Recensione la spettatrice regia di Paolo Franchi Italia 2003
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Recensione la spettatrice (2003)

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locandina del film LA SPETTATRICE

Immagine tratta dal film LA SPETTATRICE

Immagine tratta dal film LA SPETTATRICE

Immagine tratta dal film LA SPETTATRICE

Immagine tratta dal film LA SPETTATRICE

Immagine tratta dal film LA SPETTATRICE
 

Valeria, interprete simultanea torinese, vive una vita dissociata, tra un lavoro che la aliena, e la dimensione onirica di un amore vissuto a distanza, attraverso una finestra. L'amato bene (Massimo), all'oscuro di tutto, passa giornate solitarie dedicando amorevoli cure al suo cane, eterna mente spiato dalla giovane attraverso i vetri: cortina simbolica della difficoltà nell'accorciare le distanze relazionali.
L'amato, ricercatore scientifico di vaglia, decide poi di trasferirsi a Roma, recuperando un rapporto sentimentale difficile ed irrisolto con una ex amante, non più giovane e piuttosto problematica.
Sentendosi perduta, la giovane Valeria, lo insegue nella capitale fino ad entrare in confidenza con la di lui amante, sempre di nascosto; in tal modo arriva ad una conoscenza diretta con Massimo, velata e sussiegosa, che sfocerà, infine, in un sentimento vero da parte di lui, dopo la rottura definitiva con l'amante di un tempo. Ed ecco che la giovane, di fronte all'ipotesi inopinata di dare corpo reale ad una relazione vera, decide di fuggire, tornando a Torino.

Il film ha aspetti davvero interessanti sul piano formale e su quello tematico.
Parte con ritmi molto lenti, ma non tediosi, essenziali per entrare nella psicologia del personaggio femminile: e qui la splendida fotografia gioca un ruolo davvero importante, dipingendo una Torino caotica e indistinta, e indugiando a lungo sulla vita vissuta tra quattro muri, con sfumature impressionistiche; che si ripeteranno durante tutta la protezione, con l'abbinamento sapiente del sonoro. Decisamente superlativa, contributo fondamentale alla riuscita del film, la recitazione, in particolare delle due attrici; molto sofferta e drammatica quella della francese Brigitte Catillon, che impersona l'ex amante: ma ancor più quella di Barbara Bobulova (Valeria); per noi una, vera scoperta. L'intensità dell'espresslone, la capacltà di comunicare con lo sguardo, in modo preteritivo, dà alla figura della giovane un che di ieratico e spirituale, come in certe iconografie sacre. Un'attrice a nostro avviso di raro talento, col fascino speciale della Adjani delle origini. Nel suo complesso, di storia e di atmosfera, il film è destinato a piacere molto alle donne, per il taglio romantico e le suggestioni emotive degli amori sognati e mai realizzati.

Ma ad un tempo desta forte interesse per la lettura psicanalitica, che si impone dall'inizio con un messaggio preciso, quando Valeria, ospite dalla madre a Genova, viene liquidata in poche parole con un bigliettino.
Siamo alle solite, con gli irrisolti tra madre e figlia: la ragazza non ha avuto la debita accettazione dalla madre, derivandone pessimismo esistenziale e stati depressivi. Peggio ancora reingaggia con la nuova amica romana il conflitto individuato con tanta chiarezza da Freud: la rivalità con la madre, cui la bambina vorrebbe rubare l'amore del padre. Al punto che, una volta riuscitaci, quando Massimo diventa disponibile, decide di abbandonare il campo e di tornare a casa.
Per altro l'amore che Massimo dimostrava al suo cane la prendeva perchè simbolico dell'affetto paterno, di cui ogni donna, adulta o bambina, va eternamente in cerca.
Si arriva così alla conclusione imprevista della fuga di Valeria, per spiegare la quale mi è più facile rifarmi a mie convinzioni personali: le donne non amano gli uomini, ma l'idea in sè dell'amore. E si servono dei partner per appagare questo bisogno, usandoli ad arte. Non importa chi, la maggior parte delle volte: basta che copra il ruolo rituale, riempiendo il vuoto del momento. L'amore verso l'uomo è dunque puramente strumentale, essendo al contrario prioritaria, anche se a livello inconscio, l'esigenza "fisiologica" e naturale dei figli. Per questo la giovane Valeria si crogiola masochisticamente dietro alle finestre nelle sofferenze di Cupido; mentre quando Massimo, ingenuo e sprovveduto, si rende disponibile, il meccanismo si spezza, e la fervida amorosa se ne fugge a gambe levate!

Condivisibile o meno questa interpretazione, resta il fatto che l'opera prima del regista Franchi fa molto riflettere, aggiungendo pregevole sostanza tematica alle qualità estetico-formali decantate in apertura.

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 18/07/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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