Recensione parla con lei regia di Pedro Almodovar Spagna 2001
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Recensione parla con lei (2001)

Voto Visitatori:   7,93 / 10 (131 voti)7,93Grafico
Voto Recensore:   10,00 / 10  10,00
Migliore sceneggiatura originale
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Migliore sceneggiatura originale
Miglior film dell'unione europea
VINCITORE DI 1 PREMIO CÉSAR:
Miglior film dell'unione europea
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locandina del film PARLA CON LEI

Immagine tratta dal film PARLA CON LEI

Immagine tratta dal film PARLA CON LEI

Immagine tratta dal film PARLA CON LEI

Immagine tratta dal film PARLA CON LEI

Immagine tratta dal film PARLA CON LEI
 

"L'idea principale del romanzo è raffigurare un uomo positivamente bello. Non c'è nulla al mondo più difficile di questo. C'è una sola persona positivamente bella: Cristo. Ricorderò che tra le persone belle della letteratura la più compiuta è Don Chisciotte. Ma egli è bello unicamente perché nello stesso tempo è ridicolo. Attraverso la compassione per il bello deriso e ignaro del proprio valore nasce la simpatia anche nel lettore".
F. Dostoevskij, Lettera a S.I. Ivanova del gennaio 1868, a proposito del suo romanzo "L'idiota".

"Quando mi metto a riflettere su Abramo sono come annientato. I miei occhi cadono sull'inaudito paradosso ch'è la sostanza della sua vita, e il mio pensiero, malgrado il suo appassionato accanimento, non può penetrare quel paradosso neppur per un capello".
S. Kierkegaard, "Timore e tremore"

Misterioso e affascinante capolavoro, "Parla con lei", che in tono di melò classico alla Douglas Sirk, arriva ad essere una sorta di rivisitazione di "Ordet" di Dreyer (film che più distante non si potrebbe), e fa intravedere sullo sfondo addirittura il pensiero di Kierkegaard e la poetica di Dostoevskij.
Scandalo e paradosso sono temi centrali al personaggio di Benigno, protagonista di "Parla con lei": e sono le caratteristiche fondamentali di Abramo (secondo Kierkegaard), del protagonista di Ordet, Johannes, nonché del principe Myškin di Dostoevskij.
Benigno e Myškin sono "idioti" in modo pressoché analogo, e in modo pressoché analogo esaltati dai loro autori per la loro irrimediabile alterità rispetto al mondo.

Paralleli – quelli tra Benigno, Johannes di "Ordet", l'Abramo di "Timore e tremore", o il principe Myškin de "L'idiota" – che possono sembrare inauditi. Così come sarebbe paradossale oltreché incongruo individuare in Almodovar una tematica religiosa.
Non sosteniamo che Almodovar, con questo film, abbia voluto alludere a forme di pensiero cristiano. Piuttosto, "Parla con lei" stimola una laica riflessione sulla spiritualità, che arriva a indicare una laica forma di fede. O, meglio, a suscitare un "senso" di fede che ciascuno è libero di intendere secondo il proprio spirito.
Ciò è tanto affascinante, quanto spontaneo. Il film è "emotivo" e non concettuale. Intanto suscita emozioni: nasce (e si chiude) come un melodramma. Inoltre non risulta frutto di una speculazione filosofica (né, tanto meno, religiosa). L'analisi che ne andremo traendo tiene conto del fatto che attraverso la sua opera Almodovar non espone riflessioni, semmai ne suggerisce. "Suggestiona", attingendo sempre esclusivamente alla sfera emotiva, e non a quella razionale, con la profonda convinzione che la verità più autentica dell'esistenza risieda nei sentimenti.

L'intreccio del film

Avvertenza per chi non avesse visto il film. Riteniamo necessario esporre qui di seguito nella sua interezza la trama del film, che è ricca di colpi di scena.

