 08/11/2010 11.31.00

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