the whale regia di Darren Aronofsky USA 2022
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the whale (2022)

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locandina del film THE WHALE

Titolo Originale: THE WHALE

RegiaDarren Aronofsky

InterpretiBrendan Fraser, Sadie Sink, Hong Chau, Ty Simpkins, Samantha Morton, Sathya Sridharan, Jacey Sink, Wilhelm Schalaudek

Durata: h 1.57
NazionalitàUSA 2022
Generecommedia drammatica
Al cinema nel Febbraio 2023

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Trama del film The whale

Charlie Ŕ un professore d'inglese che soffre di grave obesitÓ e tenta di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente, che si Ŕ allontanata da lui, per cercare un'ultima possibilitÓ di riscatto.

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Voto Visitatori:   7,50 / 10 (16 voti)7,50Grafico
Miglior attore protagonista (Brendan Fraser)Miglior trucco e acconciatura (Adrien Morot, Judy Chin, Anne Marie Bradley)
VINCITORE DI 2 PREMI OSCAR:
Miglior attore protagonista (Brendan Fraser), Miglior trucco e acconciatura (Adrien Morot, Judy Chin, Anne Marie Bradley)
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Voti e commenti su The whale, 16 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Misialory  @  19/03/2023 20:30:52
   7½ / 10
Claustrofobia, è quella che si prova guardando il film, che rappresenta tutto quello che sfuggiamo nelle nostre vite: il peggior inferno è stare chiusi in un mediocre appartamento nella costante penobra, schiavi di un corpo deforme che detestiamo e che ci vergogniamo di mostrare al mondo.
Su quel divano c'è un uomo obeso, malato, sconfitto dagli eventi a cui rimane un unico scopo: dare alla figlia un futuro meno incerto.
Intorno a lui si muovovo gli altri personaggi come nel palco di un teatro (infatti è proprio tratto da un piece teatrale), lui è al centro e lo spettatore lo deve costantemente guardare, provando pietà e ansia crescenti.
Oscar meritato per il protagonista, che ha interpretato un personaggio scomodo, perdente con una grande umanità.

Oskarsson88  @  16/03/2023 15:04:13
   7½ / 10
Parte a mille con qualche gag in mezzo al dramma per poi appiattirsi un po' e rimanere sulla storia drammatica dell'obeso e il rapporto con una serie di personaggi, in primo luogo la figlia. Tema poco raccontato nel cinema, bel lavoro del regista, non semplice girare un film praticamente senza spazi esterni...

goophex  @  14/03/2023 22:41:27
   7½ / 10
Il film merita quasi esclusivamente per la grande interpretazione di Fraser e del cast che gli ruota attorno a partire dalla bravissima (seppur giovanissima) Sadie Sink.
La trama è quella che ti aspetti, il personaggio non ha nulla da nascondere ma molto da raccontare, sopratutto a chi almeno una volta nella vita si è sentito schiacciato ed impotente.
Finale in pieno stile Aronofsky.

topsecret  @  13/03/2023 14:18:33
   8 / 10
La forza emozionale che trasmette questo film è piuttosto evidente ma forse non alla portata di tutti.
Una storia di grande presa, visivamente ed emotivamente impattante, diretta e interpretata al meglio (meritato, a mio avviso, l'oscar a Fraser), dotata di critica sociale ma anche di speranza, toccando vari temi in maniera lucida e quanto più sinceramente possibile, per quelle che sono le dinamiche cinematografiche.
Un prodotto davvero valido che coinvolge e fa riflettere.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  13/03/2023 09:51:32
   7½ / 10
Occorre dividere il devastante patrimonio emotivo che lascia questo film dalla sua effettiva riuscita artistica, che è forse in parte nella scelta stilistica (un camerismo da docu-fiction o piece teatrale) e in parte nello script. Premesso che Anorofsky gioca qui di sottrazione minimale rispetto al suo Cinema visionario, ma il magma verbale dei dialoghi (stupendi anche quando fin troppo necessari!) è tutt'altro che sobrio. La metafora del Moby Dick di Melville sfocia nella Spiritualità facendo dell'agnostico Charlie una sorta di Cristo in croce che attende di terminare la sua ultima ora. In questo senso il film acuisce per fortuna e senza grandi spiegazioni sulla Fede la Morte attraverso la rimozione sociale del suo Tabù. Oltretutto è proprio Charlie a raccontarci, senza opuscoli e imbonitori, che occorre credere nelle possibilità delle persone e coglierne il lato positivo che possa dare un significato alla vita (degli altri, se non la sua). E qui avanzo le mie riserve perché un uomo malato con un corpo di 300 kg., un cyborg moderno "che non si fa vedere" dovrebbe essere giustamente incarognito e violento, dovrebbe odiare l'intera umanità anche senza portare a conoscenza il pensiero umano celato da ogni individuo del nostro tempo. Che so dovrebbe rompere tutta la casa, bestemmiare, insultare e picchiare la sua infermiera, ferire con le parole e non curare con queste. In pratica, non mi va giù questo buonismo vagamente Messianico e profetico, avrei voluto proprio che Charlie fosse quel che avrebbe dovuto essere nelle sue condizioni, una disperata carogna. Ma nella rappresentazione di un corpo quasi in fin di vita - e qui non andrebbe citato il modello-Polansky ma il Wenders di "Nick's movie/lampi nell'acqua" - Aronofsky individua un corpo che ha brama della Verità, e infatti la sequenza più straordinaria, fissa su un'immagine che non ha parole ma sguardi increduli - è l'incontro con il "ragazzo delle pizze" che puntualmente gli consegna la merce. Non è la sola immagine forte di un film che distrugge il cuore, nonostante i suoi difetti, ma la luce che emana, davanti al logorante buio della dimora, è lacerante. Oltre alle pieghe o piaghe dello spirito da soccorrere Vs New Life. Magistrale, ovvio, la prova di Fraser, per una volta doppiato benissimo in Italia. Strepitose anche le prove dei (pochi) comprimari mentre nello stringersi empaticamente verso quest'uomo e la sua ultima "redenzione" ci sentiamo tutti un po' meno soli. E solidali. Magari pure troppo

