Recensione apocalypse now redux regia di Francis Ford Coppola USA 2001
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Recensione apocalypse now redux (2001)

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locandina del film APOCALYPSE NOW REDUX

Immagine tratta dal film APOCALYPSE NOW REDUX

Immagine tratta dal film APOCALYPSE NOW REDUX

Immagine tratta dal film APOCALYPSE NOW REDUX
 

"This is the end..." sono queste le parole di apertura del film.

Un paradosso perché tutto comincia dalla "fine"; il titolo della canzone dei Doors a cui appartengono queste parole è appunto "The End". Ma anche "Apocalypse" significa fine: l'Apocalisse è infatti la fine dei tempi. Il tutto lascia supporre che il film racconti tragicamente la guerra e ne metta in luce i suoi lati più macabri e violenti, ma questa supposizione non si sposa appieno con il film stesso. Perché, se "Apocalypse Now" era già un film strano, nella sua versione "Redux" lo è ancora di più. Sinteticamente si potrebbe dire che "Apocalypse Now" è una critica alla guerra del Vietnam, ma sarebbe troppo riduttivo, perché è molto di più.

La consapevolezza di una guerra inutile, il patriottismo, l'inefficenza dell'esercito e l'inettitudine dei capi militari americani si risolvono in uno dei film di guerra più profondi della storia del cinema. "Apocalypse Now" non è spettacolarità violenta a tutti i costi, bensì profonda riflessione. Una riflessione enormemente semplificata nella versione 2001, forse poco cautamente. La versione "Redux" propone infatti sequenze inedite che prolungano il film di circa 50 minuti per un totale di oltre 3 ore di visione.

Tra le sequenze "tagliate" nella versione del 1979 vi è il furto della tavola da surf del colonnello Kilgore, lo scambio fra carburante e "conigliette", l'incontro con la famiglia di coloni francesi (la sequenza più lunga: circa 20 minuti) e qualche altro frammento.
Ma nonostante queste aggiunte lo spirito del film resta invariato, anche se probabilmente l'incontro con i coloni francesi sarebbe potuto rimanere sconosciuto al pubblico per sempre. La sequenza stona infatti con l'astrattismo generale del film: in "Apocalypse Now" è compito dello spettatore attribuire il suo significato alle immagini senza alcuna costrizione o accompagnamento da parte del regista o della sceneggiatura, ma nella sequenza dei coloni (anche se la sceneggiatura mostra ancora di più la sua ottima fattura) vi è troppa concretezza, e gli aspetti inutili della guerra sono esposti troppo esplicitamente.
Il capofamiglia francese dirà, infatti: "Noi lottiamo per la nostra terra, per mantenere unita la famiglia, ma voi Americani, lottate per il più grosso niente di tutta la storia" e suo padre: "I Vietcong li avete inventati voi Americani", perle di saggezza indubbiamente, ma assolutamente fuori luogo per l'economia del film.

Altra nota dolente riguardante la versione "Redux" è il doppiaggio, inspiegabilmente modificato: la voce del capitano Willard adesso è un po' "effeminata" e stride con la sua indole pacata; e, inspiegabilmente, anche alcune parti della sceneggiatura originale sono state tradotte diversamente nella nostra lingua (ad esempio "madre" diventa "nonna" oppure "discernimento" si trasforma in "giudizio"); piccoli particolari che comunque non intaccano il valore del film. Perché nonostante le nuove sequenze, i 50 minuti e un doppiaggio alquanto discutibile, "Apocalypse Now Redux" è sempre "Apocalypse Now", e questo è già abbastanza.

