Recensione io confesso regia di Alfred Hitchcock USA 1953
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Recensione io confesso (1953)

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locandina del film IO CONFESSO

Immagine tratta dal film IO CONFESSO

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Immagine tratta dal film IO CONFESSO
 

Quando nel 1953 Alfred Hitchcock realizzò "Io confesso" era reduce da una serie di clamorosi successi ("Io ti salverò", "Notorius - L'amante perduta", "Il caso Paradine", "Nodo alla gola", "L'altro uomo") ed era già considerato un maestro del mistero e della suspense (anche se alcuni critici del gusto non si erano risparmiati dallo svillaneggiarlo definendolo "regista commerciale e di genere").
Nonostante ciò il film non ebbe il successo sperato dallo stesso Hitchcock (che veniva da due anni di inattività), anche a causa della solita critica che considerò il film (profondamente a torto) uno fra i minori del regista.

E invece "Io confesso" è un film grandioso, è il film in cui Hitch elabora magistralmente il concetto di senso di colpa, esplora il tema dell'innocente che si deve discolpare e coinvolge lo spettatore in un vortice di tensione che lo porta, alla fine, a solidarizzare col protagonista, che sa ingiustamente accusato.
Certo "Io confesso" è un film per certi versi anomalo nel panorama cinematografico hitchcockiano, anche se la sua cinematografia è difficilmente iscrivibile in un solo schema di giudizio: mancano quell'umorismo e quell'ironia che erano una costante delle sue opere, ma questo è dovuto principalmente alle tematiche, non facili, della pellicola; mancano inoltre quei momenti di autentica tensione e di forte azione tipicamente hitchcockiani, forse a causa dell'impianto eccessivamente teatrale della sceneggiatura e, infine, manca quel tocco psicanalitico-sessuale con cui Hitch amava sondare l'animo dei suoi personaggi.
Resta l'impianto architettonico di fondo con cui il regista amava scavare la psiche dei suoi protagonisti, lacerata, come in questo caso, dal rimorso; resta il tema ossessivo della ricerca della verità, ostacolata da ogni tipo di incidente o di costrinzione; resta il modo, assolutamente unico, di far scaturire inquietitudine dallo schermo, che porta gli spettatori a sperare che il presunto colpevole riesca alla fine a ritrovare la via d'uscita per riconquistrare la dignità e il rispetto di se stesso.

"Io confesso" è il film in cui più forte si nota l'ascendente che l'educazione cattolica (ricevuta in un severo convitto di gesuiti) aveva avuto sul regista, e che, inevitabilmente, traspare in quasi tutti i suoi lavori, ed in particolare in questo.
Ciò spiega l'attaccamento dimostrato da Hitchcock verso questo soggetto (completamente avulso dalle tematiche ideologiche delle altre opere di questo grandissimo regista), nonostante l'argomento, estremamente lacerante, non fosse dei più semplici da trattare, perchè andava a toccare, in modo piuttosto pesante ed anche sottilmente critico, alcuni dei dogmi più forti del cattolicesimo quali il segreto confessionale, e forse anche il celibato sacerdotale.

Il film segna l'addio di Hitch allo stile espressionista e l'adozione del metodo basato maggiormente sulle atmosfere, giocate con straordinario uso di luci e ombre in cui agiscono i protagonisti o che creano l'ambiente adatto in cui farli movere (straordianarie le riprese in chiesa, tutto un rincorrersi di linee curve che si elevano verso l'alto, quasi a sottolinearne l'architettura gotica, con la macchina da presa che corre e si muove per linee rette).

"Io confesso" è anche il film su una grandissima figura d'uomo, un uomo di fede, un sacerdote, padre Michael Logan, tormentato dal senso di colpa ma illuminato da una vera e profonda dignità che lo porta a non tradire i suoi doveri ecclesiastici, anche a rischio della condanna personale e, contemporaneamente, all'impunità per l'assassino.
Egli infatti una notte, nel silenzio della sua chiesa, ascolta la confessione del suo sagrestano, che gli confida di aver appena ucciso un uomo che lo ha sorpreso a rubare in casa sua.
E cosi, quando il giorno dopo si reca in casa dell'avvocato Vilette e lo trova morto, non può rivelare alla polizia il nome dell'assassino in quanto vincolato dal segreto della confessione, e neppure spiegare perchè aveva appuntamento con la vittima. La reticenza del sacerdote insospettisce l'ispettore Larrue, che lo osserva mentre si allontana dalla casa e si apparta con una donna che lo aspetta poco lontano.
Quando poi due bambine testimoniano di aver visto, la notte del delitto, un sacerdote uscire dalla casa della vittima, la polizia comincia a sospettare di padre Logan, che viene incriminato; anche perchè il sagrestano fa trovare nella sua stanza una tonaca macchiata di sangue.
Saputo dell'incriminazione, la donna misteriosa incontrata da padre Logan, che altri non è che la moglie del procuratore, si reca dalla polizia per aiutare il giovane prete e, al cospetto dell'ispettore, confessa di conoscere il sacerdote e di aver avuto in gioventù una relazione con lui, prima che prendesse i voti, e di esserne ancora innamorata. Rivela inoltre che, quando per un crudele scherzo del destino aveva creduto che l'uomo amato fosse morto al fronte, si era rassegnata a sposare il procuratore.
Quando il suo innamorato era tornato a casa si erano incontrati per l'ultima volta, prima della definitiva separazione e prima che egli scegliesse di diventare prete. Quell'incontro aveva avuto un testimone, l'avvocato Vilette, appunto, uomo avido e cattivo, che aveva preso a ricattarli.
Per questo motivo, e per un definitivo chiarimento, quel giorno padre Logan era andato a trovarlo a casa sua.
Al processo, nonostante tutti gli indizi siano contro di lui, padre Logan viene assolto con un verdetto che fa infuriare la folla, che grida tutto il suo disprezzo all'indirizzo del sacerdote.
Vedendo il prete così oltraggiato dai fedeli, la moglie del sacrestano non regge al rimorso e grida: "E' innocente, mio marito..."; ma un colpo di pistola sparato dal sagrestano spezza la confessione della donna.
Ormai braccato, l'uomo fugge e si rifugia in un albergo dove lo affronta padre Logan, ma proprio mentre sta per far fuoco contro il sacerdote, la polizia, intervenuta, lo abbatte. Morente, egli invoca il perdono del sacerdote e lo scagiona definitivamente.