1 risposta al commento
Ultima risposta 20/03/2023 04.59.03
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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento williamdollace  @  07/03/2023 16:56:56
   8 / 10
Quattro pareti, un via vai dalla terrazza che irrompe nell'appartamento claustrofobico di Charlie, obeso professore di letteratura online. La sua immobilità è l'immobilità dello spettatore, i suoi pochi e faticosi movimenti chiudono lo stomaco, e aprono il suo, il suo Giona inghiottito è il rapporto con la figlia che ha precluso per 8 anni, dovendo scegliere amore per amore. E così, evitando spoiler, il tema della carne piena e vuota (A.) si fa sentire per contrapposizione fino alla fine, per arrivare alla medesima conclusione. Lasciarsi andare, sacrificarsi al dolore. Brendan Fraser recita con il respiro, gli occhi, le lacrime e il sudore, recita nella rappresentazione di uno zoom senza videocamera, di un rettangolo buio in mezzo ai volti delle persone, così come ha deciso la sua esistenza, si sottrae a chiunque, deciso a far scomparire la sua mole per sempre (ancora pieni e vuoti, i corpi, nella morte, nell'amore). Non c'è rivalsa, redenzione, ospedale, riparazione, il cumulo di errori si erge come un macigno e lo ingoia e lui lo ingoia a sua volta tramite il feticcio del cibo. Un film che a che fare con lo stomaco, che ti blocca l'aria nell'esofago, che ti mette a disagio, che è a tutti gli effetti nel campo dell'indigeribile perché le lacrime rimangono strozzate e perenni come un rubinetto che perde. L'immacolata purezza di una stanza è lo scrigno da conservare, è ciò che eravamo, felici, nella totalità della nostra triste storia, almeno per un po'.

Elfo Scuro  @  06/03/2023 13:18:37
   7½ / 10
Probabilmente la sorgente teatrale dello script limita la regia di Aronofsky, che rispetto ad altri lavori si ritrova col freno a mano tirato e meno incline al violento/grottesco. Questo comunque non toglie la bravura nel mettere una storia forte ambientata in un unico luogo, la marcia in più è da parte del cast: Brendan Fraser si riprende quello che gli è stato tolto in tutti questi anni (e per quanto vale dovrebbero dargli l'Oscar) recitando in stato di grazia, Sandie Sink regge il banco egregiamente nel ruolo della figlia e Samatha Morton nel poco minutaggio mostra la sua bravura già risaputa. Sempliciotto a livello emozionale, poco fuori di testa rispetto ai canoni di Aronofsky ma ben livellato a livello d'atmosfera e pathos per tutta la durata. Straziante talvolta e realistico come si deve, merita una visione già solo per l'interpretazione di Brendan.

