Recensione papa'... e' in viaggio d'affari regia di Emir Kusturica Jugoslavia 1985
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Recensione papa'... e' in viaggio d'affari (1985)

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Palma d'oro
VINCITORE DI 1 PREMIO AL FESTIVAL DI CANNES:
Palma d'oro
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locandina del film PAPA'... E' IN VIAGGIO D'AFFARI

Immagine tratta dal film PAPA'... E' IN VIAGGIO D'AFFARI

Immagine tratta dal film PAPA'... E' IN VIAGGIO D'AFFARI

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Immagine tratta dal film PAPA'... E' IN VIAGGIO D'AFFARI

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"Beh, non esageriamo..."

Sarajevo 1950: negli anni in cui si consumava lo strappo politico della Jugoslavia titoista con l'Unione Sovietica di Stalin, Mesa (Miki Manojlovic) in viaggio in treno verso casa si lascia scappare una vaga critica osservando una vignetta satirica di regime pubblicata sul quotidiano "Politika".
Il commento viene raccolto dalla sua amante delusa e in un secondo momento riferito al funzionario della polizia politica, cognato di Mesa e fratello della moglie: ciò sarà la causa del "viaggio d'affari" dell'ingenuo Mesa, frase di circostanza dell'epoca atta a giustificare le assenze improvvise dei sospetti oppositori al nuovo corso politico condannati al confino.

Dichiara Emir Kusturica: "Desideravamo, io e Abdulah Sidran (poeta e scrittore anch'egli di Sarajevo, cosceneggiatore di Ti ricordi di Dolly Bell? e Papà è in viaggio d'affari) fare dei film sulla nostra infanzia e, al tempo stesso, sulla gente del nostro paese. Il modo migliore era quello di passare attraverso l'infanzia e l'adolescenza di un personaggio. Insomma: l'infanzia di un personaggio corrisponde all'infanzia di un paese."

Sarà infatti proprio lo sguardo di Malik (Moreno de Bartoli), il figlio minore di Mesa, a condurci nella Sarajevo di quegli anni e a leggere dall'interno del microcosmo quotidiano della sua famiglia sconvolto ad un tratto dall'irrompere di questioni che diverranno Storia.

Il film si apre con una scena bucolica dal forte sapore nostalgico, ma sarà l'unica così caratterizzata, la raccolta dei fiori del tiglio, attività a cui Malik e il suo amico si dedicano per racimolare il denaro sufficiente a esaudire il loro unico vero desiderio: quel pallone di cuoio che fa mostra di sé nella vetrina di un negozio.
Ma la pace apparente è già perduta un attimo dopo quando, al termine dell'ascolto della radiocronaca di una partita della nazionale di calcio Jugoslava, vero e proprio rito collettivo, un incredulo Mesa riceve la telefonata con cui viene convocato alla stazione di polizia laddove il cognato gli annuncerà, in un contesto quasi kafkiano, la condanna ai lavori forzati per una colpa mai esplicitata chiaramente.

Ha inizio così il viaggio d'affari del papà che diventerà ben presto il viaggio di formazione di Malik attraverso la conoscenza del mondo degli adulti, testimone e narratore delle loro ipocrisie e contraddizioni e da cui si difenderà a suo modo, diventando un girovago sonnambulo notturno, la sua fuga sognante da una realtà che non gli piace.
L'odio implacabile tra la moglie di Mesa e il fratello, i viaggi per raggiungere il marito al confino, le difficoltà economiche, il successivo trasferimento di tutta la famiglia che si stabilirà nel nuovo villaggio, tetro luogo in cui il marito seguirà un programma di riabilitazione politica, sono gli accadimenti principali che si susseguono linearmente scanditi dai momenti di feste e cerimonie tradizionali e arricchiti dalle nuove verità che Malik mano a mano andrà a scoprire.
Il percorso circolare terminerà due anni più tardi di nuovo a Sarajevo, a cui Mesa e la sua famiglia ritorneranno dopo aver ottenuto la sospirata riabilitazione politica. Qui, durante un banchetto nuziale, avverrà la resa dei conti familiare, tra musiche e canti dolenti tipicamente balcanici, faccia a faccia tesissimi e vendette personali che si consumano mentre dalla radio si inneggia alla storica vittoria della nazionale jugoslava sulla Russia, sotto lo sguardo severo e deluso di Malik cui neppure il sospirato pallone, finalmente ottenuto, riesce a rendere meno amaro l'epilogo.
Ancora e solo il suo rapimento trasognato è salvifico e l'ultima sequenza ci regala il suo sorriso ammiccante.