Messa così potrebbe sembrare la trama di un banale melodramma, e invece il genio del regista ne fa una storia profondamente avvincente, dalle tematiche estremamente laceranti, con alcuni momenti in cui la tensione si fa palpabile, quasi insostenibile per gli spettatori: come, per esempio, nella scena del refettorio, quando la moglie del sacrestano serve il tè agli altri sacerdoti, tutta un baluginare di sguardi, quasi un dialogo muto tra la donna e padre Logan, mentre tutto intorno, quasi a spezzarne la drammaticità, fiorisce il chiacchierio tranquillo e quasi banale dei presenti; oppure nella lunga fase processuale del film, in cui lo spettatore non aspetta che il momento liberatorio in cui padre Logan finalmente si discolperà, rivelando il nome dell'assassino, con quelle inquadrature profondamente veriste dei volti; o, infine, nella notevole sequenza finale, quando sul volto dell'assassino passano tutte le sfumature dei suoi stati d'animo, l'odio, la cattiveria, la vigliaccheria, che poco per volta si tramutano in paura, rimorso, redenzione.

Tutti perfettamente in parte gli interpreti, anche se su tutti si elevano le straordinarie figure di padre Logan e dell'ispettore Larrue, mirabilmete interpretati da quello straordiario talento di Montgomery Clift e dall'altrettanto notevole Karl Malden.

Quando Clift ebbe la certezza di interpretare "Io confesso" si mostrò subito pieno di entusiasmo all'idea di impersonare un sacerdote, perchè lo affascinava molto il tema della santità e del martirio.
Qualche anno prima di girare il film aveva conosciuto un giovane religioso, fratello Thomas, con cui mantenne in seguito una fitta corrispondenza epistolare. Qualche tempo prima che iniziassero le riprese ottenne di essere ospitato presso il suo ordine, e così per cinque giorni il giovane attore si alzò all'alba per ascoltare con lui la prima messa, ne imparò il rituale ed anche qualche parola in latino.

Nonostante ciò le riprese non furono per niente tranquille, ed anzi furono travagliate da numerosi problemi a causa dello sceneggiatore George Tabori, che si dimise quasi subito perchè in disaccordo con Hitchcock sul finale del film, in quanto la sceneggiatura originale prevedeva che la pellicola fosse un dramma di suspense e terminasse con la condanna a morte del giovane prete; invece Hitchcock optò per il lieto fine, forse per non mettersi in attrito con la chiesa cattolica, che non avrebbe visto di buon occhio la condanna a morte di un religioso a causa della rigida osservanza di un vincolo sacramentale.

Altrettanti problemi creò la fragile e problematica personalità di Clift che spesso si presentava sul set ubriaco, torturato da una psicologia tormentata, forse anche a causa del disagio esistenziale dovuto alla sua ambiguità sessuale, non negata, ma neppure completamente accettata.
Sul set rifiutò la collaborazione con il resto della troupe, e l'unico collega del cast che accettò fu Karl Malden, che lui stesso aveva imposto alla produzione per la parte dell'ispettore Larrue, anche se ben presto anche egli uscì dalle sue grazie in quanto non recitava le scene con la stessa meticolosa precisione con la quale le provava la sera precedente.
Come al solito l'attore era dominato dalla personalità di Mira Rostova, la sua insegnante, che lo seguiva ovunque e dalla quale aspettava l'approvazione prima di girare qualsiasi scena.

Si ricorda, per esempio, che nel girare la scena in cui padre Logan si rifiuta di rivelare all'ispettore il nome del vero omicida, entrambi gli attori diedero prova di grande intensità, tanto che Hitchcock si dimostro subito entusista.
Ma quando Clift vide la Rostova fare cenno di no con la testa, pretese immediatamente di rifare la scena, facendo andare su tutte le furie il regista che, tremante di rabbia, ordinò di rigirare il tutto.

In ogni modo, anche e sopratutto in questo film, Clift si conferma un vero talento, un gigante capace di assoluto rigore professionale.
È stato piuttosto impietoso François Trouffaut, grande estimatore di Hitchcock, a scrivere che Montgomery Clift ha una sola espressione facciale dall'inizio alla fine del film.
È vero, Monty ha una sola espressione facciale in quasi tutto il film, una espressione di allucinata dignità, ma risiede in ciò stesso il carisma di questo grandissimo attore, una espressione che non cambia perchè sicuro della propria integrità morale, che rifiuta di essere violentato ma che al tempo stesso soggiace ai dogmi di una istituzione che ama, al peso di un segreto che lo dilania e ne dilania la coscienza.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 03/10/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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