Recensione love story regia di Arthur Hiller USA 1970
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Recensione love story (1970)

Voto Visitatori:   7,13 / 10 (31 voti)7,13Grafico
Voto Recensore:   8,00 / 10  8,00
Migliori musiche
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Migliori musiche
Migliore attore straniero (Ryan O'Neal)Migliore attrice straniera (Ali Mac Graw)
VINCITORE DI 2 PREMI DAVID DI DONATELLO:
Migliore attore straniero (Ryan O'Neal), Migliore attrice straniera (Ali Mac Graw)
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locandina del film LOVE STORY

Immagine tratta dal film LOVE STORY

Immagine tratta dal film LOVE STORY

Immagine tratta dal film LOVE STORY

Immagine tratta dal film LOVE STORY

Immagine tratta dal film LOVE STORY
 

Oliver Barret IV e Jennifer Cavilleri sono due studenti che si incontrano all'Università. Si piacciono, si innamorano e iniziano la loro grande avventura nell'affrontare la vita insieme. Tuttavia, una violenta malattia ematica si interpone tra i due, determinandone la prematura separazione.

Una trama semplice, lineare, senza una sbavatura: perfetta per tirare dalla tasca il fazzoletto e consumare le guance di lacrime, eppure negli anni '70 e ancora oggi, "Love story" è un film che fa la differenza.
Ieri, per la sua quasi violenta irruzione nel mondo benpensante della società; oggi, perché un messaggio rivoluzionario, per gli anni '70, sembra quasi un ritorno alle tradizioni in una società in cui tutto si capovolge e i punti di riferimento scompaiono come neve al sole.

La storia d'amore tra Oliver e Jenny sembra morta prima di nascere perché non vi sono le premesse "sociali" per durare: il giovane è l'unico figlio di un uomo di finanza, il cui cognome apre tutte le porte e fa piegare il capo di banchieri e rettori; Jenny è figlia di un fornaio, è uno "zero sociale" come si definisce, e studia per insegnare musica.
Ammirevole per il suo obiettivo di realizzarsi in Europa, visto che la società americana non le darebbe spazio, la sua personalità incanta il giovane Oliver, il quale nella prima parte del film appare piuttosto acerbo, bloccato, del tutto offuscato dalla pienezza di Jenny.
Inutile girarci intorno: Jenny fa innamorare di sé già nella sua primissima apparizione, con il suo sorriso e la sua gioia di vivere; Oliver è il lato meno bello della storia, soprattutto per l' "antipatica" appartenenza a una famiglia che rappresenta lo status symbol, il punto di arrivo del "sogno americano".

Ma è proprio qui che inizia la svolta, la rivoluzione: Oliver rinuncia a ogni privilegio paterno, rifiuta il denaro, decide di improvvisarsi in lavoretti saltuari nel tempo occorrente per completare gli studi. Jenny lo aiuterà a braccio, lavorerà il doppio, così da permettere a Oliver di studiare e di laurearsi con il profitto che compete a un ragazzo del suo livello. In tutto questo progettare di vivere insieme, malgrado il parere contrario di tutti i parenti, Oliver e Jenny si sposano con un rito tutto speciale, degno della eccezionalità della loro unione. Erano sposati dal primo momento in cui si sono visti, e una cerimonia formale nulla avrebbe aggiunto a ciò che in cuor loro era già successo.

Ad una visione superficiale, la pellicola appare una sorta di "inno dei figli dei fiori", all'apparenza sembra che la storia d'amore sia solo il velo che copre un messaggio di protesta, una pellicola disturbante che grida contro ogni forma di ingiustizia sociale.
Invece no, l'unica ribellione che si evince in profondità è l'amore totale, un concetto di amore che nel frattempo, dagli anni '70 ad oggi, va sempre più perdendosi.

Jenny passerà alla storia per la frase "... amare significa non dover mai dire 'mi dispiace'"; quante volte sarà stata analizzata questa sequenza di parole? Sarà accaduto di dire "mi dispiace" alla persona amata, approfondendo il significato e la congruità della stessa? A chi amiamo, è davvero necessario dire "mi dispiace"?
Anche qui, cerchiamo di arrivarci per gradi. Jenny riesce a rendere la difficile esistenza di due ragazzi, qualcosa di irripetibile: perfino il trascorrere il Capodanno "sotto le coperte" - perché non c'è altro da poter fare con i magri guadagni di un'insegnante di canto – diventa il modo più piacevole di festeggiare.
Anche quando Oliver, da laureato, riuscirà ad ottenere un posto in uno degli studi legali più prestigiosi di New York, e potrà prendere un appartamento più confortevole, la nuova dimora non sarà così calda come quella dove avevano vissuto i primi anni di povertà.

