Recensione asylum - la morte dietro il cancello regia di Roy Ward Baker Gran Bretagna 1972
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Recensione asylum - la morte dietro il cancello (1972)

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locandina del film ASYLUM - LA MORTE DIETRO IL CANCELLO

Immagine tratta dal film ASYLUM - LA MORTE DIETRO IL CANCELLO

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Il giovane dottor Martin si reca in un manicomio per sostenere un colloquio ed essere assunto come psichiatra. Una volta arrivato, il dottor Rutherford lo sottoporrà ad una specie di test: dovrà avere un colloquio con alcuni dei pazienti al piano di sopra e scoprire quale di essi è il dottor Starr, direttore del manicomio improvvisamente impazzito.

Un horror non convenzionale questo "La morte dietro il cancello", titolo originale "Asylum", suddiviso in quattro succosi episodi che ben raccontano i meandri contorti e a tratti terrificanti della psiche umana, nonché, altro lato della medaglia, la cattiva condotta di medici e addetti ai "lavori" nel cercare di comprendere, risolvere o arginare la "pazzia". Come da tradizione "manicomiale" che si rispetti, ovviamente, si scoprirà che la vera pazzia è quella insita nell'intento di alienare e sconfinare il diverso, l'incomprensibile, ciò che va oltre l'ordinario e il consuetudinario.
Ecco che allora tramite il test a cui è sottoposto il dottore protagonista veniamo trascinati in quattro racconti in cui a farla da padrone è l'atmosfera tetra e macabra, nella proposizione di un tipo di horror psicologico, piuttosto che effettistico.
Il dottore si relazionerà con quattro pazienti diversi, due uomini e due donne, e ognuno di loro racconterà il motivo per il quale è stato rinchiuso in manicomio, ricordando la straordinarietà dei fatti accaduti non tralasciando i particolari più inquietanti e terrificanti. Sono quattro dunque gli episodi della pellicola, in puro stile Amicus, la casa di produzione che negli anni '60 e '70 sfornò una serie di pellicole di questo genere, anche se in numero inferiore rispetto alla casa di produzione rivale, la Hammer.

Si parte con "Frozen Fear" in cui un uomo, per poter vivere finalmente libero la sua storia d'amore con l'amante, decide di ammazzare la moglie-arpia utilizzando un'ascia e poi riponendola, diligentemente tagliata a pezzi, in un congelatore, precedentemente posizionato in cantina. Quando ritorna al piano di sopra, in attesa della sua amante, qualcosa di molto strano e pauroso accade: la testa di sua moglie, in vita dedita alle pratiche voodoo, ancora incartata e legata con lo spago, rotola sul pavimento spaventandolo a morte. L'uomo si reca vicino al congelatore per controllare la situazione ed è in questo momento che viene letteralmente assalito dai pezzi del corpo di sua moglie che lo ammazza riponendolo nel congelatore riservato a lei. Quando l'amante arriva, ovviamente, troverà una bella sorpresa ad aspettarla…È proprio lei, infatti, la prima paziente visitata dal dottor Martin nel manicomio.

Terminato questo primo episodio, lontanamente affine ad alcuni echi risalenti alle tematiche e alle atmosfere dei racconti e dei romanzi di Edgar Allan Poe, si prosegue con il secondo paziente che introduce anche il secondo episodio. Trattasi "The Weird tailor" in cui il protagonista è Bruno, un sarto in cattive condizioni economiche, col padrone di casa alle calcagna per la riscossione dell'affitto, che riceve la visita di uno strano cliente, il signor Smith (interpretato dal grande Peter Cushing, noto al grande pubblico per le sue mitiche interpretazioni, a partire da Abraham Van Helsing, passando per Sherlock Holmes, arrivando al barone Victor Frankenstein). Costui pretende che il sarto gli confezioni un vestito solo durante le ore notturne, da mezzanotte alle cinque di mattina. Con la stoffa da lui portata, che si illumina di strani colori, il sarto dovrà attenersi a tutte le istruzioni dategli dall'uomo. Alla fine si scoprirà che si tratta di una sorta di rito magico, atto all'ottenimento di qualcosa di davvero sconvolgente. Il sarto finirà per compiere un'azione avventata non giustificabile dall'asserzione della verità, visto che è talmente impensabile da non poter essere creduta da nessuno.

Proseguendo nella sua visita il dottor Martin si imbatte in Barbara (interpretata dalla bellissima Charlotte Rampling), una ragazza con problemi di dipendenza dalle droghe che è stata accusata dell'omicidio del fratello, con cui non era in buoni rapporti a causa dell'eccessiva apprensione dell'uomo nei suoi confronti, nonostante continui ad asserire che a compiere il misfatto sia stata la sua migliore amica Lucy (interpretata da Britt Ekland, una delle più sensuali bond-girl).
Alla fine di questo episodio, intitolato "Lucy comes to stay" si scoprirà qualcosa di davvero inimmaginabile circa l'identità di questa Lucy.

Per concludere il dottore farà la conoscenza di un collega, Byron, finito in osservazione perché totalmente fissato con alcune delle sue creazioni, dei piccoli robot con i volti delle persone che conosce, tra cui quello di se stesso. Il dottore è convinto che con l'imposizione del pensiero e con un'estrema volontà quasi telepatica, può far agire gli strani pupazzi come se fossero guidati dalla mente di coloro che rappresentano. Ed è proprio quello con il suo volto che ci riserverà una terrificante sorpresa verso il finale di questo episodio, intitolato "Mannequins of horror", e cioè che il dottor Martin trova terrificante però non sono le storie dell'orrore raccontate dai quattro pazienti, ma il modo in cui essi sono relegati a convivere con esse senza possibilità alcuna di liberarsene, di parlarne con qualcuno, di superarle. Insomma i metodi curativi di questo manicomio non incontrano affatto le simpatie del dottore protagonista, che alla fine rifiuta l'offerta di lavoro, oltre a scoprire l'impensabile identità del dottor Starr. Identità che, con un pizzico di furbizia, attenzione e audacia interpretativa, poteva essere scoperta anche dallo spettatore più esperto e più smaliziato.

Alla fine, allora, poco importa se le storie narrate dai quattro pazienti sono realmente accadute o sono frutto delle loro turbe psichiche e mentali; ciò che conta è che sono proprio queste turbe, giustificate o meno, a spaventare, quando in realtà la paura proviene da dove meno ce lo aspetteremmo, dalle "autorità" che si assumono la responsabilità di prendersi cura degli sconvolgimenti della mente, la parte più forte e più fragile al tempo stesso dell'essere umano.

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Recensione a cura di A. Cavisi - aggiornata al 13/09/2010 14.56.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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