Benigno (Javier Càmara – interpretazione superba) è un infermiere che da quattro anni si prende amorevole cura di Alicia (Leonor Watling), una giovane studente di danza in stato vegetativo permanente. Benigno all'apparenza ha disturbi di personalità, ma è profondamente innocuo (come rivela il nome). Benigno parla con Alicia. Totalmente disinteressato al dato scientifico, è convinto che Alicia lo possa sentire, e che le loro siano vere conversazioni. E' segretamente innamorato della ragazza, che – come un flashback rivela – conosceva già prima che un incidente la riducesse in coma: passava intere ore ad ammirarla, non visto, dal palazzo di fronte, mentre prendeva lezioni di danza.

Lydia (Rosario Flores) è una torera che entra in coma dopo essere stata ferita nell'arena, e viene ricoverata nella stessa clinica di Alicia.
Marco (un giornalista argentino magnificamente interpretato da Darìo Grandinetti) è da pochi mesi il compagno di Lydia, e adesso passa il suo tempo nella stanza dove è ricoverata: in clinica, farà la conoscenza di Benigno. Dell'infermiere riconoscerà subito l'eccentricità, ma qualcosa che scorge in lui lo incuriosisce e lo spinge a diventarne amico. Comunque Marco non condivide la convinzione di Benigno di poter parlare con una persona in stato vegetativo permanente, per quanto soffra della propria incapacità di comunicare con Lydia. Per questo sembra invidiare a Benigno quella che non capisce se è un'ossessione malata, come la considera razionalmente, o una virtù che a lui è negata.
Un giorno, Marco trova nella stanza di Lydia l'ex compagno di lei (il torero El Niño de Valencia), il quale rivela come, prima che lei entrasse in coma, si fossero rimessi insieme. Lydia aveva provato a dirglielo, prima dell'ultima corrida: però aveva rimandato, mentre Marco continuava da solo a parlarle di sé, senza accorgersi nel frattempo della necessità anche di Lydia di parlare a lui.
Adesso è El Niño che starà vicino a Lydia. Ciò allontana Marco dalla sua amata.

Improvvisamente, Alicia rimane incinta: il responsabile è Benigno. Egli ha abusato di lei, come lascia intendere l'inserto nel film di un film muto surrealista. Benigno verrà rapidamente scoperto e incriminato.

Mentre è in viaggio lontano, Marco apprende dai giornali che Lydia è morta. Tornato a Madrid, viene a sapere anche della vicenda che riguarda Benigno, che ora si trova in carcere. Con i suoi stessi occhi, scopre poi sussultando che Alicia si è risvegliata, dopo aver dato alla luce un feto morto.
La sconcertante scoperta lo persuade, con lo shock di una rivelazione (o di una "conversione"), che l'ossessione di Benigno conteneva in effetti una virtù. E' da essa (la fede assoluta nella possibilità di comunicare, intimamente, anche con una persona in stato vegetativo permanente) che Marco sente sia dipeso il risveglio di Alicia, per quanto attraverso un gesto – lo stupro – abominevole per la più elementare morale comune.
Marco, il solo amico che sia rimasto a Benigno, ha preso ad andarlo a trovare in carcere: ma, per prestar fede alle raccomandazioni di un avvocato, non fa in tempo ad avvertirlo che Alicia è viva.
Non fa in tempo, perché Benigno muore: lacerato dall'impossibilità di star vicino ad Alicia, ha deciso di ricongiungersi a lei entrando in coma attraverso l'assunzione di un abnorme numero di farmaci (nascosti nel corso di lunghi mesi di carcere), ma ne morrà. E Marco, pur avvertito da una telefonata, non farà in tempo a salvare l'amico.
Per la seconda volta, dunque, Marco sente di non aver impedito la morte di una persona cara, sempre per colpa della sua riluttanza ad esternare i sentimenti.
Dilacerato dal rimorso, sulla tomba di Benigno Marco gli parla: "Alicia è viva. Tu l'hai svegliata".

