Recensione smokin' aces regia di Joe Carnahan USA 2006
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Recensione smokin' aces (2006)

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locandina del film SMOKIN' ACES

Immagine tratta dal film SMOKIN' ACES

Immagine tratta dal film SMOKIN' ACES

Immagine tratta dal film SMOKIN' ACES

Immagine tratta dal film SMOKIN' ACES

Immagine tratta dal film SMOKIN' ACES
 

"Smokin'Aces" è tutto quello che Tarantino avrebbe dovuto fare negli ultimi anni e che non ha fatto. La pellicola di Joe Carnahan, già acclamato specialista del cinema nero-poliziesco, è infatti totalmente moderna ma allo stesso tempo appartiene dal primo fotogramma fino all'ultimo a quel genere, finito negli anni '70, che il regista di "Pulp Fiction" omaggia continuamente.
La sfida vinta di Carnahan è stata proprio questa: riuscire a scrivere e dirigere un film di exploitation allo stato puro senza trasformarlo in una fiera delle citazioni.
I possibili rimandi, volti più che altro all'occhio cinefilo, rimangono circoscritti all'interno del genere, o meglio dei generi, e non oltrepassano mai quei confini. Ed ecco che la pellicola non è più citazione ma Cinema.
Quando si oltrepassano i limiti imposti dal b-movie allora quel Cinema diventa gioco e divertissement del regista col pubblico. Non è il caso, questo, di Smokin'Aces, in cui il poliziesco si contamina con l'azione, lo splatter, lo humour nero e tanto ritmo narrativo.

Nella follia visiva e creativa troviamo personaggi che sembrano usciti dalle pagine di un racconto di Joe Lansdale: cecchini con benda sull'occhio, nazisti burloni ricalcati sulle fattezze dei Motorhead, loschi cacciatori di taglie, Bonneville del '66 e mazzi di carte assassini, motoseghe e mafiosi, sbirri, avvocati bizzarri e voilà, folli e raffinati maestri dell'antica arte della tortura. Non mancano naturalmente le donne da urlo, come la brava Alicia Keys, qui nelle vesti di un'assassina a contratto.
Il tono del film è corale, tutti i personaggi alla fine si ritrovano nello stesso punto ma in momenti diversi, quasi una sorta di Paul Thomas Anderson in salsa pulp; e vai col divertimento dunque: l'enorme caos allegro e scanzonato messo in piedi da Carnahan farà scattare anche il più rigido degli spettatori.

Se però l'abbuffata di personaggi offre spazio alla fantasia weird dell'astuto regista, i drammi umani non sono certo lasciati da parte, e possono contare su ottime caratterizzazioni di uomini e donne (e un bambino) che hanno perso ogni speranza o che semplicemente rifiutano di vivere secondo legge, qualsiasi essa sia.
In fondo nei personaggi come Buddy "Aces" Israel, a cui tutti cercano di strappare il cuore, nei poliziotti mandati allo sbaraglio dai poteri forti e in qualche sicario sbandato c'è una sorta di disperata umanità, un legame che viene a formarsi con il pubblico (anche se non troppo forte, sia chiaro) e che alla fine non si spezza. Carnahan conosce le regole della tragedia, sa come gestire le situazioni più difficili e soprattutto riesce a imbastire una tensione drammatica che sfocia nella rappresentazione di uno degli omicidi più freddi del recente cinema, e che vede protagonista un irriconoscibile e occhialuto Matthew Fox, già medico affascinante della serie tv "Lost".

Merito di tutto questo va in gran parte anche a un cast molto azzeccato che unisce attori molto noti al grande pubblico, bravi caratteristi e giovani ma talentuosi sconosciuti.
Torna Ray Liotta e torna Andy Garcia, anacronistico capo del Federal Bureau, ma anche Ben Affleck, in versione baffuta e in verità molto bravo, gigione nella sua parte di accalappia ricercati e ultimamente trasformato in caratterista.

Illumina e muove la macchina da presa il calabrese Mauro Fiore, ex- collaboratore di quel Janusz Kaminski ormai fedele direttore della fotografia dai toni freddi e lucidi dei film di Spielberg. A differenza di Kaminski, Fiore usa i colori caldi e tipici delle più belle giornate di primavera, creando così un bellissimo effetto di contrasto con la vicenda satura di violenza, sparatorie e morti ammazzati.

Altro merito del film risiede nella colonna sonora che mischia funky e un po' di rock progressive, oltre un famoso brano di Ennio Morricone che si snoda in una scena dagli esiti inaspettati, ma anche comici.
L'ironia di alcuni dialoghi e situazioni evita un'atmosfera troppo seriosa che avrebbe danneggiato il film, basti pensare infatti al trio dei fratelli Tremor, hitleriani convinti e assatanati, ma terribilmente simpatici.

Il regista, infine, evita di cadere nel pantano che sceneggiature piene di avvenimenti come questa possono comportare e tira dritto e spedito fino al finale, particolare non per il colpo di scena ma per la conclusione delle storie dei personaggi, senza inutili storielle aggiunte solo per ingrossare le fila; tutto quello che c'era da raccontare lo vediamo nel corso dei suoi scorrevoli 110 minuti.
La regia di Carnahan non ha, fortunatamente, pretese artistiche, ed è sicuramente di mestiere; un ottimo mestiere che gli permette di volare da una scena all'altra, da un viso all'altro, senza estetismi patinati da videoclip o alla Tony Scott. Le inquadrature sono oltremodo originali, poco uso di steadycam (qualcuno sia lodato) e molti giochi di riflessi e unione tra parole e immagini, si veda a tal scopo la sequenza dell'ascensore che vede l'agente Carruthers alle prese con il cattivissimo killer dalla lama facile Acosta.
Un modo di dirigere, il suo, che sfrutta gli spazi scenografici e la musica per costruire inquadrature particolareggiate, usando per l'appunto quell'immaginazione creativa che dovrebbe essere propria di un regista. E' evidente che dietro la macchina da presa c'è qualcuno che si è divertito a lavorare e a scrivere il suo film, dal quale sarebbe deleterio non farsi coinvolgere.

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Recensione a cura di matteoscarface - aggiornata al 13/07/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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