Recensione la guerra di mario regia di Antonio Capuano Italia 2005
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Recensione la guerra di mario (2005)

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Migliore attrice protagonista (Valeria Golino)Premio dei critici
VINCITORE DI 2 PREMI DAVID DI DONATELLO:
Migliore attrice protagonista (Valeria Golino), Premio dei critici
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locandina del film LA GUERRA DI MARIO

Immagine tratta dal film LA GUERRA DI MARIO

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Immagine tratta dal film LA GUERRA DI MARIO

Immagine tratta dal film LA GUERRA DI MARIO
 

Giusto ieri sera ho visto il film di Capuano, e proprio oggi ci arriva dal paese di Cutolo, tristo boss della camorra, la drammatica testimonianza degli studenti di una scuola superiore di Ottaviano: il 46% la ritiene invincibile, mentre il 12% esprime giudizi favorevoli sulle cosche.
Basterebbe questo a inquadrare l'ambiente descritto nel film come originario del piccolo interprete Mario (Grieco, grande attore in erba!), e le ragioni socio-culturali del suo malessere di fondo.
Altrettanto vale per la famiglia di sangue del piccolo "deviante", la madre prostituta, sboccata, insensibile e senza ritegni, e il suo ganzo, mariuolo impenitente, tipico figuro dei bassi napoletani, personaggio classico del "teatro dell'arte" locale: "o malamente"!
In aggiunta il contorno dei piccoli guappi, sulla strada fin da bambini, descolarizzati, arroganti ed aggressivi, avviati realisticamente ad un futuro senza speranze. Ben triste, questo quadro, che, mutatis mutandis, ci rinvia al destino perso e disperante dei piccoli prostituti/e del turismo sessuale, senza prospettive di una vita umanamente degna.

Nel racconto, poi, sembra che la piccola vittima, Mario, abbia piena coscienza di quello che gli succede, ma che lo viva come un destino crudele e ineluttabile, da esorcizzare attraverso il racconto fantastico della sua guerra personale, ingaggiata col vivere; come nei bei versi poetici, che ci vengono in mente, di una "Lettera dal fronte" di 'sta guerra infinita che ci ha dato la vita...'. E proprio nel commento intimo "fuori campo" del piccolo interprete sta a mio avviso, la trovata più originale e commovente del film.
Che invece si perde sugli altri elementi portanti. Sul contesto sopra delineato, infatti, si innesta una ponderosa storia di adozione ed affidamento, con simbologie di tre valenze diverse: politiche, morali e psicologiche.
Per le prime: la evidente contrapposizione tra il mondo borghese privilegiato che offre accoglienza al bambino disadattato, ma che vuole mantenere bene le distanza dal suo entourage di origine (soprattutto a livello istituzionale, di scuola e apparati giudiziari).
Sul piano morale ci si interroga sul diritto dell'individuo a scegliersi la vita autonomamente, anche in opposizione alla cosiddetta "normalità" (quando Mario rifiuta l'insegnamento del pianoforte e ci prova da solo... sostenuto in questo dalla madre).
E infine, al di sopra di tutti gli altri, il terzo aspetto citato, che riguarda aspetti fondamentali della psicologia umana toccando le corde diverse dell'amore al femminile e al maschile, di maternità e paternità, dei rapporti edipici con le proprie radici, delle priorità effettive di uomo e donna.

Nel conflitto tra il fidanzato/convivente e il piccolo intruso, Mario, emerge con grande sincerità, un problema di tutti gli uomini, che molti misconoscono: il cosiddetto "Complesso di Crono", di ostilità verso il nuovo venuto.
Frequente nei casi in cui il bambino venga al mondo contro il desiderio dei genitori, o, ancor più, legato alla paura del padre di essere spodestato; inizialmente come "amante" della madre, in età matura, come concorrente per i ruoli di potere, ove il padre cominci un naturale declino fisico e spirituale (il mito di Crono, spodestato da Urano); il tutto effetto collaterale del più vasto Complesso di Edipo. Molto evidente tale rifiuto, quando il padre putativo evita di chiamare il bambino per nome.
Diametralmente opposta la figura della madre (una convincente Valeria Golino), guidata dal pilota automatico-genetico della sua femminilità all'essere madre comunque, anche a costo di una isterica cecità verso ogni forma di buon senso (per lei, il piccolo mariuolo avrebbe sempre ragione...). E qui ricordiamo una frase di Pennac: "Non c'è posto al mondo abbastanza lontano dove possa rifugiarsi un uomo da cui una donna abbia deciso di avere un figlio!! ".
Dove il quadro psicologico si completa nel rapporto con la madre di lei, responsabilizzata proprio per non aver saputo trasmettere la vocazione genetica alla maternità. Un insieme di (ordinarie) nevrosi concluso infine felicemente con l'affidamento del piccolo ad un'altra famiglia...!!.

Nobilissimo il fatto in sé, di affrontare le problematiche dell'adozione e dell'affidamento familiare, non necessariamente il tutto si converte in poesia e valore estetico.
Il film di Capuano propone bensì argomenti forti e stimolanti, ma non riesce ad emozionare, spingendo più alla rabbia che alla commozione. Forse perché presentato con la freddezza e il rigore di un documentario di costume e di denuncia, o di certi réportages di guerra, dove i poveri morti appaiono semplici pupazzi di un giuoco cinico e perverso, visti con distacco e senza partecipazione. Per questo non concordo con certa critica che si rifà per il film al neo-realismo di De Sica, in sé più commosso e solidale.
Al massimo si potrebbe citare il Francesco Rosi, "Le mani sulla città", in B/N, peraltro film politico, di calibro ben diverso.
Come non concordo assolutamente con chi ha esaltato la qualità della fotografia, apparsami invece addirittura carente sul piano tecnico; diafana e scolorita come sovraesposta, con riprese e carrellate talora eccessivamente affrettate.
Belli solo i primi piani della Golino... con la sua vocazione cieca alla maternità, e la sua ostinazione nel forzare la mano del piccolo per una forma isterica di captatio benevolentiae.

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 29/03/2006

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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