Ma andiamo con ordine:
il protagonista del film è il capitano Willard (Martin Sheen) a cui viene affidata una missione molto particolare: uccidere il colonnello (americano) Kurtz (Marlon Brando) perché colpevole di omicidio. Ma "condannare per omicidio un uomo in Vietnam era come fare una multa ad Indianapolis per eccesso di velocità ", pensa Willard, che sin dall'inizio aveva inteso che la missione "nascondeva" qualcosa di più grande.
Sullo sfondo della guerra del Vietnam si svolge la missione del capitano, "scortato" (a suo dispiacere) da quattro giovani soldati che "avevano già un piede nella fossa": Clean, un ragazzino nero originario del Bronx, Chef , un cuoco appassionato di salse, Lance, un noto surfista e Phillips, il capitano della motovedetta.
La missione consiste nel risalire un fiume fino alla Cambogia per arrivare al villaggio dove Kurtz aveva instaurato un regime dittatoriale. All'inizio della missione, arrivato su una spiaggia sulla quale si è combattuto, Willard capisce subito che quello che affronterà sarà un viaggio fuori dal normale perché la prima cosa che attira la sua attenzione è un uomo che con la cinepresa gli dice di continuare a camminare facendo finta di non vederlo: una scena strana su un campo di battaglia.
Il viaggio verso l'inferno comincia, naturalmente, dalla foce del fiume. E' l'inizio della follia: il colonnello Kilgore (Robert Duvall) guida la sua schiera di elicotteri durante il bombardamento del villaggio nei pressi della foce. La scena è molto sintomatica: con il sottofondo de "La cavalcata delle Valchirie" di Wagner (scelto dal colonnello stesso) l'attacco non assume toni drammatici o violenti ma spettacolari e addirittura giocosi. Inoltre l'unica preoccupazione di Kilgore è quello di cominciare al più presto possibile di fare surf sulla spiaggia, nonostante essa sia ancora sotto i bombardamenti dei vietcong. La follia del colonnello è subito evidente a Willard, che però nota la sua "invincibilità" ("non si sarebbe fatto neanche un graffio"). Segue il furto della tavola da surf del colonnello che mostra un Willard sorprendentemente sorridente.

Ma più si risale il fiume, e più la follia diventa evidente. Si arriva infatti ad un accampamento americano in cui va in scena uno spettacolo delle "conigliette" di "Playboy". Il confronto con i vietcong è spietato: mentre gli americani in guerra si danno alla pazza gioia i vietnamiti erano "a quest'ora nascosti da qualche parte sotto terra a mangiare carne di topo" pensa Willard.
E' solo un esempio della pungente critica che Coppola denuncia nei confronti della guerra del Vietnam: l'organizzazione militare e tattica dell'esercito americano e tutti i comandanti sono i suoi destinatari e non tanto la violenza che è conseguenza della guerra stessa. In ogni accampamento presso cui si ferma la barca la domanda del capitano è sempre: "chi è l'ufficiale al comando qui?" ma o nessuno sa dov'è o chi sia o se c'è è completamente folle (Kilgore e Kurtz).

Per questo quella del vietnam è una guerra già persa in partenza perché affidata a giovani soldati inesperti e scellerati che vivono a suon di rock'n roll. E la follia (termine usato spesso durante il film) col tempo comincia a farsi sentire anche dentro la barca. Gli altri sentimenti, paura, compassione, odio sono posti in secondo piano. E nessuno dei suoi membri si sente in colpa anche quando trucidano dei tranquilli vietnamiti la cui unica colpa era quella di trovarsi sul tragitto della barca americana; in questo singolare episodio l'equipaggio mostra di sposare appieno la follia di moda in Vietnam, preoccupandosi più di un cucciolo che della vita dei poveri vietnamiti della barca. Willard, dal canto suo, nell'occasione mostra la sua imperturbabilità non provando alcuno scrupolo a sparare ad una giovane vietnamita ferita ma ancora viva. Ma la sua è un'imperturbabilità relativa, poiché l'influenza di Kurtz (che parlerà solo successivamente del "discernimento") nel suo animo comincia già a farsi sentire.

