Recensione somewhere regia di Sofia Coppola USA 2010
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Recensione somewhere (2010)

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locandina del film SOMEWHERE

Immagine tratta dal film SOMEWHERE

Immagine tratta dal film SOMEWHERE

Immagine tratta dal film SOMEWHERE

Immagine tratta dal film SOMEWHERE

Immagine tratta dal film SOMEWHERE
 

Un famoso attore americano, Johnny Marco (Stephen Dorff), durante un party con degli amici si frattura un polso e nella convalescenza viene attraversato da una crisi di identità che lo porta a interrogarsi, un po' confusamente, sul senso della propria esistenza.
Il malessere nell'attore si dipana in modo pungente, tra numerose dormite nella stanza d'albergo e stanchi intrattenimenti erotici con la lap dance eseguita da due formose ragazze, il tutto condito da ambigui massaggi e da paradossali cure estetiche del viso.
L'attore vive separato dalla moglie, e la sua bella figlia undicenne Cleo (Elle Fanning) viene all'improvviso a trovarlo per qualche giorno, fermandosi nella sua stanza d'albergo a Hollywood, nel famoso Chateau Marmont; i pochi giorni di permanenza della ragazza sono sufficienti a cambiare il modo abitudinario di vivere di Jonny Marco, fino a quel momento denso di emozioni troppo leggere e vaporose, privo di sentimenti autentici. L'amore della figlia gli dà forza identificativa con la giovinezza più innocente, senso di pienezza psichica, scacciandogli il pensiero della morte e dell'inutilità del suo lavoro, e lo riporta a desiderare cose di una certa profondità, a pensare a progetti e passioni nuove capaci di soddisfare le sue potenzialità affettive più inconsce e importanti, è una forza che sembra capace di farlo uscire dalle emozioni di routine, quelle ripetitive e sempre più scontate che offre la vita di Hollywood.
La figlia Cleo, pur nel tormento psichico che una separazione rilascia, diventa a sua stessa insaputa un simbolo identificativo, un sembiante capace di dare impulsi di grande vitalità e senso, di rianimare il padre-bambino e depresso di una energia sconosciuta, che risulterà ricompositiva rispetto alle sue dissociazioni psichiche da star hollywoodiana.

Johnny Marco ama le Ferrari e ne possiede l'ultimo modello. L'automobile sembra completare il cerchio stretto e alienante della sua vita; all'inizio del film compie diversi giri su un percorso insignificante, terroso, ripetendo insistentemente la stessa manovra, quasi a significare l'assurdità e l'ossessività del legame che Johnny ha con la vita hollywoodiana. L'automobile in seguito funzionerà come metafora del suo dinamismo relazionale, facendo tutt'uno con l'esistenza quotidiana, quella più esterna e superficiale, sempre veloce e frenetica, senza pause poetiche, precisa e scattante ad ogni appuntamento mondano come il motore della famosa fuori serie.
Ma Johnny Marco è circondato anche dal mondo volgare e banale della televisione, una realtà virtuale e di disinformazione, sempre assestata su indici d'ascolto del tipo a maggioranza evasiva, situati psicologicamente sulla soglia di una folle disintegrazione della verità e del pudore: aspetti che più estesamente caratterizzano per Sofia Coppola lo spettacolo nell'occidente dell'epoca attuale.

Con questi elementi Sofia Coppola sfodera un film pienamente riuscito, che avrà senz'altro anche una notevole eco nel mondo più ampio e variegato della cultura cinematografica legata alle istituzioni artistiche. Una pellicola di chiaro interesse d'Essai che si sta proiettando in tutte le maggiori sale d'Italia con una sorprendente partecipazione emotiva.
"Somewhere ha una forma espressiva originale perché l'autrice non sembra preoccuparsi di drammatizzare parti del film con scene e dialoghi che vanno verso un apice di tensioni, ad alto contenuto apprensivo, né Sofia Coppola cerca situazioni costruite ad arte in funzione del suspense; tutto si svolge nella massima serenità narrativa, con un linguaggio visuale portato agli estremi della comunicazione non verbale, complesso per ricercatezza e raffinatezza, capace degnamente di sostituire con un silenzio loquace i colloqui e la rumorosa oralità prevista da una normale sceneggiatura.

Coraggiosa ed apprezzabilissima la scelta di Sofia Coppola di trascurare alcuni tradizionali codici hollywoodiani a vantaggio di uno stile diverso in forte relazione con la parte più meditativa dello spettatore.
La regista rinuncia a quelle norme tecniche maggiormente adottate nella costruzioni sceniche dall'industria cinematografica, ben collaudate dall'esperienza degli incassi, capaci di creare suspense, tensioni, drammatizzazioni, in virtù di modelli narrativi a sfondo psicologico montati con precisione da orologio e che funzionano sempre bene nel mercato, facendo dormire sonni tranquilli ai maggiori produttori del cinema da intrattenimento.
Sofia Coppola sembra voler dire con questo film che possono scaturire emozioni forti anche dalla semplice presentazione del vero, così com'è, senza intrecci narrativi particolari o artifici di montaggio, curando in modo mirabile le inquadrature da sfondo e ravvicinate nonché l'aspetto estetico della composizione fotografica, ma soprattutto trasmettendo per una via invisibile la sensibilità poetica dell'autore che in Sofia Coppola è notevole e che in questo caso si caratterizza anche per la scelta del tipo di soggetto da proporre al pubblico.

Sofia Coppola, figlia del più famoso regista Francis Ford Coppola, si conferma con "Somewhere" autrice di grande singolarità e bravura, capace senza ipocrisie di mantenersi all'interno del mondo esistenziale cinematografico hollywoodiano esclusivamente in virtù della sua geniale sensibilità al negativo, descrivendo le problematicità esistenziali più riposte e vere di alcuni protagonisti del mondo della celluloide senza retorica o orpelli visivi di sostegno.
Dopo "Il giardino delle vergini suicide" (2000), "Lost in Translation" (2006) - per il quale vinse un oscar per la migliore sceneggiatura originale - e "Maria Antonietta" (2006) - oscar per i migliori costumi -, la maturazione stilistica e fotografica di Sofia, ben supportata da un gusto sempre dotato di grande sensibilità estetica, sembra aver raggiunto il suo apice, facendo ben sperare anche per i suoi prossimi film.

La pellicola è stata girata tra Los Angeles e Milano, dove nel film i due protagonisti si presentano per la trasmissione dei Telegatti in cui era prevista una premiazione alla star Johnny Marco; la trasmissione era sostenuta nella presentazione da Simona Ventura e nello show, tacciato divolgarità per gli accenni a strofinamenti corporei su Johnny Marco, da Valeria Marini.
Quanto ai chiarimenti dell'autrice sulla volgarità della trasmissione televisiva italiana dei Telegatti, così come appare nel film, che ha suscitato un mare di polemiche, sembra che la Coppola abbia dichiarato di non aver voluto prendere di mira il nostro Paese. In un intervista sull'argomento Sofia Coppola ha infatti affermato che in quella scena era sua intenzione mettere semplicemente in contrasto il mondo dell'innocenza di Cleo con quello artificiale e ipocrita della televisione da spettacolo, una TV intesa come mondo visuale universale, che non ha stato o luogo preciso perché è dappertutto, essendo frutto in ogni paese di cinici interessi politici e di mercato.

Ottima la colonna sonora, che ha dato molta gradevolezza alle immagini; Sofia Coppola si è affidata per le musiche originali ai Phoenix, un gruppo francese di successo, con aggiunta di pezzi, tra gli altri, di Foo Fighters, Bryan Ferry e Strokes.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 14/09/2010 12.44.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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