Recensione lo specchio della vita regia di Douglas Sirk USA 1959
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Recensione lo specchio della vita (1959)

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Voto Recensore:   9,00 / 10  9,00
Miglior attrice non protagonista (Susan Kohner)
VINCITORE DI 1 PREMIO GOLDEN GLOBE:
Miglior attrice non protagonista (Susan Kohner)
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locandina del film LO SPECCHIO DELLA VITA

Immagine tratta dal film LO SPECCHIO DELLA VITA

Immagine tratta dal film LO SPECCHIO DELLA VITA

Immagine tratta dal film LO SPECCHIO DELLA VITA

Immagine tratta dal film LO SPECCHIO DELLA VITA

Immagine tratta dal film LO SPECCHIO DELLA VITA
 

La voce splendida e dolente di Mahalia Jackson si estende nel silenzio di una cattedrale, mentre lo spettatore segue, attonito, una cerimonia funebre. L'epilogo di un film è l'apoteosi di tutto: del dramma, della storia, dello stesso film, della carriera di un regista capace di dare l'addio alle scene proprio al culmine del successo. Un verso di "Trouble of the world" che gli spettatori non hanno sentito recita chiaramente "I want to see my mother", e forse sarebbe stato retorico accompagnare quelle parole così affini alla vicenda, senza per questo corrompere l'emozione indotta dall'unico cineasta che ci ha spesso commosso senza che ne provassimo vergogna.

"Lo specchio della vita", remake di un film minore del 1934 di John Stahl, rappresenta la summa della carriera artistica di Sirk, ed è a tutt'oggi uno dei migliori melodrammi della storia del cinema. Anzi, probabilmente è IL MELODRAMMA per eccellenza, capace di culminare in un finale tragico che in realtà nasconde persino un revisionismo "ottimista" di stampo biblico.

Reiner Werner Fassbinder, da sempre ammiratore incondizionato del regista danese, così si esprimeva a proposìto del film: "nessuno dei protagonisti riesce a comprendere come tutto, pensieri, sogni o desideri, nasca direttamente dalla realtà sociale o venga influenzata da essa. Non conosco nessun altro film in cui questo fatto venga espresso con tanta lucidità e altrettanta disperazione".
In effetti le impressioni di Fassbinder suggeriscono proprio il divario colossale tra Sirk e la sua tanto ammirata (o incompresa) "classicità" all'interno del meccanismo hollywoodiano. L'europeo che - come tanti colleghi - sbarcò a Hollywood alla fine degli anni 30", realizzando una serie di pellicole di vario genere (dal noir al film di propaganda bellica fino al western e alla commedia) prima di passare al marchio indelebile del melodramma nell'ultima fase della sua carriera comprese per primo le potenzialità del cinema classico. Un cinema che può anche aprirsi a grandi tematiche sociali e al liberismo frenato dalle grandi major.
"Lo specchio della vita" non è dunque semplicemente un film sulla tematica razziale, anzi forse a predominare sono ben altri temi. Non a caso viene messa in discussione l'American Way of Life, proprio alla fine di un decennio capace di sgretolare definitivamente tutti i meccanismi della storia del cinema americano.

Al centro della storia due donne emotivamente e psicologicamente diverse, l'ambiziosa Lola Meredith e l'umile Annie Johnson.
La prima cavalca con successo, non senza difficoltà e traumi, l'American dream, diventando una star di prima grandezza. La seconda, già frenata sul piano sociale, in quanto nera, rimane "spettatrice" del successo della sua "padrona", occupando il ruolo di governante che la vita le riserva.
L'aspetto particolare della vicenda, che a un certo punto della loro vita lega le donne da un filo comune, è il rapporto difficile con le loro rispettive figlie.
Quando Sarah Jane, figlia di Annie, fugge di casa e la madre la ritrova in un night, la stessa Annie si rispecchia nel suo ruolo, facendosi passare per la sua ex-governante.
Il film riesce così ad esibire gli stereotipi più in voga di una società razzista facendo risaltare negli spettatori dell'epoca le loro colpe individuali. Sirk non enfatizza però alcun aspetto, rilevando tutt'al più quanto le profonde carenze sociali possano sfociare nelle peggiori conseguenze per qualsiasi nucleo familiare. Per qualsiasi essere umano. Anche se il film si sofferma sulla vicenda di Sarah Jane Johnson e della madre, il rapporto che si crea tra Lola Meredith e sua figlia non è dei migliori.