Boromir  @  05/03/2023 22:22:32
   7½ / 10
Darren Aronofsky è da sempre interessato al racconto dell'uomo che, in punto di morte, brancola nel buio alla ricerca di riscatto. Come in quel gioiello impazzito di mother! ci troviamo dalle parti del kammerspiele, ma le gabbie fisiche e psicologiche che costruiamo intorno a noi attraverso le più incessanti routine sono le stesse di The Wrestler. In The Whale l'obesità e il conseguente disfacimento della carne sono effetti collaterali di un'autodistruttiva dipendenza alimentare generata da rimorso e carenza d'autostima. Un film molto umanista, quasi interlocutorio se paragonato ai lavori precedenti del regista, critico di molte idiosincrasie americane sul piano sanitario e religioso, che dipinge personaggi vividi e calibra al millimetro gli spazi tra quattro mura, le giuste attese, il giusto pathos. Poi c'è l'uso sapiente del 4:3 (che enfatizza claustrofobia degli opachi interni e stazza del protagonista), un cast di draghi in stato di grazia, una storia funzionale a parlare delle nostre ambiguità.
Se proprio si vuole trovare delle sbavature a questo riuscitissimo titolo: la struttura drammaturgica in odore teatrale si ripiega su sé stessa nella parte centrale, forse la bulimia di tematiche e sottotesti è davvero eccessiva e rischia di intaccarne solo la superficie, non sempre la comunque capace Sadie Sink (a man bassa miglior componente del cast giovanissimo di Stranger Things) riesce a reggere il peso di un personaggio non facile. Nulla che comunque non si possa perdonare al risultato finale, che trova la sua dimensione nel corpo prostetico e negli sfumati sguardi di un Brendan Fraser francamente eccezionale. Cinema imperfetto e al contempo di spessore, che merita tutta l'empatia del mondo.

Alebriso  @  05/03/2023 16:24:52
   8 / 10
Claustrofobico, disturbante, doloroso, intenso, un film quasi onomatopeico, in cui i silenzi, i rumori, la lentezza, sono rappresentativi a tal punto da farti sentire nel corpo la pesantezza dell'animo e del fisico del protagonista.
Lo schermo in 4/3 rende la percezione degli spazi ancora più stretta e soffocante, i colori spenti e opachi ti immergono nella prospettiva visiva e emotiva del fragile professore ormai abbandonato alla passività della vita.
Il ritmo narrativo lento e cadenzato fa vivere allo spettatore quel senso di eterna routine vuota, ripetitiva e priva di speranza vitale, che affanna quest'uomo in ogni parte del suo essere.
Una metafora intima sul dolore umano, che si manifesta nelle sue diverse forme, un racconto sul riscatto, che può essere cercato fino all'ultimo sprazzo inaspettato di volontà.
The whale è una trasposizione semantica più teatrale che cinematografica del romanzo di Melville, Moby Dick, che ne è esplicito filo conduttore e forza motrice per l'intera durata del film.
Film duro, cinico, fastidioso, toccante e scuotente.
Fraser meraviglioso, i suoi sguardi raccontano il patire in ogni sua forma altalenante, quel patire che a volte, ad un certo punto, non si ha più la forza di combattere e che appesantisce con zavorre e forme diverse lo spirito di ogni uomo.

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Wilding  @  05/03/2023 10:54:39
   7 / 10
Il taglio dato dal regista al film è eccessivamente teatrale a parer mio; una trasposizione cinematografica un minimo di "cinema" lo chiede! Ciò detto... grande storia, grandi interpreti, ottimo film.

Filman  @  04/03/2023 16:03:25
   8 / 10
Ci sono alcune sbarre concettuali che un regista, per quanto barocco e visivamente provocatore, come Darren Aronofsky non può infrangere se ha a che fare con un tipo di film che non glielo permette. Ad esempio se il tipo di film è una trasposizione teatrale, ci si aspetta che la narrazione passi tutta dal montaggio, dalle recitazioni degli attori che entrano ed escono di scena e dalla location mono-ambientale. Se il film è inoltre di stampo drammatico e tratta temi piuttosto sentiti, perché sociali, non può schiodarsi troppo da terra ma deve invece interfacciarsi con lo spettatore.
THE WHALE è in questo senso il film più comune e normale del regista, ma soprattutto è il più terreno ed umano, cosa che può addirittura considerarsi un mezzo difetto se si pensa a quanto ultra-terreno sia capace di essere lo spirito dell'autore. L'opera rimane però un bellissimo dramma umano che tratta l'obesità, argomento tabù, diventandone punto di riferimento per i film futuri pur trattando tale tema collateralmente. Va inoltre menzionata tutta un'altra serie di cose che vengono discusse, proprie del cinema sociale americano, quali: provincia, povertà, sanità, alienazione, repressione sessuale, disagio giovanile e religiosità ingombrante.
L'aspect ratio 4:3, sempre più in voga, appare un'ottima soluzione per far risaltare ciò che è grande e ciò che è piccolo nello schermo.
Il ripudio per la carne, come materia putrescente distrutta dai segni del peccato, è un punto fermo del regista, così come l'idea, scalfita nel cinema contemporaneo, dell'autodistruzione del protagonista, artefice dei suoi stessi mali (qui aperto, tuttavia, al rifiuto del nichilismo).
Il regista non riesce invece a parlare del corpo mortale come gabbia per lo spirito, cosa che di solito fa, portando i suoi personaggi al burnout e liberandosi, più in generale, di qualunque dogma narrativo. Ma nell'ammirevole costanza qualitativa di questo autore, dei cambi di registro non possono essere considerati un male.

