Recensione io ballo da sola regia di Bernardo Bertolucci Italia, Gran Bretagna 1996
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Recensione io ballo da sola (1996)

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locandina del film IO BALLO DA SOLA

Immagine tratta dal film IO BALLO DA SOLA

Immagine tratta dal film IO BALLO DA SOLA

Immagine tratta dal film IO BALLO DA SOLA

Immagine tratta dal film IO BALLO DA SOLA

Immagine tratta dal film IO BALLO DA SOLA
 

Non è mai cosa semplice fermarsi a riflettere, sedersi su una panca di pietra e tirare le fila della propria esistenza; ogni riflessione porta con sé amarezza, disillusioni, mete svanite, occasioni sprecate, sguardi spenti. Se si è fortunati, però, si deporranno i semi per una nuova rinascita, che si accompagnerà ad una ritrovata maturità.
È questo ciò che accade a Bernardo Bertolucci ed alla galleria di anime salve sperdute in un angolo insignificante della provincia senese: un ritrovarsi uniti, fianco a fianco, spalla a spalla del regista con i propri personaggi, i propri fantasmi, i propri timori, la propria malinconia, dopo i clamori e le emicranie delle sue megaproduzioni hollywoodiane.

"Io ballo da sola" è la storia di un'adolescente inquieta in vacanza presso un antico casale in Val d'Orcia, popolato da una serie di artisti amici della sua madre suicida. In quest'angolo di terra, catalizzatore di emozioni, Lucy scoprirà l'amore ed apprenderà la verità sulla sua famiglia, in un viaggio iniziatico che segnerà non solo lei, ma tutti gli spiriti che toccherà con la propria purezza.

I personaggi che animano "Io ballo da sola" sono lo specchio dell'anima del regista: figli degli anni della contestazione rifugiatisi in un nido immutato ed immutabile per sfuggire alle proprie riflessioni ed all'impietoso giudizio della Storia, si circondano della fissità degli sguardi di statue di terracotta (opera di Matthew Spender); unica concessione all'orgoglio di una generazione è una statua di San Sebastiano, il cui corpo crivellato di frecce emerge con vigore tra le forme stilizzate di Spender.
Ognuno di loro ha il proprio conto aperto col passato e teme il presente, rappresentato dalla giovane, innocente ma voluttuosa Lucy, davanti alla quale cadrà ogni maschera.

Ian e Diana sono una coppia ormai smarrita nella propria memoria, incapace di adeguarsi alle rughe sulla propria pelle ed imprigionata nel decadentismo della propria condizione: Ian, lo scultore, passa le proprie giornate a creare statue aggredendo il legno con una sega elettrica, quasi in sfregio alle sfaccettature dei personaggi cui dà vita; personaggi il cui destino sarà quello di diventare immutabili spettatori del teatrino della sua vita e di quella degli ospiti del Casale. La scoperta di Lucy, di quella figlia che ha sempre dovuto vedere in tralice, darà un senso a vent'anni di menzogne e tradimenti buoni solo per i rimorsi a posteriori.
Diana è invece una donna rapita dalla propria bellezza decadente, leale al proprio corpo sfiorito, che in Lucy ritrova la giovinezza perduta ed un motivo di concreto interesse per quella verginità vista con gli occhi sognanti di un'adolescente moderna, legata ancora all'idea dell'amore come Amore cui donarsi senza svendersi.

Noemi, poi, è una scrittrice che tiene una rubrica per cuori solitari; proprio lei, che non indugia dinanzi alle lusinghe di un giovane spasimante che le fa ricordare di quando "sbocciavan le viole" ma a cui la vita, al momento della resa dei conti, ha presentato un conto fatto di solitudine e ricordi sbiaditi dal tempo.