La scelta di Lana Turner come protagonista non sembra casuale, e del resto è la ragione principale del successo del film.
La diva più scandalosa e discussa di Hollywood, detentrice di diversi matrimoni e altrettanti divorzi, è una presenza superiore anche al valore effettivo del film, in quanto la sua vita privata e quella professionale viaggiano di pari passo finendo per diventare "specchio" di tutto ciò che esibiva oltre il suo glamour.
Donna bellissima e attrice dalle doti non comuni, la Turner è riuscìta miracolosamente a rafforzare il suo status di attrice proprio in conseguenza degli scandali che l'hanno vista coinvolta fuori dagli schermi. Proprio durante la lavorazione del film si svolgeva il celebre processo dove veniva accusata la figlia minorenne Cheryl, colpevole di aver ucciso l'amante della madre, il gangster Johnny Stompanato, di cui forse era segretamente innamorata.
Il personaggio di Lola Meredith, a cui l'attrice conferisce tante profonde sfaccettature personali, donna determinata ad arrivare al successo ad ogni costo, presenta molte affinità con la sua storia personale. Non a caso la figlia Susie, interpretata da una Sandra Dee profondamente diversa dal solito, scappa di casa per ragioni diverse da Sarah Jane, innamorata dell'uomo, Steve Archer, che la madre ha intenzione, dopo tante reticenze, di sposare.

Ogni singolo fotogramma de "Lo specchio della vita" sembra uscìre dallo schermo, riflettendo finzione e realtà come se fossero due cose tanto opposte quanto conformi. Persino i giovani innamorati di "Scandalo al sole", Troy Donanhue e Sandra Dee, si ritrovano nello stesso film, senza incontrarsi, in due ruoli diversi ma amarissimi, dimenticando le ingenuità trasgressive delle loro fughe adolescenti. Lei nel ruolo non facile di Susie, lui in una piccola ma significativa parte, come impetuoso e degenere boyfriend di Sarah Jane, capace di picchiare la sua ragazza quando scopre le sue origini razziali.

L'inizio del film è affidato alle musiche di Earl Grant, che in una modulazione vocale à la Nat King Cole intona il brano che dà il titolo al film, "Imitation of life". Una pioggia di diamanti, degna di uno schema televisivo, introduce a una sequenza sulla spiaggia, dove tutta la vicenda ha inizio. La spensierata beatitudine di due bambine "diverse" si confonde con il mondo oppresso e opprimente degli adulti, mentre Lola e Annie, entrambe sole per varie ragioni (Lola è rimasta vedova con la figlia) si conoscono per la prima volta.
Un canto funebre della più grande gospel-lady della storia, Mahalia Jackson, invade invero il drammatico epilogo finale.
Noi non sappiamo esprimere la nostra dimensione spirituale fino a quando non conosciamo la storia di Annie. Come quegli uomini o quelle donne bianche lì presenti, celebriamo degnamente il lutto collettivo di una comunità emarginata, di una cultura che non ci appartiene ma che per questo apre le porte al mistero della morte, e al trionfo di un epitaffio che consacra la "diversità" allo stesso establishment di un'inerme, meschina maggioranza.