Manticora  @  03/03/2023 10:33:39
   8 / 10
Aronofsky ancora una volta si cimenta in un film che partendo da un opera teatrale, la seconda candidata agli oscar quest'anno, affronta ancora una volta il tema dell'ossessione, della dipendenza e soprattutto dei rapporti padre-figlia. Quest'ultima è già vista in the wrestler, da una parte questo incontro-scontro genitore-figlia è un pò l'epigono del precedente film. Ma se lì il personaggio del padre aveva la libertà di scegliere di muoversi nell'ambiente circostante qui Brendan Fraser si è auto-imprigionato nella sua casa, da dove non esce praticamente da anni.
Ho notato delle sbavature nella messa in scena proprio all'interno dell'appartamento, dato che il regista per forza di cose, nei dialoghi-confronto con i personaggi adotta una impostazione TEATRALE che in certi casi vedi Samantha Morton è evidente nella postura del corpo e nell'interazione con gli oggetti.
Comunque è un dettaglio minimo che non compromette la storia. Quest'ultima funziona, forse a tratti è troppo cinema del dolore, ma Aronofsky sà come spostare la prospettiva, andando ad analizzare l'inutilità della RELIGIONE, e rinuncia ad INDUGIARE nel classico schema del personaggio che sprofonda sempre più nella malattia-dipendenza fino a morirne in diretta. Come in requiem for a dream invece l'interazione dei personaggi non parla solo del destino del protagonista, Charlie, ma anche di quelli che gli stanno intorno.
Ellie la figlia adolescente per esempio si vede all'inizio del film che scende dall'autobus. Per poi piombare a casa di Charlie, in un confronto-scontro che metterà tutto in discussione. La ragazzina di Stranger Things (Max docet) qui dimostra capacità attoriali non indifferenti, che fanno impallidire la penosa deriva della serie Netflix omaggiante gli anni 80. da tenere d'occhio questa Sadie Sink, indem per l'infermiera Hong Chau, che rappresenta l'unica amica di Charlie, ma anche ambiguamente quella che suo malgrado lo aiuta a morire.
Il ragazzo della setta religiosa rappresenta un mcguffin notevole e non scontato soprattutto perchè

Nascondi/Visualizza lo SPOILER SPOILER
anche lui alla fine però troverà la sua strada.
Infine Brendan Frazer che spero vinca l'oscar per un interpretazione non certo semplice e a rischio cinema del dolore, che invece mostra tutta la sua forza, duttilità e capacità drammatiche. Un film che merita, soprattutto se non cercate un film scontato.

ferrogeo  @  02/03/2023 11:25:18
   7½ / 10
Sarò breve.
Il film è molto bello e toccante, scorre via veloce anche se ambientato totalmente all'interno di un appartamento.
I pochi personaggi che girano attorno a "the whale" sono ben caratterizzati e calzano con la storia.
Mi sono commosso ed è molto raro che mi succeda..... pertanto il film è riuscito nel suo intento.

federicoM  @  28/02/2023 00:54:13
   6½ / 10
Film che ho guardato un pò prevenuto, avendo come riferimento The Wrestler, soprattutto per la campagna di marketing fatta su Fraser, simile a quanto era accaduto con Rourke. Della serie una volta ci casco, due no.
Scontato che Fraser il carisma di Rourke se lo sogna, Rourke è stato truccato, ma la faccia trasfigurata è la sua. Insomma la storia era più parallela a quella dell'attore principale.
In questo film il percorso di autodistruzione non solo è segnato, ma scelto da protagonista come redenzione e per "aiutare" gli altri. Ecco su questo secondo punto il regista sembra cercare di convincere se stesso come se il personaggio principale non avesse la forza di trasmetterlo.
Anche sul tema dell'obesità si vede una certa contraddizione da parte del regista perchè il nostro eroe si uccide di cibo e la sua caregiver di fatto è quella che glielo porta permettendogli di uccidersi. Il regista si limita a qualche primo piano contrito della suddetta causa consapevolezza delle proprie azioni.
Gli incastri di questo film funzionano peggio di The Wresler e non basta l'emozionante scena finale a renderlo memorabile.

