Recensione il giglio delle tenebre regia di Georg Wilhelm Pabst Germania 1927
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Recensione il giglio delle tenebre (1927)

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locandina del film IL GIGLIO DELLE TENEBRE

Immagine tratta dal film IL GIGLIO DELLE TENEBRE

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Il boemo George Wilhem Pabst, regista e autore del film "Il giglio delle tenebre", nato a Raudnitz il 25 agosto del 1885 e morto a Vienna il 29 maggio del 1967, è stato uno dei fondatori del cinema realista, di cui anche questo film fa parte; un genere stilistico che Pabst svolge in modo originale coniugandolo, per gli aspetti più simbolici, con una filosofia legata alla "nuova oggettività" (Neue Sachlihkeit) movimento artistico reattivo all'espressionismo e caratterizzato da una rappresentazione della realtà in una forma diretta, senza alcuna manipolazione soggettiva se non per ciò che riguarda un'emotività di fondo che fa da sfondo ai soggetti fotografici creando un'atmosfera tipicamente romantica che rispecchia in buona parte l'intonazione artistica tedesca degli anni intorno al 1925.
I soggetti presenti in questo film erano spesso usati dal movimento artistico della "Nuova oggettività" per richiamare certe realtà di quel tempo, e colpivano per il verismo del sociale, quello più sfavorevole; frequenti erano infatti le figure di prostitute, mutilati di guerra opportunamente accostati alle rovine provocate da lunghi combattimenti, truffatori, seduttori perfidi, sfruttatori senza scrupoli, e profittatori di situazioni sfavorevoli che danneggiavano soprattutto la povera gente.

"Il giglio delle tenebre" ("Die Liebe der Jeanne Ney"), del 1927, è il terzo lungometraggio muto di Pabst, dopo "Il tesoro" del 1923 e "La Via senza gioia" del 1925 con Greta Garbo, film di rottura con i temi e le convenzioni visive usuali in quel tempo.
Il film è ambientato in Crimea ed a Parigi durante la rivoluzione russa del 1918, che aveva indirettamente innestato la guerra civile in quella grande regione russa, oggi appartenente all'Ucraina, coinvolgendo politicamente anche diverse nazioni straniere. Ha avuto un buon successo di critica e di pubblico ed è tratto da un romanzo di Il'ja G. Erenburg, sceneggiato liberamente da Ladislaus Vajda e Rudolf Leonhardt.
Il racconto si svolge durante i fatti più significativi della rivoluzione, che vedeva l'armata rossa dei bolscevichi scontrarsi duramente con l'armata bianca di diversa ideologia e cercare di forzare la situazione anche in Crimea. L'intera regione russa era socialmente e istituzionalmente sconvolta, regnava un caos amministrativo e organizzativo di vaste proporzioni che portava a smisurate trasgressioni di costume con una immoralità senza precedenti dove orge e corruzioni di alti ufficiali dilagavano, e prendeva campo nel territorio un brulicare impunito di persone laide dedite alla truffa e all'omicidio per banali interessi.

Il limite di questo film diretto da Pabst sta nel presentare agli spettatori un racconto intessuto di una forte atmosfera romantica che probabilmente nella Russia di allora, egemonizzata da diverse ideologie comuniste e anarchiche nonché da vaste frange di cristianesimo ortodosso, non esisteva se non in alcuni gruppi artistici di avanguardia.
Pabst, nonostante gli ammirevoli sforzi per girare scene estremamente realistiche, intese come fedele specchio della cultura e della storia di quel periodo in Russia, sembra a un certo punto cedere a qualcosa di irrefrenabile, a pulsioni estetiche personali di forti intensità, che vanno a sovrapporsi irrimediabilmente al debole tessuto sociale russo abbozzato con la cinepresa in un primo tempo. Il suo infuocato temperamento artistico e le dominanti idee-emozioni del movimento tedesco della "Nuova oggettività", vanno a sovrapporsi a una realtà altra, troppo poco definita nella sua obiettività, fino al punto da poetizzarla in una forma straniante, occidentale, che ne annacqua i contenuti.
Nel film il giudizio univoco, severo, dato dai personaggi buoni su quelli colpevoli, porta nel finale a una condanna senza appelli dei cattivi, al trionfo del bene su un male mai analizzato, per niente calato nel sociale dell'epoca, non spiegato, un male che rimane compatto, chiuso, incomprensibile, in un certo senso cattolicizzato in una forma occidentale vicina al concetto di istinto malvagio che si presume pervada l'uomo lontano da Dio.
Il male del film quindi è un male addossabile totalmente ai malfattori.

