Recensione rosetta regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Belgio 1999
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Recensione rosetta (1999)

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locandina del film ROSETTA

Immagine tratta dal film ROSETTA

Immagine tratta dal film ROSETTA

Immagine tratta dal film ROSETTA

Immagine tratta dal film ROSETTA

Immagine tratta dal film ROSETTA
 

"Rosetta" è un cuore che pulsa, un cuore ossessionato, simbolo di migliaia di giovani che non trovano posto nella società, una società che rema al contrario spingendo ai margini chi vuole disperatamente entrarvi all'interno, "Rosetta" è il mondo del lavoro visto dagli emarginati, dagli esclusi, è una realtà che nessuno vorrebbe conoscere e tutti vorrebbero che non ci fosse ma c'è, e i fratelli Luc e Jean Pierre Dardenne ce ne mostrano magistralmente l'esistenza.

E' probabilmente il loro passato di documentaristi al servizio del sociale che ha permesso ai fratelli registi di attirare l'attenzione della critica con i loro pochi ma interessanti lungometraggi; già con "La promesse" avevano vinto la sfida con chi sosteneva che quel lavoro non avrebbe mai avuto risonanza presso il grande pubblico, e nel 1999 si affermano a Cannes, consolidando la loro fama, aggiudicandosi la palma d'oro con questo bellissimo film, reso tale anche dalla bravura della giovane interprete Emilie Duquenne (premiata ex-aequo come migliore attrice) nel difficile ruolo di Rosetta.

E' sufficiente la prima sequenza a farci comprendere la dimensione del dramma che vive la giovane protagonista: la telecamera la segue mentre percorre i corridoi di una fabbrica, irrompe nell'ufficio del suo responsabile e chiede spiegazioni sul suo ennesimo licenziamento, urla, si dimena, rifiuta ciò che è inevitabile, si ritrova di nuovo senza lavoro.
L'abiezione di un quotidiano affannarsi al quale viene costretta dall'esistenza accompagna Rosetta nei suoi rituali e nei suoi spostamenti, sempre con lo stesso passo veloce, i suoi scarponcini, dalla roulotte dove vive insieme alla madre alcolizzata, al fiume dove pesca per procurarsi da mangiare, da un possibile posto di lavoro all'altro, tra il sogno di una vita normale e il disagio di una realtà soffocante che si manifesta con ricorrenti crampi allo stomaco rivelatori di debolezze nascoste e di rabbie silenziose.
All'occhio dello spettatore Rosetta non appare come un personaggio da compatire: la sua durezza non la rende simpatica, ossessionata dalla ricerca di un posto di lavoro, pur di ottenerlo, non rinuncia a tradire l'unica persona che sembra mostrare un sentimento per lei; è come un animale braccato che non si nasconde ma attacca per non essere sopraffatto, il predatore da cui difendersi è la società.

A conferma del disagio giovanile nei confronti del mondo del lavoro radicato un po' in tutta Europa, un anno dopo l'uscita del film, in Belgio, è stata emanata la "legge Rosetta", volta ad aiutare i giovani a trovare un impiego; la pellicola dei Dardenne ha quindi avuto anche il merito di essere un documento di grande utilità sociale rinnovando, dopo aver inaugurato uno stile tutto personale con "La promesse" il connubio che c'è tra etica e scelta di rappresentazione; è quindi il rapporto tra lo stato e l'individuo il cuore dell'intera pellicola riportandoci al pensiero Hegeliano quando sostiene che lo stato ha il compito di essere l'incarnazione suprema della moralità umana e quindi sia di per sé sede di valori; contrapponendosi sia al liberismo che all'assolutismo, presuppone l'idea che esso sia una totalità organica, quindi non una somma di persone ma una specie di corpo vivente che possiede le qualità non possedute dalle singole parti. Come un organo non ha vita staccato dal resto del corpo, così il singolo individuo non ha senso senza lo stato: non sono i cittadini a fondare lo stato ma è lo stato a fondare i cittadini. E allora perché questa scissione? Perché il messaggio che trasmette il film e che rispecchia tristemente molte realtà è un messaggio di sconfitta? Perché proprio rappresentando la realtà relega i principi del filosofo tedesco nel labile universo delle utopie, sottolineando l'inesorabile quanto irreversibile trionfo dell'individualismo, autentica piaga della società moderna.

Quella di Rosetta non è una scelta, come d'altra parte non lo è per la maggior parte dei disoccupati, dei licenziati; Rosetta è soffocata dal sistema, abbrutita dalla precarietà, la sera prima di addormentarsi cerca di esorcizzare la paura di cadere in un buco nero recitando nenie di autoconvincimento: "Tu sei Rosetta, io sono Rosetta. Tu hai trovato un lavoro, io ho trovato un lavoro. Tu hai un amico, io ho un amico". Ma in fondo sa che il suo non sarà il sonno profondo delle coscienze tranquille: proprio all'amico trovato toglierà il lavoro con un'odiosa spiata, e non basterà in seguito la presa di coscienza del gesto a donarle la serenità di cui ha bisogno.

Sono il suo respiro, il rumore dei suoi passi, i suoni della strada a fare da colonna sonora al film; la macchina da presa non si allontana nemmeno un istante dalla coraggiosa protagonista, la accompagna fino al suo ultimo disperato tentativo di cambiare le sorti del destino, fino al suo ultimo disarmante, bellissimo, sguardo.

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Recensione a cura di Marco Iafrate - aggiornata al 25/09/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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