Recensione ci vediamo a casa regia di Maurizio Ponzi Italia 2012
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Recensione ci vediamo a casa (2012)

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locandina del film CI VEDIAMO A CASA

Immagine tratta dal film CI VEDIAMO A CASA

Immagine tratta dal film CI VEDIAMO A CASA

Immagine tratta dal film CI VEDIAMO A CASA

Immagine tratta dal film CI VEDIAMO A CASA

Immagine tratta dal film CI VEDIAMO A CASA
 

Roma. Tre quartieri. Monteverde, Prenestino e Stella Polare (Ostia). Tre storie. Tre coppie. Un unico problema, molto comune ai giorni nostri: trovare casa.
Vilma (Ambra Angiolini, "Immaturi" e "Saturno contro") e Franco (Edoardo Leo, "Gente di Roma" e "Grazie di tutto") sono la coppia del Prenestino: lui deve scontare un periodo in galera per atti violenti e percosse, lei lavora in biblioteca. Vorrebbero un po' di intimità, ma l'unica casa che trovano è quella di Giulio (Antonello Fassari, "Il muro di gomma" e "Il conte Max"), un amico pensionato che ha bisogno di cure dopo un infarto.
La convivenza a tre, ovviamente, non è facile, anche per i sospetti di Franco che vede nel padrone di casa un atteggiamento ambiguo nei confronti della fidanzata. A completare la situazione difficile ci si mette un poliziotto molto zelante che non riesce a vedere di buon occhio il ragazzo, ritenendolo un violento che non riuscirà mai a pulirsi dalle sue colpe.

Gaia (Myriam Catania, "Io no" e "Liberi") e Stefano (Giulio Forges Davanzati, "Taglio netto") si conoscono al circolo del tennis di cui è proprietario il padre di lui, nel quartiere Monteverde, zona bene di Roma. Non hanno problemi economici ma solo di convivenza. Lei si trova improvvisamente senza la casa che stava arredando (un loft in zona Termini), causa problemi giudiziari del padre, e per non vivere l'inferno familiare tra tribunali e controlli notturni, accetta l'invito di Stefano. Ma tra i due la convivenza non è affatto semplice, molto più facile sarà, per entrambi, unirsi in società per affari.

Enzo (Nicolas Vaporidis, "Jago" e "Notte prima degli esami") e Andrea (Primo Reggiani, "Melissa P.") vivono a pochi passi l'uno dall'altro a Ostia, disoccupato il primo, poliziotto il secondo. Si vedono, si conoscono, si piacciono subito, vivendo senza problemi la loro omosessualità. E vorrebbero una casa tutta per loro, in modo da non dover più vivere in caserma (Andrea) e nemmeno sotto lo stesso tetto di una madre moderna ma ingombrante (Enzo). Proprio lei (Giuliana De Sio, "I picari" e "Scusate il ritardo"), avrebbe la soluzione sotto mano, ovvero una casa che invece ha deciso di affittare ad un gruppo di extracomunitari. Quando il poliziotto si troverà a dover indagare proprio su questi inquilini senza dire nulla al suo fidanzato, la prima verità sottaciuta li porterà ad una lunga separazione.

Dopo una lunga assenza, torna alla regia Maurizio Ponzi ("Il volpone" e "Italiani") insieme ad una delle sue attrici preferite, Giuliana De Sio.
Indimenticabile la loro prima unione cinematografica che diede vita a quel capolavoro che fu "Io, Chiara e lo Scuro" nel 1982. Ma dopo 30 anni il risultato non è nemmeno lontanamente avvicinabile a quel piccolo grande gioiello, in cui gran parte della sceneggiatura e del soggetto si deve a Francesco Nuti (ahi, quanto manca il suo genio al cinema nostrano). Ponzi ultimamente era dedito alla regia televisiva per "Il bello delle donne" (sic!), e forse ci sarebbe potuto rimanere.