Nel finale, vediamo Alicia e Marco incrociare gli sguardi durante uno spettacolo teatrale di cui sono spettatori. L'insegnante di Alicia si è raccomandata: Alicia nella sua innocenza è all'oscuro di tutto, e tale deve rimanere. Marco la rassicura. Ormai sa che ci sono momenti in cui si deve parlare, e che non per forza si deve parlare di tutto. La comunicazione profonda è altra cosa, passa anche attraverso le parole ma non si esaurisce nel dato verbale. E' spirituale e non razionale. Come quello sguardo iniziale fra i due, in cui Marco ha sensazione che Alicia l'abbia riconosciuto, e forse anche Alicia per un istante, con una parte remota del suo essere, ha creduto di riconoscere Marco...
Una scritta compare in sovrimpressione ("Marco e Alicia"), che rimanda ad altre due scritte comparse in precedenza nel film ("Marco e Lydia" e "Alicia e Benigno"), e lascia immaginare un futuro di speranza, in cui non sia più così difficile esternare i propri sentimenti.

E però, resta vero quanto sentenzia Katerina, l'insegnante di ballo di Alicia (interpretata da una splendida Geraldine Chaplin). Nel finale, lei dice a Marco: "Un giorno io e lei dovremmo parlare", e Marco le risponde, ormai sicuro: "Sì. E sarà più semplice di quanto crede". Ma Katerina lo contraddice: "Niente è semplice. Sono maestra di ballet, e niente è semplice".
Comunicare non è semplice: il film sta a dimostrarlo. Se può arrivare a sembrar semplice, è solo dopo essersi rivelato terribilmente arduo, e a costo di inaudite sofferenze.

Lo scandalo di Benigno

"La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d'angolo"
Salmo 118, Antico Testamento

Benigno vive per Alicia come, nei 15 anni precedenti, aveva vissuto per la madre. Se ne prende cura completamente, anche 24 ore al giorno sostituendo le colleghe infermiere; la professionalità dei suoi gesti esperti va di pari passo con la dedizione, l'amorevolezza.
Ha avuto un'adolescenza "speciale" (come la definisce il padre di Alicia, psicologo, dal quale si era recato unicamente allo scopo di vedere da vicino la ragazza che danzando lo inchiodava alla finestra). E' un semplice, un puro, un animo innocente. E' vergine e ineducato alla vita, e vive in un mondo tutto suo, che poco ha a che fare con la realtà (ma Almodovar ci insegna da sempre che la realtà più autentica è quella che sogniamo). Chi è messo a disagio dal suo modo di essere, lo definisce grettamente un "subnormale" (uno dei medici quando viene scoperta la gravidanza di Alicia). Benigno è un "idiota" come il principe Myškin.

Privo di alcun interesse diverso da Alicia, va a teatro a guardare i balletti, e al cinema a guardare i film muti (grande passione di Alicia) per poi raccontarglieli e tenere vive in lei le sue passioni, quasi a perpetuarle nell'attesa che lei si ridesti. Fa con l'anima di Alicia esattamente quanto fa con il suo corpo: se ne prende cura e la mantiene in forma.
Benigno, pur privo di esperienza di coppia, sa d'istinto che l'ostacolo più grande per vivere con un'altra persona è quello del non saper comunicare. E lo dice a Marco.

Benigno non solo è dominato dal convincimento che con le persone in coma sia possibile (anzi, debba essere naturale) conversare: egli nutre speranza nel loro risveglio. E quando Marco obietta che "sarebbe un miracolo", lui candidamente replica: "Bisogna credere ai miracoli. Altrimenti potrebbe capitarcene uno e non ce ne accorgeremmo".
Mentre Marco si lascia sopraffare dal silenzio, Benigno lo riempie di parole. Marco rinuncerà a trovare un ponte di comunicazione; come tutti, per amare ha bisogno di un riscontro, di una risposta. Benigno invece ama incondizionatamente, senza aspettarsi nulla in cambio.

