Recensione il gigante regia di George Stevens USA 1956
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Recensione il gigante (1956)

Voto Visitatori:   8,04 / 10 (23 voti)8,04Grafico
Miglior regia
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Miglior regia
Migliore produttore straniero
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locandina del film IL GIGANTE

Immagine tratta dal film IL GIGANTE

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Immagine tratta dal film IL GIGANTE

Immagine tratta dal film IL GIGANTE
 

Film del 1956 diretto da George Stevens - onesto artigiano hollywoodiano destinato a realizzare pellicole che non lasceranno una grande impronta nella storia del cinema - "Il gigante" ha come caratteristica quella di essere l'ultimo film girato dal mitico James Dean, morto per un incidente automobilistico proprio al termine delle riprese.
Racconto epico incentrato su una saga famigliare e su uno Stato a cui il film, e il romanzo da cui è tratto, alludono : il Texas. Quest'ultimo è infatti "gigante" per dimensioni rispetto agli altri Stati membri degli USA.
Il film parla del progressivo decadimento della famiglia dei Benedict, ricchi allevatori a cui si contrappone l'ex bracciante Jett Rink, arricchitosi grazie al petrolio.
La storia abbraccia circa un ventennio, dagli anni Venti fino alla fine degli Anni Cinquanta.
Il protagonista, rampollo di una famiglia di ricchi allevatori e proprietari terrieri del Texas, si innamora e sposa una ragazza del New England ma presto tra loro nascono dei dissidi causati dalle diverse vedute.
La figura di Jett Rink, inizialmente in ombra, emerge lentamente dopo un lascito ricevuto dalla sorella di Benedict, deceduta in circostanze drammatiche. Sembrerebbe che tra la moglie di Benedict e Rink possa nascere un sentimento, ma poi la donna decide di rimanere con le sue consolidate certezze borghesi.

Nella seconda parte del film, con un salto temporale notevole, sono i figli i protagonisti della vicenda. Il potere dei latifondisti viene progressivamente depauperato e i nuovi ricchi sono i petrolieri ( Rink è uno di questi).
I ragazzi Benedict contribuiscono alla decadenza della loro famiglia con delle scelte di vita nuove e, per quei tempi, discutibili. Il lieto fine è comunque dietro l'angolo ma non è un finale rosa, bensì un compromesso dettato dalla necessità.

Dean, dopo aver scelto la sperimentazione con le due pellicole precedenti a cui deve il successo, "Gioventù bruciata" e "La valle dell'Eden", cede al consumismo con una storia di ampio respiro destinata alle grandi platee ma che comunque contiene tematiche forti per l'epoca.
Il film si regge sui tre grandi divi che lo interpretano: Dean (appunto), una Liz Taylor giovane e bellissima e Rock Hudson, ambiguo simbolo del machismo contrapposto al bello e dannato Dean per l'aspetto da uomo protettivo e forte; idolo dal lato oscuro che verrà svelato circa trent'anni dopo.

I tre incarnano i differenti volti dell'America seguendo le loro presunte personalità. Hudson, nei panni di Bick Benedict, è il ricco allevatore, incarnazione di un'America d'altri tempi forte, temeraria e nel contempo di idee conservatrici.
Dean invece, prima povero mandriano poi ricco petroliere, è il nuovo ricco: trasgressivo, arrogante e arrabbiato, voglioso di dimostrare a tutti quanto vale e di vendicare i torti subiti in precedenza.
Tra loro la Taylor, da una parte "ragazza bene" destinata per cultura e tradizione a essere moglie devota e dall'altra attratta dalla trasgressione e desiderosa di imporre una sua identità, lontana dai canoni di donna/moglie/madre.
Con le storie dei tre protagonisti è inscenato il cambiamento dell'America, caratterizzato anche dai figli dei Benedict, assai diversi per indole e scelte di vita dai loro genitori: dalla minore capricciosa e ribelle all'unico figlio che sceglie per sposa una messicana, simbolo dell'America multietnica, realtà questa che a partire dagli anni Quaranta si è andata affermando persino nell'arretrato (per mentalità) Texas.

Saga epica alla "Via col vento", il film soffre oggi per l'eccessiva lunghezza (oltre tre ore) e per questo si perde in vari momenti di stanchezza.
Dean, meno presente all'inizio, ruba progressivamente la scena ai due protagonisti, regalandosi un monologo importante e schiacciando via via il povero Hudson pur ineccepibile nella sua recitazione.
Visto oggi "Il gigante" rivela inevitabilmente i segni del tempo - caratterizzati da una recitazione un po' monocorde dai toni melodrammatici e da un colore decisamente irreale - ma affascina ancora per la scelta coraggiosa di proporre sul grande schermo la denuncia del razzismo in un'America dove l'apartheid era pratica ben consolidata e per la possibilità di vedere all'opera il mitico James Dean.
Per cultori e amanti della storia del cinema.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 15/10/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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