"Papà è in viaggio d'affari" è il film che consacra definitivamente Kusturica facendogli vincere la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1985 e ottenendo la candidatura agli Oscar americani quale miglior film straniero.
Dopo l'ottimo esordio nel 1981 con "Ti ricordi di Dolly Bell?", vincitore alla Mostra del cinema di Venezia, Kusturica lavora ancora con A. Sidran ad una prosecuzione ideale del primo amarcord, seppur ambientato in un periodo antecedente: nasce così Papà è in viaggio d'affari, manifesto cinematografico di quel periodo e pietra miliare per comprendere una realtà sociale così vicina e ugualmente così sconosciuta.
Questo modo di fare cinema incontrerà vasti favori internazionali, ma anche del pubblico in patria che, dopo anni di produzione filmica d'élite oppure convenzionalmente insignificante, potrà finalmente riconoscersi direttamente nelle storie raccontate sul grande schermo, così come successe in Italia con le opere del primo dopoguerra.

L'opera si presta a molteplici piani di lettura che per semplicità di esposizione verranno schematizzati in quattro punti principali.

Il contesto storico-politico.

Sottotitolo di "Papà è in viaggio d'affari" è "Un film storico d'amore" poiché, come dichiarato più volte, Kusturica non è interessato ad una cinematografia che appiattisce le sue storie ad una qualche tesi politica (seppur un giudizio traspaia sempre dalle sue opere); ciò che gli interessa, in accordo con il cinema neorealista italiano a cui si ispira chiaramente, è mostrare come la politica influenzi la vita delle persone proprio nella loro quotidianità, come il macrocosmo entri e si fonda indissolubilmente nel microcosmo della vita di tutti giorni.

L'abilità di Kusturica sta proprio nel trasporre sul grande schermo le conseguenze, a volte paradossali a volte tragiche, nel vivere di ogni giorno delle "grandi" scelte, spesso oscure, raccontando i riflessi umani di una Storia più ampia e interpretandone i malesseri più profondi con grande accuratezza e autenticità.

Siamo all'inizio degli anni '50, la Jugoslavia, uscita malconcia e depressa economicamente dalla guerra, è sotto la guida di Tito: è nel contesto del lacerante strappo dalla politica di Mosca e nel conseguente clima fortemente repressivo nei confronti degli oppositori al nuovo corso, sospettati di stalinismo, che si inseriscono le vicende narrate nel film e sintetizzate causticamente nella presunta critica alla vignetta che dileggiava il regime russo.
Delle logiche autoritarie, seppur in opposizione ad altro autoritarismo, che stavano prendendo piede, le prime inconsapevoli vittime sono proprio coloro che di quelle logiche si sentono parte: una sorta di impersonale macchina statale stritola e mette "i fratelli contro i fratelli".

Personaggi e topos narrativi

I personaggi presenti nei film del regista "jugoslavo di Sarajevo", come ebbe modo di definirsi, sono fortemente caratterizzati, carichi di vitalità estrema, passionali e sanguigni, innocenti e crudeli, ricchi di sfaccettature tratteggiate finemente.
Non esistono personaggi secondari nel film (pensiamo allo scemo del villaggio o al funzionario di partito appassionato di scacchi che ha in custodia il destino di Mesa), ma tutti concorrono naturalmente al grande affresco che viene dipinto quali archetipi del carattere balcanico proprio di quel paese, efficacemente esaltato nei momenti salienti della narrazione.

