Recensione ben hur regia di William Wyler USA 1959
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Recensione ben hur (1959)

Voto Visitatori:   8,86 / 10 (122 voti)8,86Grafico
Miglior filmMiglior regiaMiglior attore protagonista (Charlton Heston)Miglior attore non protagonista (Hugh Griffith)Miglior fotografiaMigliore scenografiaMiglior montaggioMigliori costumiMigliori effetti specialiMiglior sonoroMiglior colonna sonora
VINCITORE DI 11 PREMI OSCAR:
Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista (Charlton Heston), Miglior attore non protagonista (Hugh Griffith), Miglior fotografia, Migliore scenografia, Miglior montaggio, Migliori costumi, Migliori effetti speciali, Miglior sonoro, Miglior colonna sonora
Miglior produttore stranieroMiglior attore straniero (Charlton Heston)
VINCITORE DI 2 PREMI DAVID DI DONATELLO:
Miglior produttore straniero, Miglior attore straniero (Charlton Heston)
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locandina del film BEN HUR

Immagine tratta dal film BEN HUR

Immagine tratta dal film BEN HUR

Immagine tratta dal film BEN HUR

Immagine tratta dal film BEN HUR
 

William Wyler, regista americano sulla breccia ad Hollywood per oltre due decenni, è sempre passato con disinvoltura da un genere all’altro riuscendo ogni volta ad accapararsi premi e a coinvolgere attori di tutto rispetto. Eccolo così passare dalla trasposizione cinematografica di un romanzo famoso ("La voce nella tempesta" con Lawrence Olivier e Merle Oberon) al film sentimental-patetico ("La signora Miniver" con Greer Garson) al western ("La legge del Signore" con Gary Cooper) senza parlare poi del suo personale contributo alla nascita della “Hollywood sul Tevere” grazie a "Vacanze romane" con Gregory Peck.

Per la sua incursione nel cinema di genere peplum- kolossal, Wyler sceglie di realizzare la trasposizione filmica di un romanzo ottocentesco di Lew Wallace “Ben Hur, A Tale of the Christ” già apparso due volte sugli schermi in versione muta nel 1907 e negli anni Venti.
Come interprete principale contatta inizialmente Burt Lancaster poi, dopo il rifiuto di questi, interpella Charlton Heston, fisico prestante e aspetto tipicamente WASP, non nuovo ai film in costume per aver girato pochi anni prima “I dieci Comandamenti” nel ruolo di Mosè, mentre per le riprese si affida nuovamente alle maestranze e alle comparse di Cinecittà. Il risultato è ancora oggi sotto gli occhi di tutti: ben undici Oscar su dodici candidature, record rimasto ineguagliato per lungo tempo e un film che, nonostante abbia da alcuni anni superato la boa delle quaranta primavere, resta ancora oggi un autentico capolavoro.

Su tutte spicca la celeberrima scena della corsa delle bighe realizzata dall’aiuto regista Sergio Leone e costata oltre tre mesi di lavoro e la morte di una comparsa. Violenta, estenuante, incalzata e sottolineata dalla maestosa colonna sonora di Miklos Rozsa (già esperto di colonne kolossal con "Quo Vadis?") realizzata senza effetti speciali, la corsa è la parafrasi della lotta tra il bene e il male ma anche tra chi intende l’agone in maniera positiva e chi vede la vittoria come unica ragione dell’esistenza. Il regista sceglie di inquadrare con la tecnica del primo piano principalmente le bighe dei due contendenti Ben Hur e Messala e le ruote del carro greco di quest’ultimo, mentre gli altri carri vengono inquadrati in maniera più sfuggente anche se la visione di cadute e di feriti non vengono risparmiate allo spettatore. Il codice Hayes che aveva imposto un cinema edulcorato e assai poco corrispondente alla realtà è stato soppiantato. Wyler, complice anche l’uso del colore, non si sottrae dal mostrare sangue ed escoriazioni (il corpo piagato di Messala dopo la corsa è un esempio).

A distanza di più di quarant’anni noi contemporanei possiamo trovare delle sbavature nei dialoghi, troppo manierati e retorici secondo lo stile dell’epoca, ma lo sceneggiatore Gore Vidal, scrittore e gay dichiarato, ha avuto modo di inserire una parentesi trasgressiva tratteggiando il rapporto di amicizia virile di Messala con Ben Hur quasi come una relazione omosessuale più o meno esplicita (i calici intrecciati tra i due amici ritrovati è l’esempio più eclatante e tale “imposizione” fece arricciare il naso ad Heston, noto omofobico e conservatore). Gli interpreti (ci sono anche in piccoli ruoli Marina Berti, Giuliano Gemma e Lando Buzzanca) sono tutti perfetti, la protagonista femminile, l’attrice israeliana Haya Harareet, sconosciuta ai più prima di questa interpretazione, si contrappone a Heston con eleganza e professionalità. Interessante l’ottica con la quale l’aspetto religioso del film viene esaminato . Gesù Cristo, con il quale Ben Hur si relaziona in molte scene, appare sempre di spalle e non pronuncia una sola parola, ma è in realtà il vero protagonista dell’intera storia. Il suo passaggio, il segno del cambiamento da parte dei personaggi che egli incontra è affidato allo sguardo di questi.
Anche per la resa espressiva degli attori si potrebbe dire che Ben Hur è forse una delle migliori pellicole sul Cristo. I motivi di interesse verso questa pellicola sono quindi molti, a dimostrazione che il buon cinema non ha età, a dispetto delle mode e dei cambiamenti di costume.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 02/02/2006

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