Con il principe Myškin (e perché no, con Don Chisciotte), le analogie sono tante: ma sono di un tipo speciale quelle che legano Benigno a Johannes, il protagonista di "Ordet" di Dreyer.
Evidenti, a livello di trama: personaggi entrambi ai margini, da un loro gesto scaturisce il miracolo di una resurrezione (in senso proprio, quella di "Ordet"; non meno misteriosa e inesplicabile quella di Alicia in "Parla con lei").
In "Ordet", Johannes è la pecora nera della sua famiglia, si crede Cristo, e a tutti appare un pazzo. Egli ha rotto con le convenzioni comuni, è destinato alla derisione anche da parte dei suoi familiari, per poco non veniva rinchiuso in manicomio. Eppure si staglia positivamente rispetto a chi lo circonda. Proprio perché pazzo, è l'unico che realmente crede. La fede è di scandalo per la morale comune. La stessa figura di Cristo fuoriesce, dai vangeli canonici, come quella di un uomo che era di scandalo per le gerarchie sacerdotali del suo tempo (e tra i principali motivi di scandalo risulta proprio la resurrezione dei morti).
Ciò che accomuna Benigno a Johannes è la fede in qualcosa che gli altri non accettano: una fiducia irragionevole, che trascende la morale comune.

Del tutto ripugnante e inaccettabile, da un punto di vista morale, è il gesto dello stupro. Altrettanto risulta inaccettabile in Abramo l'intenzione omicida, nei confronti del figlio Isacco: quella prova di fede che Kierkegaard non si dà pace di non poter comprendere, né accettare con la ragione.
Della scommessa di Abramo, in Benigno si ravvisa il rischio, anche se compiuto in modo del tutto irriflesso. Non è una confessione di fede in qualcosa di metafisico, tuttavia nell'incondizionata fiducia e speranza di Benigno si cela uno spontaneo convincimento spirituale. In fondo, Benigno si rende conto che nella realtà non avviene nessun dialogo con Alicia: la comunicazione che avverte nasce già puramente spirituale.
La sua fede consiste nel percepire un'interiorità che non è commisurabile con i rapporti esteriori. E Benigno la assume su di sé proprio laddove è in gioco il mistero della vita.

Molte scene del film sono evocative e aprono a una dimensione almeno spirituale, per non dire metafisica.
Come evitare di notare, dopo la plongée in cui vediamo Lydia portata via a braccia dall'arena appena dopo essere stata incornata, ed aver perso i sensi, la sua soggettiva verso l'alto, come se fosse ancora cosciente e potesse guardare?
In questo film a più riprese sembra esservi qualcosa di trascendente che sovrasta i personaggi ed è più grande di loro.
Poco prima di essere incornata, Lydia avanza nell'arena in preda a una vistosa alterazione emotiva (per non aver ancora rivelato a Marco che si è rimessa con El Niño). A una prima visione potenzia la suspence; dalla seconda visione ci scorgiamo un presagio, e affiora persino il dubbio che Lydia abbia preso in considerazione l'ipotesi che, stavolta, la sfida con quel toro è più grande della sua sfida alla vita.
Prendersi cura di una persona in coma avviene con gesti rituali affini al culto dei morti e alla vestizione dei cadaveri (si pensi al recente "Departures"), e in questo senso possiede una sua spiritualità: ma rivela anzitutto un grande rispetto per la vita, anche se in stato vegetativo. C'è una scena di vestizione di Alicia, non meno affascinante di quella della vestizione della torera Lydia prima della corrida fatale. Come quest'ultima scena è un rito ricco e sfarzoso di colori e di dettagli, la vestizione di Alicia è immersa nel candore delle lenzuola e della sua veste. In una plongée, vediamo un lenzuolo che riempie lo schermo assumere la forma del corpo di Alicia, mentre viene deposto su di esso. In un primo momento il lenzuolo copre anche il volto, e Alicia sembra un cadavere: poi (ed è un piccolo, sublime incantesimo scenico), un risvolto del lenzuolo viene piegato, e il volto viene scoperto. A ricordarci che Alicia è viva.

