Recensione l'uomo che non c'era regia di Joel Coen, Ethan Coen USA 2001
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Recensione l'uomo che non c'era (2001)

Voto Visitatori:   8,34 / 10 (185 voti)8,34Grafico
Miglior Film Straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior Film Straniero
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locandina del film L'UOMO CHE NON C'ERA

Immagine tratta dal film L'UOMO CHE NON C'ERA

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Immagine tratta dal film L'UOMO CHE NON C'ERA

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Immagine tratta dal film L'UOMO CHE NON C'ERA

Immagine tratta dal film L'UOMO CHE NON C'ERA
 

"Ed Crane (interpretato da un immenso, commovente Billy Bob Thornton) non può essere l'artefice dell'arguta trama di cui vorrebbe incolparlo la Pubblica Accusa, una trama, che lo vede coinvolto in prima persona nell'assassinio di "Big Dave" Brewster (James Gandolfini) e di Creighton Tolliver (Jon Polito) , senza contare le ovvie implicazioni nel suicidio dell'impeccabile Doris Crane (Frances McDorman), sua moglie. La trama congegnata dall'assassino è degna di una mente finissima e, a guardarlo bene in faccia, Ed non lo è proprio. Anzi, più lo si osserva e più si capisce la verità: Ed è un mediocre, Ed è un barbiere. Se avesse mai una colpa, forse è quella di non trovare posto in questa società. Ed è l'emblema dell'uomo dei nostri tempi, Ed è l'uomo che non c'è."
Questo il discorso con cui l'avvocato, "il migliore sulla piazza", tenta di sottrarre Ed Crane alla pena capitale, tentando di "gettare polvere negli occhi" alla giuria.

Il film di Joel e Ethan Coen ruota tutto intorno ad una famosa riflessione kantiana: la realtà, per il semplice fatto di essere osservata, muta il suo aspetto. Sembra anzi che questa nutra un sinistro gusto nel mettersi al riparo da ogni indagine su di essa, nascondendosi dietro una spessa coltre di apparenza, una barriera fatta di futilità e contingenza, impenetrabile allo sguardo umano.

Ma ciò che sospinge la pellicola oltre il confine del sublime è la modalità con cui questa riflessione viene sviluppata.
Sono due gli elementi caratterizzanti di questo film: la riflessione esistenziale e la superficialità alienante di una società in crisi. Questi due elementi, così in contrapposizione fra essi, sono sviluppati con strumenti altrettanto differenti: il primo viene reso da una sceneggiatura tremendamente coinvolgente, mediante l'utilizzo di soliloqui riflessivi del protagonista; la rappresentazione del secondo è affidata ad una ricostruzione molto suggestiva degli scenari e delle situazioni.

Questa scelta stilistica contribuisce a creare una sorta di dualismo molto sottile e nello stesso tempo molto vivo, che tende, in maniera velata a colpire il senso analitico e morale dello spettatore. Inoltre, ed è in questo che trova sublimazione tutta la poesia che circonda il film, queste due sfere non sono mai indipendenti, ma collaborano con l'effetto di proporre allo spettatore una tecnica narrativa che gli permette di squarciare con violenza la barriera dell'apparenza, per poter guardare le cose da una prospettiva tutt'altro che contingente. In altre parole, è come se allo spettatore, esterno per definizione alla vicenda, fosse concesso il privilegio negato ai personaggi: accarezzare il reale oltre il contingente.

Questo avviene però solamente lasciando coinvolgere tutti i sensi. E' nell'accostamento delle immagini alle riflessioni di Ed che si trova la chiave per fare ciò. Infatti queste ultime rimarrebbero sterili e astratte, se non considerate all'interno del contesto visivo che viene proposto.

