Recensione gamer regia di Mark Neveldine, Brian Taylor USA 2008
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Recensione gamer (2008)

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locandina del film GAMER

Immagine tratta dal film GAMER

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Immagine tratta dal film GAMER

Immagine tratta dal film GAMER
 

Nel 2034 la società si dividerà tra giocatori ed avatar. Gli avatar non saranno copie perfette dei giocatori (come nel recente "Il mondo dei replicanti") né simulacri virtuali, ma individui con delle nanocellule impiantate nel cervello, che si assoggetteranno consapevolmente alla volontà di chi li comanda. Se "Society" è un Social Simulation Game a sfondo prevalentemente sessuale, in "Slayers" un manipolo di condannati a morte si affronta in uno scontro all'ultimo sangue in quartieri della città appositamente designati.
L'obiettivo è quello della liberazione, qualora i "concorrenti" dovessero raggiungere incolumi il trentesimo round. Nessuno è riuscito a sopravvivere a lungo fino all'arrivo di Kable, il quale ben presto diventa un eroe per le masse assetate di massacri pay-per-view.
Demiurgo dell'operazione il multimiliardario Ken Castle, che brama il controllo delle coscienze e il potere assoluto.

L'ineffabile accoppiata Neveldine/Taylor, già artefici del piacevole "Crank" e del meno riuscito "Crank: High Voltage" (nonché sceneggiatori del dignitoso horror ospedaliero "Pathology") ci riprovano con "Gamer", superflua quanto inconsistente incursione nella fantascienza. I due perdono per strada l'humour, anche becero e corrivo, che caratterizzava le pirotecniche disavventure di Jason Statham, e accantonano qualsiasi intento satirico in favore di una vacua grevità steroidea: headshots multipli e sanguinolento massacro da FPS da un lato, una versione iperrealista di "Second Life" per sudaticci erotomani dall'altro.

Sia "Society" che "Slayers" soddisfano la naturale propensione umana per sesso e violenza, utilizzando il soddisfacimento delle rispettive pulsioni come strumento di controllo. Il rapporto tra chi gioca e chi "è giocato" provoca alienazione nei controllori e spossessamento e perdita di individualità negli avatar, ridotti in "Society" a marionette delle fantasie altrui. In "Slayers" il giocatore che, attraverso la sua prontezza di riflessi, ha potere di vita o di morte sulle sue consapevoli pedine, soddisfa invece un'adolescenziale volontà di potenza. L'idea di una società infantilizzata e l'estremizzazione delle attuali derive della "società dello spettacolo" erano temi anche interessanti, che avrebbero meritato una trattazione meno risaputa. Il multimiliardario Ken Castle realizza in pieno le profezie di Debord, che peraltro si sono già ampiamente realizzate: i rapporti sociali (o piuttosto la loro parodia) tra individui sono mediati unicamente dalle immagini, il cui consumo coatto genera alienazione e assoggettamento totale.

Sventuratamente Neveldine e Taylor, che provengono dalla pubblicità, si deliziano unicamente della loro anacronistica estetica da videoclip anni '90, tanto da sembrare nipotini riottosi di Tony Scott, e aggiungono al cocktail un pizzico di pretenziosità mal riposta.
Esemplare in tal senso la scena, riuscita ma completamente fuori contesto, in cui Michael "Dexter" C.Hall, attorniato dai suoi tirapiedi, improvvisa un numero da musical intonando "I've Got You Under My Skin".

Il presunto cinema "next-gen" si rivela clamorosamente di retroguardia, e la coppia si attiene ad un rigoroso riciclaggio (da "L'uomo in fuga" a "Il Gladiatore" a "Blade Runner") di caratteri e situazioni, tanto che non manca nemmeno la consueta cellula di resistenza umana ("Humanz") che si oppone al delirio di onnipotenza del malvagio di turno.
Unica nota non indegna la fotografia di Ekkehart Pollack, che predilige fangose tonalità monocromatiche per "Slayers" e si trastulla con una tavolozza pop e ipersatura in "Society".
A Michael C.Hall viene voglia di suggerire un ritorno alla serie di appartenenza, mentre al marmoreo Gerard Butler, privo del carisma del Russell Crowe che s'ingegna d'imitare, si consiglia un salutare ritorno alle Termopili.
E se proprio dobbiamo parlare di arene gladiatorie worldwide, meglio il britannico "The Tournament" di Scott Mann, dignitoso b-movie in cui dei killer professionisti si affrontano in diretta televisiva.

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Recensione a cura di Nicola Picchi - aggiornata al 02/04/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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