La grandezza di Almodovar sta nella sua capacità di creare un universo con una sua coerenza interna, dando prova di una padronanza del mezzo e di una creatività eccezionali. Tutto è calibrato, costruito, eppure non si avverte artificiosità: al contrario, la forza della messa in scena risiede nella naturalezza.
I suoi film sono caratterizzati da una particolare ricercatezza delle inquadrature, e da una cura attentissima alla composizione, ai colori, alle geometrie. In "Parla con lei" Almodovar è in questo particolarmente ispirato: indugia, si sofferma, esplora. Sembra voler dettare un modo di vedere le cose e la vita: il ritmo del silenzio, dell'attesa, della solitudine, della speranza.

Marco: un uomo che piange.

"Juran que el mismo cielo
se estremecia al oir su llanto;
como sufrio por ella,
que hasta en su muerte la fue llamando
"
Tomàs Mendes, "Cucurrucucù Paloma"

La prima volta che vediamo Marco, sta piangendo.
Piange ancora appena incontrata Lydia, dopo aver ucciso un serpente nella cucina della casa che lei condivideva con El Niño, e nella quale non vorrà più tornare. Scopriremo più avanti che quelle lacrime erano per il ricordo di un'altra donna, Angela, con cui si è lasciato diverso tempo prima.

Prima dello struggente momento in cui piange disperato per la morte di Benigno, sono due le sequenze particolarmente significative in cui assistiamo a momenti di forte commozione da parte di Marco. Entrambi sono legati a una manifestazione artistica: lo spettacolo teatrale di Pina Baush in apertura del film, e l'interpretazione dal vivo di "Cucurrucucù Paloma" da parte di Caetano Veloso. Marco, dunque, oltre a essere un uomo che piange, è anzitutto un "uomo che osserva".
E' per questo che il suo personaggio è quello che si presta con più naturalezza ad assumere su di sé il punto di vista e la morale con cui lo spettatore va a identificarsi.
Anche per questo – per il fatto che è quasi sempre nella condizione di chi osserva – è destinato per tutta la durata del film a subire gli eventi, prima di riuscire ad incidervi.

Al contrario di Benigno, Marco ha spiccate caratteristiche virili. Però ha anche una sensibilità particolare: proprio quella da cui rimane colpita Lydia, quando lo vede piangere. Lydia tuttavia appare destinata, persino nella sua esibita mascolinità di torera (ma così fragile, così sensuale!), a soffrire (e morire) d'amore per un uomo che probabilmente non la merita, El Niño de Valencia.

Il classico di uomo, nel cinema di Almodovar, è il padre di Benigno, di cui ci viene detto che ha abbandonato la moglie e il figlio da tempo immemorabile.
L'uomo, intriso di connotazioni negative per Almodovar, fugge dall'amore, ha paura delle donne, del loro mistero e della loro vitalità. Ha ripulsa di sentimenti e sentimentalismo.
In questo senso, è uomo Marco quando rifiuta di parlare con una persona in coma; quando rifiuta di pensare che ella possa sentire. E' uomo, quando ammette di non saper nemmeno aiutare le infermiere, a prendersi cura del corpo di Lydia. Marco è uomo quando si tiene a distanza dalla sua sfera più intima, perché ne è turbato.
Invece, le lacrime di Marco sono il sintomo del "femminino" che è in lui. La "paloma triste" di Veloso – che canta un disperato amore che non si dà pace che l'amata è morta (è "Cucurrucucù Paloma", canzone degli anni '50 del messicano Tomàs Mendes) – gli fa venire la pelle d'oca. Ma Marco non arriva a sopportare un'emozione forte, e di fatti, pur commosso, si allontana.
Tuttavia nel fondo del suo animo cova qualcosa, e il suo affetto per Benigno è indice del rinnovamento che è in nuce. Il nuovo Marco non avrà paura dei propri sentimenti e non avrà più paura, finalmente, di esternarli, ma avrà avuto bisogno, prima, di passare attraverso la lacerazione e il rimorso terribili di non aver saputo trattenere Lydia (prima ancora che questa si rimettesse con el Niño e finisse in coma), e di non aver saputo salvare Benigno con la notizia che, anche in carcere, gli avrebbe restituito la felicità.

