Recensione chronicle regia di Josh Trank Gran Bretagna, USA 2012
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Recensione chronicle (2012)

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locandina del film CHRONICLE

Immagine tratta dal film CHRONICLE

Immagine tratta dal film CHRONICLE

Immagine tratta dal film CHRONICLE

Immagine tratta dal film CHRONICLE

Immagine tratta dal film CHRONICLE
 

"Ciascuno quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell'opinione altrui passare per felice".
Arthur Schopenhauer

Andrew Detmer (Dane Dehaan) è un adolescente di Seattle, grigio e introverso, vittima di un padre alcolizzato e violento e con una madre gravemente malata.
Il giovane ha acquistato una videocamera con l'intenzione di filmare tutto quello che sta vivendo.
Il solo coetaneo che non lo evita è suo cugino Matt (Alex Russell). Questi lo invita a partecipare a un Rave. Durante la festa Matt e Steve (Michael B. Jordan) scoprono uno strano buco nel terreno in una radura e chiedono ad Andrew di unirsi a loro per filmare con la sua videocamera la scoperta. I tre giovani si calano nel tunnel sotterraneo e quello che vi trovano cambia le loro esistenze. Ben presto i tre scoprono di possedere poteri telecinetici. Questo segreto li unisce, consolidandone l'amicizia, ma poi le cose cominciano a degenerare.

"Chronicle" è la prima regia cinematografica del giovane Josh Trank, che ha già diretto la serie televisiva "The Kill Point". La tecnica di regia adottata appare del tutto analoga a quella di film quali "The Blair Witch Project", "Cloverfield" e "Rec", ma in realtà, anche al di là del rocambolesco mosaico finale, si va oltre e la scelta di narrare la storia attraverso la telecamera di Andrew (e non solo) si sposa brillantemente con le caratterizzazioni dei personaggi. Su questo torneremo fra poco.

La sceneggiatura è stata scritta da Max Landis, figlio dell'ottimo regista John Landis, e, benché in realtà non presenti nessuno spunto di originalità, si dimostra fin da subito un lavoro concettualmente ben strutturato e ben sviluppato.
Max Landis, sia nell'articolazione della storia sia nella costruzione dei personaggi, ha attinto a piene mani all'opera letteraria di Stephen King e alle opere cinematografiche che da essa sono state tratte o che, in qualsiasi modo, vi hanno fatto riferimento. I principali titoli che emergono sono "Carrie", "L'Incendiaria" ("Firestarter") e "Christine", il primo trasposto da Brian De Palma, il secondo da Mark Lester e il terzo da John Carpenter.
Altre pellicole di riferimento sono "Fury", sempre diretta da Brian De Palma e "Scanners" di David Cronenberg.

Da questo punto in poi si sconsiglia la lettura di quanto segue a chi ancora non avesse visto il film.

Andrew è un personaggio ibrido fra Carrie e Arnie Cunningham di "Christine". Entrambi i personaggi sono emarginati, sono alla ricerca della propria identità e sono consumati da desiderio di diventare protagonisti, abbandonando quell'anonimo grigiore che li contraddistingue e cui attribuiscono la causa della propria emarginazione. Come Carrie, Andrew si sottostima ed è vittima di un ambiente familiare oppressivo e degradato che crea in lui un distacco dalla realtà. Come la piccola Charlie di "L'incendiaria", non ha una consapevolezza matura del proprio potere che, quindi, in alcuni casi gli sfugge di mano, mentre in altri egli non si rende conto dell'effettiva gravità delle proprie azioni. Come Arnie, desidera il successo e l'affermazione sociale di fronte agli occhi dei propri coetanei. Successo inteso come massima forma di protagonismo e affermazione sociale intesa come il riscotimento di quell'ampio consenso che si manifesta attraverso le gratificazioni degli applausi e dell'essere desiderato dalle ragazze. Come Arnie, coltiva un progressivo e ossessivo culto della propria persona attribuendosi una superiorità derivante da un potere che non ha riscosso per merito, ma per pura casualità. Come Arnie, lo sviluppo di questo egocentrismo lo conduce a rompere qualsiasi relazione umana; in lui si ingenerano disprezzo e desiderio di distruzione verso gli esseri viventi che egli reputa inferiori. Un'inferiorità da intendersi come una  differente posizione sulla scala evolutiva il cui grado di superiorità gli conferisce il diritto di servirsi a piacimento degli esseri viventi inferiori, senza rimpianti né rimorsi di coscienza.

"Voi non vi sentite in colpa quando schiacciate una mosca!"