Un altro elemento significativo è la caratterizzazione dei personaggi; se infatti tutti sembrano essere profondamente in sintonia col grigiore (sottolineato dalla scelta di una pellicola in bianco e nero) di una società priva di contenuti (e per sottolineare questo, basta pensare alla futilità aneddotica dei loro discorsi, sempre inclini al racconto, mai all'analisi) Ed si allontana completamente da questa linea: è incapace di fare discorsi di circostanza e finisce per essere pressoché taciturno. Tuttavia è dotato di un profondo senso analitico, il che emerge dalle sue riflessione, ma ovviamente queste non possono essere condivise, per loro natura, con gli altri personaggi. Quando prova a condividerle con qualcuno (confessa al capo-barbiere di meravigliarsi di come le persone possano tagliare i loro capelli, che lui considera una parte di noi stessi, per gettarli come se fossero immondizia) viene guardato con sospettosa incomprensione.
Per cui si capisce che il suo modo di proporsi non deriva soltanto da un lato caratteriale, ma anche e soprattutto da un impossibilità comunicativa. Tant'è che in seguito, in un momento molto suggestivo, confessa di sentirsi depositario di una verità incondivisibile con gli altri, una verità che va ben oltre la verità Big Dave; riflessioni accompagnate da immagini di persone che camminano immerse nelle loro inezie, persone che hanno un aspetto in comune: portano tutte il cappello, quasi a voler nascondere una parte di loro stesse, i capelli. E si tratta un cappello che finisce per identificare, come nella poetica pittorica di Magritte, l'emblema di una società superficiale. Ed è l'unico a non portarlo.

Un altro punto molto interessante è la lontananza tra l'atteggiamento di Ed e quello dei suoi concittadini, di fronte alle responsabilità: pare infatti che questi vaghino sempre alla ricerca di un miglioramento, anche quando questo presuppone evasione dall'assunzione delle proprie responsabilità: non fanno altro che discolparsi o tutt'al più logorarsi qualora non esista via d'uscita; al contrario Ed è sempre pronto ad addossarsi le conseguenze delle sue azioni o iniziative e lo fa con una tranquillità che lascia emergere, prorompente, tutta la dignità umana.
A volte Ed non esita a considerarsi colpevole anche di fatti di cui non è il diretto responsabile, se crede che qualche suo gesto o iniziativa abbia in qualche modo contribuito a mandare gli eventi in una certa direzione. Ed è il primo a sentirsi responsabile del suicidio della moglie, rimproverandosi di non esserle stato abbastanza vicino, non conta nulla la relazione adultera che questa coltivava col suo capo. Ed ama la moglie, ma è un amore che va oltre il senso comune: è un sentimento che si fonda sulle percezioni che l'amata gli trasmette e non ha nulla a che vedere col comportamento di questa. Prova in tutti i modi a salvarla da un'ingiusta accusa di omicidio, anche consegnandosi come assassino (effettivamente lo era), ma quando lo fa, non viene neanche preso in considerazione da una società troppo accecata dalle sue convinzioni. Tant'è vero che finisce sulla sedia elettrica per un crimine mai commesso, quello di Creighton Tolliver.
E mentre trascorre i sui ultimi giorni in prigione, intento a scrivere le sue memorie per una "rivista per uomini" che lo paga cinque cents a parola, si trova a meditare sul senso delle cose, accorgendosi che la vita è molto simile ad un labirinto: finché ci si sta dentro sfugge il senso complessivo, che al contrario inizia ad emergere, quando la si guarda da lontano, con più distacco.
Molto suggestive le immagini che accompagnano queste riflessioni, immagini che vedono Ed alzarsi dalla sua cella e trovare, per incanto, tutte le porte aperte e un percorso all'interno del carcere, quasi questo fosse il labirinto così simile alla vita. E si tratta di un percorso che lo conduce di fronte ad un cielo stupendo, da cui spunta un disco volante che lo illumina, a mo' di saluto, come se fosse uno di loro, prima di perdersi nella notte: è l'omaggio ad un alieno, un estraneo, uno che non ha nulla da condividere con quello che lo circonda. Insomma, Ed non trova posto nel grigiore di questa società. Ma è una società che non può avere spazio per uno che "prova ad avere un mondo nel cuore, che non riesce a esprimerlo con le parole". Forse è questo il vero motivo per cui Ed è l'uomo che non c'è. E il suo ultimo augurio, nel lasciare questo mondo, non può essere che quello di rincontrare sua moglie Doris, per poterle finalmente dire tutte quelle cose, che qui, non hanno parole.

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Recensione a cura di echec_fou - aggiornata al 03/11/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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