Recensione paura e desiderio regia di Stanley Kubrick USA 1953
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Recensione paura e desiderio (1953)

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locandina del film PAURA E DESIDERIO

Immagine tratta dal film PAURA E DESIDERIO

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Immagine tratta dal film PAURA E DESIDERIO
 

Per un errore di calcolo del tenente Corby (Kenneth Harp) un aereo con quattro soldati a bordo, appartenenti a un esercito non identificabile, viene abbattuto dalla contraerea avversaria. I militari si ritrovano paracadutati e vicini al fronte nemico in un località imprecisata dove scorre un fiume che attraversa il fronte nemico.
Per ritornare nelle loro unità militari, i quattro decidono di utilizzare la corrente del corso d'acqua, servendosi di una zattera costruita con tronchi ricavati dagli alberi della foresta. Durante la preparazione del piano scorgono a una certa distanza una bella ragazza che ritorna dal fiume; i quattro sono costretti a legarla ad un albero con delle cinghie militari per impedirle ogni contatto col nemico.
Uno dei quattro, Sydney (Paul Mazursky) viene messo a guardia di lei ma il militare teme che i suoi compagni non ritornino più, la paura di essere abbandonato quindi lo invade con terrore, fino al punto da essere dominato da un delirio euforizzante che lo porta a vedere in quella donna la madre, l'amica ideale, la possibile amante occasionale. La prigioniera (Virginia Leith) nel suo immaginario diventa il tutto della creazione, ventre protettivo di una impossibile rinascita.
La donna viene slegata, dopodiché fugge costringendo Sydney ad ucciderla. L'uomo, sconvolto dal gesto, impazzisce del tutto.

In seguito il sergente Mac (Frank Silvera) convince il tenente Corby a elaborare un piano per uccidere un generale, il cui comando è stato localizzato nei paraggi; l'impresa è ghiotta può portare onori e prestigi. Il piano prevede che Mac arrivi con la zattera fin dietro le spalle avversarie distraendo con le armi i soldati nemici posti a difesa del generale, Corby e Fletcher (Steve Coit) avrebbero così trovato il tempo di uccidere il generale e il suo aiutante.
Tutto procede come previsto ma prima di sparare i due si accorgono, guardando con il binocolo, che il generale e il suo aiutante hanno i loro medesimi volti, un doppio voluto da Kubrick probabilmente per sottolineare l'unanimità della ferocia che caratterizza le guerre.
L'impresa, seppur a caro prezzo, riesce e i due, impadronitisi di un aereo a due posti fermo sulla pista della zona nemica, riescono a ritornare sani e salvi tra le loro fila. Successivamente aspetteranno sulla riva del fiume l'arrivo, drammatico, della zattera con sopra Mac ferito a morte e Sydney delirante.

"Fear and desire" è il primo lungometraggio di Kubrick che, dopo 3 cortometraggi - "Day of the Fight" ("Il giorno del combattimento" 1949), "Flyng Padre" ("Il padre volante" 1951), "The Seafarers" ("I marinai" 1952) - gira un film antimilitarista di 68 minuti i cui temi, con varianti sempre molto personalizzate e originali, lontane da quanto visto al cinema fino ad allora e dalla letteratura scritta, verranno poi ripresi da Kubrick con una certa frequenza.
In "Fear and desire" il lavoro del regista americano (naturalizzato britannico) si fa onore soprattutto nella fotografia, sia per quanto riguarda le composizioni sia per gli effetti di luce e ombra sui volti dei personaggi e sulle cose, che conferiscono all'ambiente modulazioni espressive di rara intensità e variabilità.
Una fotografia decisamente espressionista che ricorda i grandi film tedeschi degli anni '20 e che Kubrick gradualmente nei film successivi abbandona, prediligendo messe a fuoco lunghe, profondità di campo illimitate, esasperate, contrasti sui volti meglio definiti, chiarezza espressiva in ogni particolare quasi sempre ai vertici di una maniacalità geniale che lo caratterizzerà per tutta la vita creandogli anche grossi problemi professionali con attori di grande valore.