In questo film Pabst fa spettacolo giostrando tra patetismo e il senso di colpa presente nei desideri che hanno a volte i poveri quando osano fantasticare su una possibile relazione con un personaggio della società bene, un rapporto che una volta concretizzato svela un inganno, una delusione. Pabst fa trionfare la passione amorosa genuina, come quella dei due protagonisti che sconfiggono la volgarità dei sentimenti molto diffusa all'epoca nelle classi anche più colte, potenziata com'era da una situazione sociale ed economica estremamente negativa che portava molte persone a cercare nell'avventura amorosa non i sentimenti ma banali risorse per sopravvivere.
L'amore dei due protagonisti diventa assoluto, forza rivoluzionaria, ricerca etica supportata dall'ideologia della giustizia proletaria, spinta a una militanza inesauribile a favore delle rivolte portuali bolsceviche negli altri paesi europei, ad esempio Tolone.

Khalibiev, uno dei personaggi negativi del film, è un uomo bello e affascinante che vive di espedienti sfruttando la sua abilità recitativa e la non comune avvenenza fisica, il suo lavoro consiste nel procurare ai controrivoluzionari liste di agenti bolscevichi presenti nella regione.
Andreas Labov è uno degli agenti capo dei bolscevichi presenti in Crimea; si innamora di Jeanne, nipote di Andrè Ney, un losco individuo che fa il capo Detective in uno studio di sua proprietà a Parigi.
Andrè Ney dà lavoro alla nipote orfana sperando in cuor suo di ottenere un giorno anche i suoi favori sessuali, ma Jeanne ritrova insieme allo zio la sua amata cugina cieca Gabrielle figlia di Andrè con la quale rinasce un forte rapporto affettivo che le darà la forza per sostenere il suo non facile momento esistenziale.
Nel frattempo l'armata rossa prende possesso della capitale della Crimea ed estende la sua influenza anche a Parigi dove gli agenti segreti tra i quali Andreas lavorano per favorire la rivolta dei marinai di Tolone contro il governo francese.
Khalibiev anche lui a Parigi sotto false generalità si reca nello studio di Raymond Ney per tenere i contatti con l'agente bolscevico Andreas al fine di trarne vantaggi personali denunciandone la presenza, a tal scopo cerca di mettersi in mezzo tra lui e la sua donna; l'uomo finge interesse per la cieca Gabrielle per poterla sposare e fuggire con i suoi soldi ma familiarizza con la sua bella cugina Jeanne, amante di Andreas, con cui spera di avere una relazione e a cui riesce in seguito a sottrarre anche dalla sua borsa una foto di Andreas con l'intenzione di addebitargli i suoi futuri reati.

L'agenzia del detective Raymond è incaricata, dietro un compenso di 50.000 dollari, di ritrovare un diamante rubato di 23 carati a un ricco possidente. Dopo alcune indagini un incaricato dell'agenzia scopre che la pietra preziosa è stata letteralmente beccata e ingerita da un pappagallo quando il volatile si è trovato vicino l'anello del proprietario mr. Jack, a questa conclusione si è arrivati dopo che la stessa cosa stava per accadere all'incaricato dell'indagine recatosi a far visita a un gioielliere conoscente di Mr. Jack, il quale intuito quanto poteva esser successo al miliardario uccide il volatile gettando nella costernazione la vecchia proprietaria e ne estrae dallo stomaco la pietra preziosa.
Khalibiev entra poi in possesso della pietra preziosa recuperata dallo studio del detective, aggredendo Raymond nel suo ufficio e uccidendolo; dopo farà in modo che le colpe ricadano su Andreas del quale rilascia un portafoglio con la sua foto dentro.
Jeanne venuta a sapere dai giornali che il suo amato è ricercato per furto e omicidio cerca di convincere Khalibiev a testimoniare a suo favore; l'uomo infatti li aveva visti uscire, nella notte dell'omicidio, da un albergo di Montparnasse.
A Jeanne e Andreas non resta che separarsi e partire per Tolone dove si rincontreranno per amarsi e portare avanti anche un'azione rivoluzionaria; Jeanne in precedenza era stata molestata e licenziata da Raymond. Sul treno, sola con Khalibiev la donna insiste per ottenere dall'uomo la testimonianza che le occorre per scagionare Andreas, ma l'uomo vuole prima possederla; al suo rifiuto nasce tra i due una violenta colluttazione; quando Jeanne decide di urlare Khalibiev gli mette sulla bocca un fazzoletto bianco da cui cade il diamante da 23 carati rubato, la donna capisce allora che Khalibiev non la può aiutare perché è lui che ha rubato il diamante nello studio del detective uccidendo il capo Raymond a scopo di rapina. Con prontezza di spirito la donna tira la maniglia del freno automatico dell'allarme del treno e all'arrivo dei poliziotti urla: "è lui l'assassino di Raymond" mostrando il diamante rubato, al che Khalibiev preso dal senso di colpa tenta di fuggire ma viene catturato e consegnato alla giustizia.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 18/06/2010 16.52.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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