Adesso, se appare evidente la totale assenza di novità psicologiche e contenutistiche della sceneggiatura scritta da Max Landis e se appare altrettanto evidente che l'approfondimento psicologico dei personaggi è assai inferiore e più blando rispetto ai suoi referenti, vediamo di capire perché l'opera si dimostra qualitativamente e tecnicamente buona.

Prima di tutto è bene chiarire che Landis ha scritto un film destinato a un pubblico adolescente o comunque giovane e, quindi, non necessariamente a conoscenza dei referenti letterari e cinematografici che egli invece dimostra di aver integrato nel proprio patrimonio culturale. In questa ottica un opera più elementare come quella appunto scritta da Landis è idonea a stimolare la curiosità verso la scoperta dei più pregevoli autori che precedentemente hanno esplorato le medesime tematiche. Si tratta quindi di un'opera culturalmente propedeutica.
A questo si deve aggiungere il fatto che, per quando sia elementare a livello contenutistico e psicologico, la sceneggiatura di "Chronicle" rispetta con un certo rigore le regole della grammatica cinematografica e, al contempo, si prende delle libertà narrative assolutamente apprezzabili e confacenti al soggetto sviluppato. Innanzitutto, la storia si distingue rispetto ai referenti perché il potere è acquisito contemporaneamente da tre differenti personaggi che lo gestiscono secondo le loro differenti personalità. In questo la narrazione si avvicina maggiormente al genere fumettistico e in particolare a quello dei cosiddetti Supereroi, ma si tratta di una falsa traccia perché non c'è niente di eroico nelle gesta compiute da Andrew, Matt e Steve, che non lottano in nome di un bene superiore, non mettono al servizio del più debole le loro qualità e non hanno un nemico comune da distruggere.

Come buona regola insegna, la storia di un film è il percorso emotivo del suo protagonista. Non ci si deve far fuorviare da quanto espresso poc'anzi. Il protagonista di "Chronicle" è Andrew, un ragazzo insicuro e con scarsi interessi, senza nessuno spessore culturale e ancora alla ricerca di se stesso; incapace di vivere la vita da protagonista si rassegna a viverla da spettatore. E la storia narrata è un viaggio alla scoperta di se stesso attraverso il desiderio di perdere l'anonimato, la conquista del successo sociale attraverso l'approvazione dei suoi coetanei e la progressiva ossessione egocentrica del culto di se stessi, che si manifesta attraverso la distruzione di chi è inferiore e, quindi, necessariamente vittima. Andrew definisce se stesso come un superpredatore ("apex predator", in lingua originale) che, in quanto tale, ha il diritto-dovere di sterminare le proprie prede.
Vicino a lui c'è Matt, che rasenta il profilo di un emarginato senza però esserlo. In realtà è lui che sceglie di muoversi ai margini della socialità, non è la collettività a escluderlo. Egli infatti cerca di distinguersi dal resto dei suoi coetanei costruendosi uno spessore personale che vada al di là delle bravate e di tutti quei comportamenti collettivi che appiattiscono l'individualità. Cerca di ritagliarsi un ruolo individuale che sia originale e lo renda unico. Per questa ragione Matt cita il pensiero di Schopenhauer e Jung nel tentativo di sedurre col proprio intelletto la ragazza di cui è innamorato. Come Andrew e come ogni altro adolescente, anche lui è alla ricerca di se stesso.
È emblematica la scena del Rave durante la quale la cultura, di cui Matt si ammanta nell'impresa di elevarsi al di sopra degli altri davanti agli occhi e all'obiettivo bella Casey (Ashley Hinshaw), è schiacciata dal martellare della musica e confusa dalle luci psichedeliche.

"Jung diceva che le feste sono il solo modo che la gente ha di cercare conferme dall'esterno. Io invece non ho bisogno degli altri per sapere quanto valgo".

A bilanciare il trio c'è Steve. La sua personalità è quasi antitetica a quella degli altri due ragazzi. Steve è un giovane di successo. È un capo e un leader politico. Proviene da una famiglia ricca, è il primo della classe, ha una bella fidanzata e, senza essere un bullo, è un punto di riferimento per i suoi coetanei. Se Andrew è l'espressione dell'estraneazione e dell'asocialità, Matt rispecchia il rifiuto dell'appiattimento sociale, mentre Steve incarna l'uomo sociale per eccellenza.
Tre archetipi, tre realtà differenti che si uniscono grazie al dono di un potere comune che li distingue da tutti gli altri. Matt e Steve sono in diversa misura il super-io di Andrew, l'elemento che cerca di ristabilire il suo contatto con la realtà e di infondergli una coscienza sociale. Questi tre personaggi sono un microscopico specchio della società e ne manifestano tanto le ambizioni e i sogni quanto le contraddizioni e le crepature.

