Recensione l'esercito delle 12 scimmie regia di Terry Gilliam USA 1995
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Recensione l'esercito delle 12 scimmie (1995)

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locandina del film L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE

Immagine tratta dal film L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE

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"...5 miliardi di persone moriranno a causa di un virus mortale nel 1997..."
"...I sopravvissuti abbandoneranno la superficie del pianeta..."
"...ancora una volta gli animali domineranno il mondo..."
(Estratti da un colloquio con un paziente schizofrenico paranoico) – Baltimora Country Hospital, 12 Aprile 1990.

Dopo il fallimento commerciale del film "Le avventure del Barone di Munchausen", traversie degne di essere raccontate in un film a parte, come fu successivamente per "The man who killed Don Quixote", Terry Gilliam si trovò per un certo periodo nella condizione un po' forzata di regista "in affitto", cioè di lavorare su progetti concepiti da altre persone, ma allo stesso tempo mantenendo l'indipendenza dal punto di vista realizzativo e, cosa ancor più importante, il final cut dell'opera, a condizione però di mantenersi nei limiti del budget prefissato. In questo contesto furono realizzate due pellicole, "The Fisher King" ("La leggenda del re pescatore") e "Twelwe Monkeys" ("L'esercito delle dodici scimmie"), che permisero al regista e membro co-fondatore dei Monty Python di risalire la china, grazie all'ottimo successo commerciale di entrambi i film.

"Twelve Monkeys" è tratto dalla sceneggiatura di David e Janet Peoples (autori di script come "Blade Runner" di Ridley Scott e "Gli spietati" di Clint Eastwood) ed ispirato dal cortometraggio di Chris Marker "La Jetée". Un cortometraggio particolare, unico nel suo genere che consiste in una storia raccontata per semplici immagini, fotogrammi fissi densi di fascino su cui una voce narrante ci introduce in un mondo devastato dall'olocausto atomico e dove il protagonista viene sottoposto ad una serie di esperimenti che lo conducono indietro e avanti nel tempo allo scopo di trovare un rimedio per ripristinare le fonti di energia ed i rifornimenti necessari, affinchè i sopravvissuti della razza umana, costretta a vivere nel sottosuolo, riemerga in superficie. Il personaggio protagonista de "La Jetèe" è ritenuto dagli scienziati il soggetto più adatto, perchè un ricordo vivido della sua infanzia (un volto di donna visto sul terrazzo dell'aereoporto che lo ossessiona in maniera ricorrente), presenta, rispetto ad altri soggetti deceduti o impazziti dopo l'esperienza, forti connessioni con il passato ed in grado di riuscire a sopportare la pericolosità dell'esperimento.
Anche James Cole, protagonista di "Twelve Monkeys", è ossessionato da un'immagine del passato, quando era poco più di un bambino. Una sparatoria all'aereoporto di Philadephia dove viene ucciso un uomo ed il volto di una donna disperata che incrocia il suo sguardo. È il sogno ricorrente di un uomo che vive nel 2035, sotto la superficie terrestre in cui la razza umana ha trovato rifugio per sopravvivere alla grande pestilenza che ha colpito la Terra fra il 1996 ed il 1997 e che ha ucciso il 99% della popolazione umana. Un'equipe di scienziati incarica Cole di tornare indietro nel tempo per riuscire a raccogliere il maggior numero di informazioni che potranno permettere di trovare un vaccino per il virus letale. Se James Cole contribuirà in maniera decisiva al ritorno della razza umana in superficie, gli verrà concesso il perdono che gli garantirà l'uscita dal carcere dove sta scontando una condanna da 25 anni all'ergastolo.

Attenzione: da questo punto in poi la recensione contiene spoiler sulla trama del film.

"Twelve Monkeys" si presenta quindi come un puzzle dai pezzi sparsi un po' dappertutto e l'unica tessera di riferimento a cui il Cole dovrà aggrapparsi è la fantomatica organizzazione denominata Esercito delle dodici scimmie, coinvolta più o meno direttamente nella responsabilità dell'inizio del contagio. Pochi elementi che dovranno essere approfonditi tra un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro che metteranno alla frusta la fragile percezione della realtà del protagonista, arrivando persino a credere di essersi immaginato tutta la vicenda e di aver vissuto l'immensa allucinazione di uno schizofrenico. Un atteggiamento quello di Cole da animale braccato, perennemente in fuga dalla polizia per il rapimento della dottoressa Reilly e dal suo tempo di provenienza, un mondo distopico persino più estremo e angosciante del grigiore burocratico di "Brazil". La scoperta del passato per Cole rappresenta un valore comunque molto alto, malgrado l'esperienza sia tutt'altro che piacevole: il solo vivere e vedere la luce del sole respirando l'aria a pieni polmoni mentre ascolta della musica, provoca delle reazioni in lui estasianti, come un bambino che entra in un negozio di giocattoli. In fondo sono cose molto semplici che noi diamo per scontato, ma per Cole è riscoprire dei piaceri ormai perduti, legati alla sua infanzia prima della pestilenza.