Poi c'è Alex, il poeta, eccentrico letterato ormai debilitato dal cancro, paradigma perfetto dei tempi che furono, morbosamente attratto da Lucy e dal suo candore verginale.
È proprio Alex, cui presta il volto uno strepitoso Jeremy Irons, la chiave di volta dell'esperienza formativa di Lucy; la sua forza vitale, il suo smaliziato cinismo e la sua ambiguità sorniona straziati dalla malattia le daranno la forza necessaria per comprendere l'importanza delle sue ricerche: quella del suo vero padre e quella del suo vero amore.

Proprio la ricerca del ragazzo che le scriveva parole di fuoco, risvegliando in lei la passione per la poesia già tramandatale dalla madre, passerà per gli incontri con i figli della generazione precedente: pallide imitazioni dei propri genitori, viziati pseudo-bohemien belli senza essere dannati come Christopher, Miranda e Niccolò, che Lucy credeva essere il mondo, ma che si rivelerà essere solo un granello di polvere incapace di raccogliere il suo Amore.
Amore che invece andrà a chi ha saputo aspettarlo in silenzio, proprio come lei, proprio come Bertolucci stesso, che è stato in grado di attendere con pazienza questo piccolo film, ideale eredità lasciata da Paul e Jeanne dopo il loro "Ultimo tango a Parigi".

L'accostamento di "Io ballo da sola" al capolavoro del 1972 non sembri blasfemo: quello che Bertolucci ha seminato con l'"Ultimo tango" lo raccoglie con "Stealing beauty", sostituendo l'Appartamento nel cuore di Parigi, rifugio in cui Paul e Jeanne potevano illudersi di condurre una vita al di fuori dal mondo, con il Casale in Val d'Orcia, nido in cui i protagonisti si barricano per rimanere ancorati all'idea che hanno di se stessi. Ma una vita posticcia prima o poi presenta sempre il conto, e così come accadeva a Marlon Brando, anche gli artisti di questa pellicola rimarranno travolti dalla malinconia di fondo della realtà esterna.
Se però in "Ultimo tango a Parigi" lo sguardo era improntato al pessimismo, in "Io ballo da sola" Lucy rappresenta un elemento salvifico inedito, e la scena finale lascia presagire una ritrovata speranza per le generazioni future, meno ideologizzate ma più sincere dei propri genitori.
QUesta netta divisione tra i due mondi è ben rappresentata dalla scena portante del film, in cui Lucy si dimena nella propria stanza sulle note di "Rock Star" delle Hole, emanate dal proprio walkman: una liberatoria scarica adrenalinica per lei, urla silenziose per il resto del Casale, che non riesce a sentire cosa la spinga ad agitarsi tanto: ennesima metafora della barriera tra il mondo di Lucy e quello dei suoi compagni di viaggio, relegati al di fuori delle sue danze.

Da un punto di vista squisitamente tecnico il film è una gioia per gli occhi ed il cuore: i meravigliosi paesaggi delle crete senesi sono fotografati con colori caldi da Darius Khondji, già direttore della fotografia di "Seven", e la macchina da presa di Bertolucci si diletta nel perdersi in tanto splendore quasi quanto nei volti espressivi dei propri protagonisti.
A tale proposito, una particolare menzione va fatta per l'esordiente Liv Tyler, bravissima, per Jeremy Irons, in una delle sue migliori interpretazioni, e per Sinead Cusack, nella vita moglie dello stesso Irons. Da segnalare altresì una giovanissima ma già promettente Rachel Weisz nel ruolo di Miranda. Meno convincente Stefania Sandrelli, sui soliti livelli recitativi purtroppo mai esaltanti.

"Io ballo da sola" è un film considerato a torto un minore nella produzione di Bertolucci, che merita invece attenzione per la lucidità dell'analisi e per la freschezza con cui riesce a trattare tematiche spinose e distanti tra loro senza alcuna caduta di tono.
Una portata prelibata, servita quando la maggior parte dei commensali ha già lasciato il tavolo, ma non per questo meno gustosa.

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Recensione a cura di Jellybelly - aggiornata al 23/01/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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