Nonostante le numerose critiche e stroncature su questo suo primo film, accusato da più fronti di pretenziosità filosofica, verbosità e sceneggiatura approssimativa - accuse da Kubrick stesso approvate con una spietatezza verso di sé che rasenta il masochismo - "Fear and desire" è un buon film.
Il talento di Kubrick è già leggibile in più punti, con una certa chiarezza, basti pensare al modo di riprendere della telecamera, presa in affitto e priva del sonoro, che è in tutto il film sempre curatissimo; mai infatti la vita visiva di una scena importante è ripresa da un solo angolo o da due con il campo e controcampo, ma sempre da innumerevoli e svariati punti di vista che ne moltiplicano le tonalità eloquenti dando allo spettatore la sensazione di essere in mezzo alle scene e di spostarsi magicamente tra di esse insieme ai movimenti della telecamera.
Due le sequenze fotografiche da antologia: la prima riguarda lo scorrere della zattera sul fiume con sopra il sergente Mac che si accinge a mettere in pratica il piano per assassinare il generale, l'uomo in piedi e con un grosso remo d'albero tra le mani sa quanto rischiosa è l'azione che sta intraprendendo e trova il tempo per pensare al senso esistenziale del suo gesto, delirando grandezze epiche, ignorando la logica nevrotica della sua impresa in cui l'impasto pulsionale vita e morte arriva a una sintesi che gli consente l'eroicità di un gesto. Un'impresa trasgressiva, svincolata da ogni disciplina militare, mossa dall'impellente necessità di affermare se stessi giocandosi tutto in pochi minuti, un'azione che a un certo punto diviene cieca, immemore di tutto, comparabile a un orgasmo a lungo vagheggiato da un desiderio irrefrenabile.
E' un' inquadratura fotografica sbalorditiva perché condensa mirabilmente ciò che sta per accadere: il mistero esistenziale della morte, la grande emozione del rischio, l'esaltazione di Mac per il potere di fare storia attraverso un omicidio importante. Tutti elementi che si riflettono magicamente sul volto di Mac, attraverso il gioco luci-ombre espressionista, con delle pieghe muscolari-facciali diverse da tutte quelle viste in altre circostanze sceniche del film che testimoniano la riuscita messa in campo di un linguaggio ricco a lungo ricercato.
E le luci incerte dell'imbrunire sembrano preannunciare un delitto inutile, altamente drammatico, un'atmosfera potenziata dal movimento della macchina da presa su Sydney dal basso verso l'alto che aumenta l'incanto e lo stupore visivo per il personaggio.
La seconda scena capolavoro, che mette definitivamente in luce il grandissimo talento visivo del venticinquenne Kubrick, ha per oggetto l'arrivo della zattera tra le fila del proprio esercito, con Mac ferito gravemente e Sydney che canta su un bordo una melodia delirante. Corby e Fletcher li aspettano sulla sponda del fiume, ansiosi della loro sorte.
La zattera esce all'improvviso da una fitta nebbia, il corpo di Mac è riverso supino tra gli assi di legno, imponente, svenuto, e Sydney su un angolo della zattera proferisce frasi senza senso con lo sguardo rivolto verso le acque del fiume. La sensazione che la scena trasmette è di un impresa riuscita, giunta a termine con un sacrificio immane, sproporzionato, pure capriccio nei personaggi di pulsioni di morte nate e cresciute nel contesto violento e feroce della vita militare in guerra.

L'antimilitarismo di Kubrick è leggibile tra le righe delle principali scene, precisamente in alcuni loro punti di alta tensione, soprattutto nella scena dell'uccisione del generale che, dopo i primi spari, rimasto ferito ma in vita, invoca agli assassini l'accettazione della propria resa, ma verrà barbaramente ucciso. Un atto criminale verso il nemico che testimonia la disumanità senza speranza della guerra.
L'omicidio della donna è l'elemento più sconvolgente del film, fa pensare per allegoria e metafora alla eliminazione della madre, a un matricidio ben strutturato nell'inconscio di Sydney che alla prima occasione regressiva si manifesta in tutta la sua potenza prendendo il sopravvento sull'Io del soldato e invadendo tutta la sua sfera cosciente.
La sua è in certo senso l'uccisione della madre guerra il cui padre, vero responsabile dei conflitti, rimane un milite ignoto, lontano da tutti, mascherato, pura forza oggettiva da cui tracima quell'odio impersonale che forse è più antico dell'amore.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 11/08/2010 14.50.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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