"Ci vediamo a casa" ha dovuto attendere circa un anno prima di uscire nelle sale, questo perché la canzone composta appositamente da Dolcenera (stendiamo un velo pietoso) sarebbe poi uscita a Sanremo (ma ancora esiste?, davvero?), e dunque i tempi tecnici sono stati imposti dalle regole della rassegna canora.
Non è un brutto film, è semplicemente un film inutile di cui nessuno sentiva il bisogno. Ben recitato, carine le battute, argomenti attuali, ma non c'è un solo motivo che induca a vederlo una seconda volta.

Da questo momento la recensione contiene elementi di spoiler; se ne sconsiglia pertanto la lettura a chi non abbia ancora visto il film.

Ad esempio la storia dei due gay. Felice la scelta di non dover vivere per l'ennesima volta il momento di passaggio: sono omosessuali, sanno di esserlo e lo vivono già da tempo. Bene, almeno si evitano miliardi di cliché già visti, e si arriva con semplicità al finale in chiesa (che a occhio e croce potrebbe essere la bellissima San Saba) dove si diranno un "sì" che non ha validità per la Chiesa e nemmeno per la legge, ma sicuramente per chi lo pronuncia. Ma questa semplicità è anche un punto debole, perché i due, che si erano lasciati dopo un diverbio in cui Enzo si era cocciutamente preso le distanze da Andrea, si ritrovano per caso al matrimonio di Vilma e Franco (senza conoscerli), e proprio il risentito Enzo perdona l'ex fidanzato senza battere ciglio. Ma allora non poteva ripensarci prima? Non è sbagliato, non è forzato, ma è troppo "facile", come se, dovendo chiudere in fretta la storia, il buon Ponzi avesse deciso di farli riappacificare per un lieto fine troppo sbrigativo.

Più lineare e coerente è ciò che coinvolge Gaia e Stefano. Sono l'unica delle tre coppie, infatti, che non entra in chiesa nella scena finale. Incapaci di convivere sotto lo stesso tetto ("ci vediamo a casa", "la mia o la tua?"), e più propensi a fare affari, arrivano sotto le coperte solo dopo che lui le regala le chiavi del loft, che aveva perso per i guai giudiziari del padre. Ogni scena, qui, è funzionale alla narrazione, e sono le uniche che non annoiano. Unica pecca è l'egoistica concretezza di Gaia che riesce a rendere antipatica anche una come Myriam Catania.

Decisamente male la storia con Vilma e Franco. Noiosa e banale, ci si aggrappa ad Antonello Fassari che, conduttore di tram da una vita, capisce di essere arrivato al suo "capolinea" e salendo per l'ultima volta sul 19, va incontro alla morte. Ed è l'unica invenzione degna di nota. Per il resto solo sbadigli. Ad iniziare dal "poliziotto zelante" che rende antipatica una categoria nel suo classico esercizio di potenza: posso rompere le scatole, dunque le rompo, e tutto questo solo perché mi sei fondamentalmente antipatico e riesci a conquistare la bella di turno che io non avrò mai in quanto sono uno sfigato.
Tra un dialogo e l'altro, un paio di scene di sesso tra i due che sarebbe da prendere lo sceneggiatore e spiegargli alcune leggi elementari del rapporto sessuale. Sia nella prima in macchina, sia nella seconda a casa, Ambra (Vilma) riesce a rimanere vestita, o comunque in reggiseno e mutande. Le scene piccanti, se non si ha voglia di farle, tanto vale non girarle proprio, piuttosto che girarle a metà. Sono giovani, sono bollenti per il desiderio, eppure lei rimane con degli indumenti.

Fondamentalmente "Ci vediamo a casa" è in parte una storia d'amore, in parte una commedia, in parte attualità. Ma in toto non è nulla. E i suoi 108 minuti sembrano essere 180. Nulla di obbrobrioso, ma nemmeno nulla di esaltante, ed è proprio questo limbo che lo farà dimenticare molto presto. Peccato, perché una volta, con un semplice dialogo pieno di onomatopee, Ponzi rese immortale un film.

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Recensione a cura di marcoscafu - aggiornata al 29/11/2012 15.55.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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