Il femminino secondo Almodovar

Le qualità femminee di Benigno non stanno nella sua più o meno evidente effeminatezza (per la quale è preso in giro e scambiato per omosessuale). Le sue qualità femminili traggono origine dalla dedizione (in lui totale) a un essere amato. Egli ama al punto da assumere su di sé le passioni di Alicia (il balletto, il cinema muto).
La sola terapia che funzioni, dice a Marco, è parlare con Alicia e Lydia: "Ricordar loro che esistono, che sono vive, e che sono importanti per noi".

Nel prologo del film assistiamo a uno spettacolo di Pina Baush, che Benigno descriverà ad Alicia con una sensibilità straordinaria, in cui una donna si muove addormentata, come sonnambula, completamente immersa nella sua interiorità. Intorno a lei, disseminate sul palcoscenico, decine di sedie che un uomo premuroso e vigile si precipita a scostare dal suo percorso quando lei, imprevedibile, si lancia a occhi chiusi nella vita. Stupenda metafora, che Almodovar fa sua, della modalità femminile di vivere, con l'interiorità a far da bussola, e assumendosi il rischio di farsi male. L'uomo che scosta le sedie è l'immagine di quell'amore fatto di dedizione e attenzione vigili, che è femminino per eccellenza (almeno in Almodovar), e di cui è anche giusto che le donne sognino di esser fatte oggetto.

Il confine estremo di questo amore è la dedizione totale, di cui è ironica metafora il piccolo film nel film, quell' "Amante menguante" (gioiello surrealista, divertissement stilistico, omaggio al primissimo Buñuel, anche se probabilmente l'ispirazione sta in un racconto di Bukowski). Un uomo rimpicciolito, per colpa di un esperimento compiuto dalla sua amata, ormai minuscolo esplora e si gode il corpo gigantesco della sua donna dormiente, fino a decidere, dopo un breve turbamento di fronte all'immensa vagina di gommapiuma, di sparire completamente dentro di lei, farsi suo una volta per sempre, "anima e corpo". Geniale leggerezza quella con cui Almodovar ci diverte, raffigurandoci l'iperbole del desiderio e della sua soddisfazione.

Probabilmente, l'essenza di "Parla con lei" si può sintetizzare al meglio con lo spettacolo che Katerina, l'insegnante di ballo di Alicia, vorrebbe portare in scena, e di cui racconta a Benigno, una delle volte che va a trovare Alicia (anche lei usa parlarle, tra l'altro, in una profusione di tenerissimi epiteti).
Lo spettacolo si intitola "Trincee": in esso, dai corpi morti dei soldati si vedono levarsi come farfalle, in abiti bianchi, le loro anime – personificate da ballerine. Con sguardo rapito, Katerina descrive la scena che ha in mente: "Dalla morte, la vita... Dal mascolino, il femminino..." Da ciò che è terreno – si sforza di spiegare – ... l'etereo.
Ecco: questa ci pare l'immagine che racchiude il film.
Come in Marco prenderà vita, coscienza di sé, l'elemento femminino, dalla "morte" del coma ha ripreso vita la giovinezza di Alicia – attraverso il sacrificio di Benigno (sacrificio perché il suo gesto implicava l'incriminazione – anche se lui probabilmente non ne era consapevole).
"Marco e Alicia".
Finale aperto.

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Recensione a cura di Stefano Santoli - aggiornata al 22/09/2010 17.27.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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