Fin dalle prime immagini, Douglas Sirk riesce a scoperchiare quel nuovo idillio generato dall'accoglienza festosa di Annie nella casa di Lola Meredith. Le due bambine giocano insieme, ma Sarah Jane non sopporta di possedere una bambola "negra", e la getta per terra.
Nel mondo di Sarah Jane c'è il sogno dell'appartenenza all'universo dei bianchi, al punto che, diventata adulta, non trova affatto disdicevole esibirsi nei night (o tutt'al più sentirsi sfruttata nella sua immagine) in quanto "ammirata come donna bianca". Nella sua vita consacra la sua immagine alla ricerca illusoria di una realtà, lasciandosi ferire pur non di compiacere un rituale d'appartenenza che farebbe pensare ad altre comunità come quelle (molto diffuse nella società newyorkese) degli ebrei e ispanici.

Sarah Jane è una ragazza dalla pelle chiara che arriva a vivere un conflitto interiore sempre più brutale, al punto di rinnegare le sue origini e l'esistenza della stessa madre.
Le madri del film sono dimensioni diverse di uno stesso microcosmo, e non perchè danno troppo amore o credono, come nel caso di Lola, di poterlo dare. In realtà entrambe falliscono i propri obiettivi. Se lo spettatore vive il riflesso (in)condizionato dell'immagine di Sarah Jane e finisce volutamente per detestarla, Douglas Sirk riesce comunque a filtrare uno spaccato radicale della sconfitta del matriarcato nella società americana. Come del resto è evidente in molti aspetti del film: non esiste alcuna rinuncia monolitica per preservare una tradizione tradìta fin dalle prime immagini. La stessa Lola finisce per infliggere un colpo basso alla figlia quando tenta di costringerla a rinunciare a Steve, l'uomo (molto più giovane di lei) con cui vorrebbe sposarsi.
In un certo senso il film è per ovvie ragioni fortemente "femminile", lasciando ai margini lo sguardo fugace incapaci di ribellarsi alle loro debolezze o anche soggetti smarriti potenzialmente credibili perchè utili allo scopo. È il caso anche del bellissimo John Gavin, nei panni di Steve, presente fin dalla prima inquadratura (fotografa Lola sulla spiaggia, smarrita, mentre cerca di ritrovare sua figlia) ma piuttosto irrilevante, se non come "attraente presenza", nell'intreccio della storia.

Invero l'opera di Sirk non è mai stucchevole, ma dosa sapientemente il melodramma con una metafora crudele e spietata della società arrivista, decisamente inusuale per un prodotto del genere. Ciò che prevarica nel suo cinema oltre ogni convenzione classica, è la capacità di inasprire il malessere quotidiano con una serie di forti reminescenze psicologiche, di tensioni sempre aperte e improvvise, di atti impulsivi e di verità mai celate a lungo.
Il forte spirito remissivo e dolente di Annie nei confronti della figlia e della sua stessa vita stride in apparenza con la determinazione cinica di Lola, ma quando quest'ultima coglie la sua inadeguatezza materna si ritrova a confrontarsi con la donna, quasi confusa davanti all'affetto morboso (e invero altrettanto recidivo) di una madre "completa".
Forse non tutti riescono a cogliere, nell'epilogo finale, il grande orgoglio di appartenenza razziale di Annie, la cui unica ambizione è di essere celebrata nella morte, come un'icona sfuggente nel grande repertorio dell'anonimato sociale.

Girato con un budget decisamente alto per la tipologia di film, "Imitation of life" diventa il miraggio borghese oltre al quale il melodramma può solo chiudersi.
In un certo senso il cinema di Sirk è strettamente imparentato con quei cineasti "progressisti" dell'America di vent'anni prima, i Gregory La Cava, i Frank Borzage, i Preston Sturges.
E quando lo spettatore si trova davanti a un paravento di lacrime, non ha davvero più difese. Si stringe accanto al suo dolore, portando con sè tutti i fotogrammi che hanno preceduto e preannunciato la voce del silenzio.

La fine può durare un'eternità, "I'm going home to live with God" (Mahalia Jackson)

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 17/06/2010 18.25.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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