Nei film di Kusturica avvengono tantissime cose contemporaneamente, così come nella vita reale: ecco perciò la mole di piccoli e grandi eventi che si dipanano lungo il racconto, come le radiocronache sportive intervallate dalle comunicazioni di partito trasmesse dalla radio, totem moderno attorno a cui si raccoglie compatta l'intera comunità, i finti funerali a segno di protesta contro l'omertà sulle sparizioni di dissidenti, le cerimonie ufficiali necessarie alla liturgia del partito, le feste in cui la musica è sempre presente, lo slivovitz scorre a fiumi e si prendono le decisioni importanti per la famiglia.
La maestria cinematografica di Kusturica ce li consegna ripresi da più punti di vista, anche emotivi, ma ricomposti in una unitarietà che li rende omogenei senza mai per questo sacrificare la complessità di significato: una sensibilità tecnica che si traduce immediatamente in emozione viva e coinvolgimento attivo in chi guarda.

Il nucleo poetico.

Tratti caratteristici del fare cinema di Kusturica, ma comuni anche a certa cinematografia dell'est sono sicuramente il ricorso ad una dimensione onirica, indispensabile elemento poetico nel contesto cinematografico.
Qui è il sonnambulismo di cui soffre il piccolo Malik, che vaga nella notte sotto gli occhi preoccupati del resto della famiglia, a essere sicuramente il nucleo lirico più prezioso e commovente del film.
Solo a Malik sono riconosciute le fughe sonnambule da una realtà che non capisce ed è sempre a lui che sono concessi i momenti più toccanti del film e l'amore per la coetanea Masa, raccontato con una delicatezza estrema a preservarne intatta tutta la purezza.
A Malik ancora è dedicato il finale quando, immune da ogni gravità anche fisica, ci guarda sorridendo sollevandosi verso il cielo su un tramonto bucolico.
Nella silenziosa figura del fratello di Malik, sensibile e appassionato cinefilo, il profondo amore del regista per la sua arte.

L'arma dell'ironia.

Tratto personalissimo di Kusturica, che non rinuncia mai al gusto del grottesco nemmeno nei momenti che dovrebbero essere tragici (un tentativo di suicidio che può finire allegramente in farsa), l'ironia è la lente con cui egli guarda alla realtà e che gli permette di raggiungere quel distacco e quella specie di fatalismo che è la grande forza del carattere slavo al cospetto delle grandi tragedie, laddove il riso si confonde col pianto e il pianto si scioglie in riso.

L'ironia è usata come arma che colpisce le "cose" (la politica, l'apparato, l'ipocrisia), ma non dileggia mai veramente le persone, verso le quali anzi traspare una vicinanza umana e una simpatia profonda, riconoscendoli come membri della stessa famiglia.
La vignetta, origine della grave colpa del padre di Malik, si inserisce in questo contesto con la forza di un vero paradosso: quando, come nel caso di Mesa, il riso (l'ironia) è imposto per autorità diventa un dogma che, in quanto tale, uccide la sua stessa essenza.
Analogo paradosso, stalinismo e antistalinismo che pur opposti in qualche modo si incontrano, che Kusturica sembra leggere negli avvenimenti politici di quegli anni.

Regista controverso e discusso, dalla personalità vulcanica e poco accondiscendente, Emir Kusturica ha sicuramente espresso nei suoi primi film quanto di più genuino aveva maturato: Papà è in viaggio d'affari rappresenta sicuramente un'opera imprescindibile per conoscere non solo il regista, ma anche e soprattutto un Paese lacerato da immani conflitti.

"Mi sono innamorato il 2 settembre 1951, il giorno che la Jugoslavia ha battuto la Svezia per 2 a 1."

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Recensione a cura di strange_river - aggiornata al 26/11/2009

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