Bruce Willis fa un deciso salto di qualità nella sua carriera d'attore offrendo probabilmente la sua migliore prova di attore: il personaggio di James Cole è molto diverso dalle sue precedenti prove, tutte incentrate nell'esprimere prima di tutto la fisicità dei personaggi a discapito dell'introspezione psicologica. La diversità di Cole sta nel manifestare tutta la sua fragilità mentale, le sue insicurezze e Willis ci riesce alla perfezione nel mostrare tutta una gamma di emozioni e sfumature finora nascoste dai vari stereotipi da action movie che aveva intepretato. Un film fortemente voluto dall'attore americano che ha creato un clima molto collaborativo con Terry Gilliam, entusiasta anch'esso di lavorare con lui.

Nel corso della vicenda, Cole interagirà principalmente con due personaggi: la dottoressa Railly (Madeleine Stowe) e Jeffrey Goines (Brad Pitt). La dottoressa Railly è il medico che ha in cura Cole la prima volta quando è apparso per errore nel 1990 (invece del 1996). Lo prende subito per uno squilibrato con gravi problemi psichici che si è costruito completamente un mondo parallelo al nostro, parlando di viaggi nel tempo e della catastrofe che colpirà la Terra nel 1996. Lo interna nel manicomio della contea da dove Cole fuggirà in maniera "rocambolesca" poco dopo, ma malgrado la brevità di questa prima parte del loro rapporto, è un'esperienza che lascerà un segno molto profondo nella Railly.
Sei anni dopo, nel 1996, la troviamo ad una conferenza dove presenta un suo libro che tratta di misteriosi uomini che hanno in comune le stesse caratteristiche di Cole: uomini che in diverse epoche che appaiono dal nulla e profetizzano una catastrofe dell'umanità che avverrà nel futuro senza essere creduti. La scienza medica li spiega come persone afflitte dal Complesso di Cassandra, derivato dal nome della figlia del Re di Troia, Priamo, capace di avere chiare visioni del futuro, ma condannata a non essere creduta. Subito dopo la conferenza, rapita da Cole, la Railly si troverà di fronte al suo soggetto/Cassandra e l'esperienza in comune, da questo momento in poi più duratura, alla ricerca degli indizi per trovare l'Esercito delle dodici scimmie, provocheranno un mutamento in lei molto profondo, arrivando a sfatare il mito di Cassandra credendo nelle visioni di Cole.

Fra i due avviene un ribaltamento reciproco delle proprie credenze: all'inizio vediamo un Cole convinto di quello che afferma, ma gradualmente arriverà a convincersi che tutta la vicenda sia frutto della propria immaginazione di mente malata, compreso tutto il futuro e l'equipe di scienziati che lo hanno mandato nel passato. Persino la voce che gli parla nella mente, una sorta di "Grillo parlante" sempre presente nei momenti più difficili, è frutto della sua immaginazione.
Nella Railly invece avviene l'esatto opposto: dapprima crede di avere a che fare con pazzo squilibrato, successivamente ad una Cassandra che deve essere creduta. Il prezzo da pagare è mettere da parte tutte le sue conoscenze scientifiche: le prove che ha raccolto su Cole (il destino del bambino di Fresno, la pallottola della Prima Guerra Mondiale e la foto di Cole al fronte) la fanno entrare in crisi con il proprio lavoro, visto senza troppe differenze come un insieme di dogmatismi religiosi ("La psichiatria come religione, noi decidiamo chi è pazzo e chi non lo è. Voglio il beneficio del dubbio, sto perdendo la fede", ammetterà amaramente). L'accoppiata Willis-Stowe è una delle cose migliori del film di Gilliam, e la perfetta alchimia fra i due rende molto credibile lo sviluppo dei rispettivi personaggi, proprio in questa fase delicata del capovolgimento dei ruoli.