Complessivamente l'opera ha uno stile di scrittura più prossimo a quello televisivo tipico di un episodio pilota. Sorprende e non convince del tutto la brusca sterzata narrativa che si verifica al culmine della festa in casa di Steve, dopo la quale tutto precipita vertiginosamente verso un finale un po' didascalico, che sembra scelto appositamente per rientrare sui binari cinematografici e precludere quella continuità narrativa tipica delle serie televisive. In altre parole sembra che Landis abbia voluto chiudere drasticamente e forse troppo sbrigativamente una storia che sembrava essere destinata ad avere un respiro assai più ampio.
Si tratta di difetti narrativi perdonabilissimi tenuto conto della giovane età dell'autore e della qualità complessiva della sua opera, nonché della sua intrinseca complessità.

La scelta registica di narrare la storia proprio come una cronaca raccontata attraverso l'obiettivo della telecamera di Andrew, e non solo, è meno banale di quanto non si possa pensare. Si tratta anche di una scelta narrativa, che intrinsecamente descrive il protagonista e che si evolve unitamente all'evoluzione del personaggio. Infatti, in un primo tempo Andrew è sempre dietro la telecamera. Lo possiamo vedere riflesso in uno specchio o in rapidi spostamenti di posizione della telecamera. Questo indica ed evidenzia il suo carattere: la sua incapacità di essere protagonista della propria vita si traduce nell'essere spettatore delle vite altrui. È anche indice del suo distacco dalla realtà e dal mondo che lo circonda. Si tratta, infatti, di un mondo che viene filtrato attraverso gli occhi e l'obiettivo per essere immortalato in una memoria virtuale. È la vita che retrocede da essenza a mera apparenza.
Man mano che il personaggio acquista potere, Andrew sarà sempre più presente davanti all'obiettivo che dietro la videocamera. In questo secondo momento egli diventa protagonista della propria vita e quindi è inquadrato essenzialmente dall'obiettivo della sua telecamera, passata in mano agli amici, cioè a coloro che gli consentono di inserirsi socialmente e di manifestare agli altri il proprio valore. Poi, sarà egli stesso, attraverso i poteri telecinetici, ad usare la camera come operatore e contemporaneamente come protagonista. Quando, infine, egli avrà acquisito quella consapevolezza di sé, che fin troppo precipitosamente scivola nel delirio di un egocentrismo onnipotente, non sarà più l'obiettivo della sua telecamera a riprenderlo, ma i molti obiettivi delle telecamere di sorveglianza urbana fisse, quelli delle videocamere degli amatori o degli operatori dei telegiornali, le videocamere mobili dei mezzi delle forze dell'ordine. In altre parole egli diviene protagonista assoluto di fronte allo sguardo di quella società che ormai lui rifiuta e desidera distruggere.
In questo la regia di Trank si distacca completamente da quella delle citate pellicole di riferimento e si dimostra assolutamente sperimentale e intelligente.

Il ritmo della narrazione è brillante, veloce e scorrevole e intrattiene a dovere lo spettatore che, trascinato dall'elevata qualità visiva della regia, assisterà al film attraverso gli occhi del suo protagonista.

La prova degli attori è molto buona e fra tutte soddisfa pienamente l'interpretazione di Dane Dehaan, che risulta assolutamente convincente.
Da notare il cameo del bravo Michael Kelly nel ruolo del padre di Andrew.

"Chronicle" è stato realizzato con un budget relativamente basso e in poche settimane ha riscosso un successo strepitoso. Costato circa 12 milioni di dollari, ne ha incassati quasi 65 negli Stati Uniti e oltre 120 in tutto il mondo. Si è dimostrata vincente, quindi, la scelta produttiva che ha affidato a dei giovani autori un film destinato a un pubblico giovane.

"Chronicle" è un gradevole film di intrattenimento apparentemente semplice, ma in realtà piuttosto complesso sia strutturalmente sia artisticamente. È una bella esperienza visiva da assaporare con la qualità di una buona sala cinematografica.
Il finale del film riconduce sulle orme di quello che era il desiderio di Andrew e rievoca un'altra celebre frase di Arthur Schopenhauer:

"All'uomo intellettualmente dotato la solitudine offre due vantaggi: prima di tutto quello di essere con se stesso e, in secondo luogo, quello di non essere con gli altri".

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 14/05/2012 15.33.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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