Dal principio Jenny è la più "ricca" dei due, perché sprigiona vitalità e carattere da tutti i pori; Oliver lo si assiste crescere, si nutre della ricchezza d'animo di Jenny. L'amore sta compiendo uno dei fenomeni più inspiegabili dell'essere umano. L'amore sta rendendo ricco anche Oliver, e non solo economicamente. E lo comprendiamo quando arriva la notizia.
"Ha solo ventiquattro anni!" è la prima cosa che viene in mente a Oliver, quando apprende la consistenza del male che affligge Jenny: non pensa a null'altro che al tempo che non potrà vivere la sua amata. Oliver non è più Oliver Barrett IV, ma è parte della coppia Oliver/ Jennifer. Per un capriccio della vita Jenny, adesso che può riposarsi e godere dei benefici dell'essere sposata a un giovane professionista rampante, sta per abbandonarlo per sempre.

Il tema fondamentale della pellicola, ormai un pilastro tra le colonne sonore cinematografiche, che con diverse varianti in realtà pervade tutto il film, adesso si mescola ai rumori del traffico, diventa così nebuloso da dare allo spettatore la chiara sensazione di chi – ricevuta una notizia che stravolge l'esistenza – non riesce nemmeno più a trovare la forza di tornare a casa con le proprie gambe.
Ancora una volta, quel miracolo che è l'amore fornisce la dimostrazione di quanto sia grande. Jenny riesce a sapere tutto e, invece di avvilirsi e di abbattersi, cerca di rassicurare il marito del fatto che lei non ha nulla da rimpiangere e lui nulla da rimproverarsi. La poverina si è sacrificata una vita intera, seppure breve, ma lo ha fatto perché il suo cuore diceva così.
Chi ama si sacrifica, ma lo straordinario è che non viene percepito come tale: è il modo più naturale di esistere.

Il momento del trapasso viene risparmiato agli spettatori anche se l'ultimo dialogo, sul letto di morte di Jenny, costituisce un momento alquanto enfatizzato e forse troppo sopra le righe rispetto al resto della pellicola. Tuttavia, l'uscire silenzioso dalla camera di Jenny, il chiudere la porta, l'avvicinarsi al suocero e fare un cenno di sì col capo da parte di Oliver è una sequenza tagliente come una lametta fatta scorrere lentamente sulla pelle. In quel momento il padre di Jenny sembra un bambino, e quello che gradualmente avevamo visto crescere insieme a Jenny oramai è un uomo.
È lo strano effetto dell'amore che nasce, vive, muore, ma quando muore non si esaurisce, lascia un segno indelebile nelle persone amate così forte da far ritenere, a ragion veduta, che un tale sentimento non può essere una coincidenza, una ipotesi scientifica dimostrabile, o la somma di particelle subatomiche messe in giusta combinazione dal caso: "l'amor che move il sole e l'altre stelle", prima o poi viene a dimostrare che esiste.

E torniamo alla domanda più sopra accennata: diamo il giusto peso al "mi dispiace"? Oggi in quanti possono affermare di amare a quei livelli, o essere amati a quei livelli? In passato, tra i nostri nonni, abbiamo sempre visto famiglie sorte dalla unione sincera di un uomo e una donna che si accontentavano del nulla. Uno dei due lavorava sodo e l'altra l'accudiva. In un certo senso, a molte coppie "del passato", "Love story" non aggiunge assolutamente nulla.
Il problema lo vive la società attuale, nella quale viene privilegiato e promozionato il singolo, nella sua sfera limitata e impermeabile all'esterno, anche quando si formi una coppia. Ed è qui che il discorso si fa tragico: una volta formata la coppia, le specifiche individualità rimangono elementi da difendere a tutti i costi e da qui si dipanano le motivazioni per le successive separazioni.
Ecco perché "Love story", oggi, possiede un significato rivoluzionario: perché quello spirito di sacrificio, dettato da una forma di amore profonda eppure così naturale da rendere superficiali le scuse dopo una lite, oggi è sempre più flebile, estraneo e lontano, da una sempre crescente parte della società.

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Recensione a cura di antoniuccio - aggiornata al 14/02/2011 10.53.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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