Coppola non perde l'occasione per denunciare, ancora una volta, la politica sbagliata di quella guerra, inserendo questa frase fra i pensieri di Willard: "Prima li falciavamo a metà con le nostre mitragliere e poi gli davamo i cerotti". Ma più si risale il fiume, e più la follia diventa evidente. Perché il cucciolo diviene anche più importante della vita di un membro dell'equipaggio: il nero Clean, dopo una sparatoria, viene colpito a morte, ma a Lance (che diventerà, forse più di Willard, col proseguire del film, l'emblema della "filosofia vietnamita") non interessa e si preoccupa solo di dove sia finito del cagnolino. Nonostante tutto a Clean l'equipaggio riserva una degna sepoltura nel territorio dei coloni francesi. L'ennesimo confronto (questa volta fra francesi e americani) vede nuovamente sconfitto l'equipaggio della motovedetta: i francesi, infatti, sorprendono per la loro incredibile determinazione, accogliendoli con questa frase: "Questa è la nostra terra, e sarà nostra finchè non saremo tutti morti"; determinazione che è del tutto assente nei soldati dato che essi non hanno nulla da difendere e non sanno neanche per che cosa stanno combattendo (la parola comunismo " verrà pronunciata solo dai francesi).
L'aria di concretezza che si respira nella casa viene solo parzialmente "ripulita" dalla vedova francese. Durante il suo colloquio (molto intimo) con Willard, acquista una posizione ben salda nel difenderlo asserendo che in ogni essere ,"c'è un uomo che odia ed uno che ama". Difese che giovano al capitano che fino ad allora si era mostrato di ghiaccio: del tutto indifferente agli orrori e poco turbato nel commetterli in prima persona.

Ma più si risale il fiume, e più la follia diventa evidente.
Stavolta a farne le spese è il comandante: durante una "pioggia" di frecce giocattolo, una lancia scagliata dalla riva gli trapassa il petto da parte a parte. Si direbbe un'arma totalmente isolata dallo spirito ancora una volta "giocoso" di quell'attacco; come fosse una punizione per chi non aveva notato questo spirito (Phillips aveva comandato di aprire il fuoco) in quel contesto; e in punto di morte non pensa ai suoi cari ma si preoccupa solo di uccidere il capitano Willard che gli aveva ordinato di cessare il fuoco perché le freccie erano finte: incredibile a dirsi e choccante a vedersi. Per la seconda volta (era già avvenuto in un accampamento visitato in precedenza da Willard) i soldati americani dimostrano una follia fuori dal comune non provando alcun sfregio a uccidere un loro compagno, ed appaiono perdenti anche sotto questo punto di vista. Ed è così che la barca con un equipaggio ridotto a soli tre componenti arriva alla fine del fiume.

E' il momento in cui il ritmo della narrazione si affievolisce notevolmente per introdurre la parte più significativa dell'intero film. La sceneggiatura propone argomenti affrontati con incredibile astrattismo. Filosofia e poesia si mischiano. La suspence che percorre tutto il film fa il resto: lo spettatore, infatti attende l'incontro fra Willard e Kurtz già da molto tempo. Kurtz ha già assunto un enorme spessore psicologico: Willard ha desiderato fortemente questo momento e nondimeno ha fatto lo spettatore.
L'incontro, sicuramente non deluderà lo spettatore. La personalità del colonnello si eleva fino a coprire quella di Willard: è lui il protagonista della scena ora. Ad una prima superficiale vista potrebbe sembrare che Kurtz sia sinonimo di follia ma non è così, anzi si potrebbe anche dire che forse è l'unico soldato americano "normale". E' un'affermazione coraggiosa, ma non del tutto errata, perché Kurtz la sua guerra nel Vietnam l'ha vinta, e forse è l'unico fra tutti i tenenti e i generali americani impegnati in questa assurda guerra.
Come l'abbia vinta è un altro discorso: i suoi metodi vengono infatti definiti dagli ufficiali che assegnano la missione a Willard "malsani". I corpi straziati a terra, i cadaveri nudi appesi agli alberi, le teste all'entrata della sua dimora sono la prova dei suoi metodi "malsani".

La teoria machiavellica de "Il fine giustifica i mezzi".

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Recensione a cura di Gabriele Nasisi - aggiornata al 29/05/2003 19.32.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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