Thorondir  @  24/02/2023 14:36:12
   6½ / 10
È il secondo film consecutivo di Aronofsky in cui il protagonista (i protagonisti in "Mother") sono sigillati in case da cui per un motivo o l'altro fanno fatica non solo ad uscire ma anche a muovercisi liberamente. Charlie, umano-balena, non solo ha problemi a muoversi ma anche a stare in piedi e respirare. Capisce di essere giunto alla fine e tenta di ricucire un rapporto travagliato con una figlia che ha abbandonato: tema che ritorna dopo "The Wrestler", altro film di metamorfosi-redenzione di un attore che come Fraser aveva trascorso momenti molto complicati (Rourke, of course).

Questa ultima fatica di Aronofsky racconta di una umanità che si percepisce disgustosa e che si chiude in casa, tenta di celarsi alla vista altrui. Un tema che è emerso prepotentemente con la pandemia e su cui Aronofsky riflette, quasi lo ritenga una delle condizioni della contemporaneità: va infatti notato che sono "chiusi" in casa anche gli studenti che seguono online il corso universitario del nostro protagonista. Scelta quindi interessante, che riflette sull'oggi e che trova conferma e forza in un film "da camera" che sa anche essere claustrofobico (non a caso il formato scelto è un 4:3). Non poteva inoltre mancare la religione, tema caro ad Aronofsky: se in "Mother" è allegoria biblico-ecologica qui mi sembra uno sguardo molto più pessimista, quantomeno nel come Charlie la rifiuta: per lui religione è dolore, credere nel racconto biblico è impossibile e a conti fatti il tema religioso riemerge anche nel finale; un'"ascensione" però tutta laica, senza i conforti religiosi (il personaggio del giovane Thomas, per gran parte della pellicola abbastanza fuori luogo e mal scritto). Infatti, essendo il film, di fatto, il racconto di un consapevole suicidio, l'atto di attacco alla religione da parte di Charlie mi sembra abbastanza palese.

Quello che però stona di quest'ultimo film di Aronofsky è la sensazione, permanente durante tutto il suo svolgersi, di un film pensato e scritto per avere tutti i crismi dell'attualità mainstream: c'è tutto il campionario del "buonismo" del momento (e il film è un po' sempre in bilico tra buonismo e umanesimo): famiglia disfunzionale, buoni sentimenti, disturbi alimentari e psicologici, abbandono genitoriale, storia d'amore gay. Ecco quindi che il film, forse troppo "costruito", finisce per essere un purissimo tearjerker di quelli che ad un certo punto ti dimostrano di non aver poi molto da dire e che puntano tutto su picchi di emozionalità così eccessivi e ridondanti da scadere quasi nel patetico (e da questo punto di vista l'ultima mezz'ora chiede veramente tanto allo spettatore).

2 risposte al commento
Ultima risposta 21/03/2023 14.46.01
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Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  27/09/2022 19:37:05
   7½ / 10
The Whale è ambientato all'interno delle mura di della casa di Charlie il suo debordante protagonista. Un uomo obeso che pesa 270 kg., con problemi cardiaci che ormai hanno resp una china irreversibile verso la morte. Pochi giorni di vita rimangono a questo insegnante che conduce corsi online, che esorta i suoi studenti ad essere sinceri, ma il primo a non essere sincero è proprio lui che oscura il video della telecamera per non essere messo di fronte agli altri del disfacimento del suo corpo. La casa è il suo luogo di rifugio, dove a parte l'amica infermiera, nessuno lo vede, nemmeno il ragazzo delle pizze che lascia l'ordinazione fuori la porta. Aranofsky ha la capacità di adattare il testo teatrale di riferimento senza farsi imprigionare dalla staticità della messa in scena. La sua regia è dinamica e quelle quattro mura non sono soffocanti come potrebbero essere. Commuove l'interpretazione di Fraser, attore risorto, nei panni di Charlie che prima di lasciare questa valle di lacrime cerca di recuperare il rapporto con la figlia, attraverso una dinamica padre/figlia che ricorda The Wrestler. L'alchimia tra Fraser e la Sink è ottima e di fronte al rancore ed alla crudeltà di quest'ultima, Charlie rimane sempre ottimista e la sprona a credere in sè stessa. A mio parere Fraser avrebbe meritato la Coppa Volpi, molto più del bravo Farrell. The Whale è stato ignorato completamente dalla giuria del concorso ufficiale e sinceramente mi ha deluso non poco.

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