Recensione fratello, dove sei? regia di Joel Coen USA 2000
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Recensione fratello, dove sei? (2000)

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locandina del film FRATELLO, DOVE SEI?

Immagine tratta dal film FRATELLO, DOVE SEI?

Immagine tratta dal film FRATELLO, DOVE SEI?

Immagine tratta dal film FRATELLO, DOVE SEI?

Immagine tratta dal film FRATELLO, DOVE SEI?

Immagine tratta dal film FRATELLO, DOVE SEI?
 

I fratelli Joel ed Ethan Coen, dopo aver prodotto il capolavoro "Il grande Lebowski", si impegnano con un nuovo film, questa volta on the road, che ci regala un prodotto di ottima qualità ed inventiva.
"O Brother, Where Art Thou" pare che sia una frase carpita ad uno dei tanti scritti di Shakespeare, ma i fratelli negano, dicendo di non saperne niente e di non aver neanche mai letto l'Odissea (in contraddizione con l'esplicita dichiarazione che compare nei titoli di testa), poema dal quale, invece, sembrerebbero aver tratto più volte ispirazione per le avventure dei tre disgraziati protagonisti, dichiarando, al contrario, di aver tratto più idee da una vecchia commedia mai messa in opera.

Siamo negli anni trenta, gli anni del proibizionismo, della depressione, del "Ku Klux Klan", degli straccioni, della corruzione e della violenza; in una prigione del profondo sud, un galeotto costretto ai lavori forzati per crimini di poco conto riesce a fuggire insieme ad altri due condannati.
Il nostro protagonista che, guarda caso, si chiama Everett Ulysses McGill, (un istrionico George Clooney) con tanto di baffetti, capelli impomatati (esclusivamente con brillantina Dapper Dan), parlantina colta e forbita, se la dà a gambe insieme ad un allampanato e timido Delma (Tim Blake Nelson) e al confuso Pete (John Turturro).
Ancora con le catene che li uniscono ai piedi e alle mani, i tre fuggono di gran carriera in mezzo ad un campo coltivato con le loro uniformi a strisce, lasciandosi alle spalle una lunga fila di condannati destinati a spaccare pietre sotto l'occhio vigile di guardie armate. Attraverso lo Stato del Mississippi andranno alla ricerca di un tesoro che Ulysses dichiara di aver nascosto tempo prima. In realtà costui mira a raggiungere la moglie Penny (Penelope) e le sue figlie.
Ciò che attende i nostri eroi sarà un viaggio irto di difficoltà e di incontri surreali. Per cominciare troveranno un passaggio su un carrello ferroviario manovrato da un uomo di colore cieco che elargisce loro delle profezie (un oracolo o l'indovino Tiresia?) dicendo che troveranno fortuna e che, tra le altre cose, le loro avventure termineranno solo dopo che avranno visto una mucca sul tetto di una casa.
Hanno solo quattro giorni di tempo per raggiungere il bottino, che consisterebbe in un milione e duecentomila dollari, che Ulysses dividerebbe con i suoi compagni di fuga.
Delle voci femminili che cantano attrarranno la loro attenzione. Sono fanciulle che lavano panni nel fiume, discinte ed incantatrici che li ammalieranno fino a far perdere loro conoscenza e coscienza. Magistrale l'inquadratura dei tre eroi ripesi distesi a triangolo, partendo dalle scarpe fino a raggiungere i loro visi addormentati e stravolti.
Pete non c'è più. Rimangono solo i suoi abiti. Lo spavento ed il dolore di Delma lascia allocchito anche lo spettatore. "E' rimasto solo il cuore". Infatti, nei panni vuoti e composti come se dentro vi fosse un uomo, all'altezza del petto qualcosa si agita. E' una rana che il povero Delma accudirà con devozione (in questo caso, a differenza dell'Odissea, gli uomini non si trasformano in maiali, ma in rane).
Il prossimo quadro mostrerà l'incontro con un robusto venditore di Bibbie senza scrupoli, nerboruto e con un solo occhio (il Ciclope Polifemo) che, non solo li deruberà, ma darà loro una lezione di vita con una bastonata da tramortire un elefante. Magnifica a questo proposito l'espressione di Ulysses che guarderà completamente indifferente il compagno abbattuto continuando a mangiare e ad ascoltare le affabulazioni del malvagio predicatore fino ad essere colpito a sua volta.

Scene come quelle della purificazione nell'acqua, dell'incontro con una folle gangster (Baby Face), un nero che ha venduto l'anima al diavolo per poter suonare la chitarra ed altro ancora fino alla "conversione" di Everett, con tanto di cappio al collo con i suoi compagni di sventura, che supplicherà Dio con tutto il cuore con una commovente preghiera, salvo ritrovare la sua laicità una volta terminato il pericolo, fanno sì che lo spettatore non abbia modo di stancarsi e di non poter fare a meno di sorridere.
Si ha la netta sensazione che anche i fratelli Coen si siano parecchio divertiti nel girare questa chicca di film, apparentemente soltanto scanzonato, ma ricco di parodie e con una magistrale colonna sonora. Fa rimanere sconcertati e assolutamente divertiti la trovata di una casa discografica in mezzo al nulla, tra coltivazioni sterminate di grano dove il nostro terzetto, a sorpresa, in compagnia del chitarrista di colore intonerà ed inciderà un rudimentale disco che diventerà un successo in tutto il paese.

La musica riveste un ruolo centrale nella pellicola: country e blues dell'epoca accompagneranno tutto il film, interpretati così magistralmente da invitare quasi lo spettatore a ripetere le gesta e le grottesche espressioni del terzetto di attori.
La ricerca poi del colore un po' livido, talvolta giallastro, con paesaggi quasi dimenticati, ricchi di vegetazione, polvere e casupole, dove si mescolano con fantasia e genialità lo storico con la commedia ed il western, ne fanno un prodotto originalissimo ed arguto, con un finale che definire travolgente sarebbe eufemistico.

Sia lo spettatore medio che l'intenditore o il critico più esigente, l'appassionato che non perde nemmeno un istante in cerca di citazioni colte o d'autore, non potranno che essere profondamente soddisfatti.
Infatti non si cade mai nel banale o nel caricaturale, ma la parodia viaggerà tra il surreale e il grottesco, con una varietà di trovate, soluzioni e conclusioni che rendono difficile, se non impossibile farne un riassunto puntuale e soddisfacente.

Mai trio è stato più fortunatamente scelto per tale genere di film.
Tutti lavorano alla propria parte con assoluta adeguatezza ed i fratelli Coen escono da questa prova ancora una volta con eccellenza, aggiungendo un tassello al puzzle della loro filmografia che va facendosi via via sempre più ricca ed importante nella sua prorompente maturazione e rielaborazione, dando vita all'immaginario, non solo cinematografico, ma artistico, americano. Le vicende riportate, guardate con più profondità, accompagneranno lo spettatore mettendolo a contatto con le mille sfaccettature del male della stupidità e dell'idiozia, attraverso la corruzione ed il razzismo, la violenza e l'ignoranza che percorrono il Paese del Grande Sogno.

Gorge Clooney, qui, grazie anche ad una grossa dose di autoironia, è l'antidivo per eccellenza, e si è guadagnato il Golden Globe come miglior attore protagonista. La sceneggiatura non originale è stata candidata all'Oscar, insieme alla fotografia di Roger Deakins.

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Recensione a cura di thohà - aggiornata al 20/06/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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