L'altro personaggio è Jeffrey Goines interpretato da Brad Pitt, una scommessa a cui nemmeno Gilliam credeva vista la scarsa fiducia che il regista nutriva nei suoi confronti, ma la scelta di casting venne imposta produttori e unita alla perseveranza di Pitt per ottenere il ruolo, a Gilliam non restò che prenderne atto ricredendosi completamente in un secondo tempo. Se con Bruce Willis è stato operato un deciso cambio di registro rispetto al passato, con Pitt siamo ad un vero stravolgimento dai canoni di "bello" hollywoodiano. Già in "Kalifornia", di Dominic Sena, Pitt si era cimentato con un personaggio sgradevole di serial killer, ma è in "Twelve Monkeys", un film di più ampio respiro e destinato ad un pubblico più vasto rispetto al film di Sena, che Pitt dimostra di essere un attore capace di offrire intepretazioni eccellenti.

Pitt si spoglia completamente dei canoni di bello per intepretare uno vero schizofrenico, figlio di un noto immunologo, abbruttito e dallo sguardo completamente strabico. La capacità di mimica facciale, la gestualità e continui cambi di tono della voce ne fanno una delle migliori interpretazioni della sua carriera o almeno una delle prime in cui ci si accorse realmente delle sue capacità di attore. Goines rappresenta la falsa pista del film, il falso colpevole dell'inizio della catastrofe e il vero colpevole di uno dei tanti paradossi del film. Infatti come già detto l'unico indizio che Cole ha a disposizione è l'Esercito delle 12 scimmie, ma scopriremo che Goines ha usato questa denominazione suggerita proprio dalla conversazione avuta con Cole in manicomio. La follia di Goines si dimostra però troppo infantile per un olocausto di queste dimensioni, le sue aspirazioni non vanno oltre qualche goliardata compiuta insieme ai suoi compagni, ma è interessante notare che dietro questo ribellismo velleitario, in fondo alle sue farneticanti affermazioni ci sia del vero: gli esseri umani sono tali perchè sono consumatori, sono omologati e chi non lo è viene preso per pazzo e rinchiuso. I giullari di corte avevano la stupenda qualità di essere molto taglienti nelle loro buffonerie e il personaggio di Pitt si avvicina molto a queste caratteristiche.

Il vero colpevole, il Dottor Peters, assistente di laboratorio del Dottor Goines, ha un background molto diverso: la sua follia è più razionale e lucida e malgrado sia lasciato volutamente sullo sfondo emergono in maniera inesorabile i tratti del suo ruolo nella vicenda. Per lui la razza umana è malata, i suoi comportamenti e le sue azioni stanno distruggendo la Terra quindi deve essere eliminata. La percezione che di sé stesso è quella di essere un sano in un mondo di malati e una visione chiara e precisa di ciò che deve essere fatto per liberare il mondo dalla malattia "umana", quindi il virus che si appresta a liberare, sempre secondo la sua visione, è in realtà un antidoto per il pianeta Terra.

La struttura del film è assai complessa e quando ci sono di mezzo i viaggi nel tempo la consequenzialità logica sono facili da smarrire nell'incoerenza narrativa. I rimandi cinematografici, anzi il rimando principale, come ne "La Jetèe", è costituito dall'hitchcockiano "La donna che visse due volte" che suggerisce un senso di circolarità alla storia, ma questa stessa circolarità è allo stesso tempo piuttosto sfuggente.
La sequenza principale del film, all'aeroporto, dove un James Cole bambino assiste alla morte di se stesso da adulto, potrebbe far intuire ad una perfetta circolarità spazio-temporale, un eterno paradosso che sancisce la condanna definitiva dell'umanità a non essere mai salvata e quindi un'interpretazione estremamente pessimista del film. Potrebbe essere così, ma potrebbe anche non esserlo. Non è detto che questo paradosso sia eterno: ciò che noi vediamo può essere una situazione che si sta evolvendo, invece di circolarità perfetta si può parlare allora di una spirale dove ad ogni cerchio concentrico si aggiunge un nuovo tassello per ricostruire il puzzle che permetterà alla razza umana di evitare la peste virale. I titoli di testa del film con il logo delle 12 scimmie che tende a diventare una spirale potrebbe suggerire questa interpretazione, di conseguenza questa sorta di supplizio di Tantalo a cui è sottoposto James Cole, e con lui l'umanità intera, potrebbe avere una sua fine. Inoltre abbastanza enigmatica è la presenza di uno degli scienziati del futuro sul sedile accanto al dottor Peters sull'aereo in partenza: certamente non è riuscita a scongiurare il contagio, ormai iniziato nella hall dell'aereoporto, ma forse la prossima volta (o una delle prossime volte?) ci saranno possibilità più alte affinchè l'untore sia fermato.

Il fascino intenso del film sta anche in questo: il suo essere non perfettamente definito, il non dare delle risposte certe e sicure come in molti film simili più portati però verso l'intrattenimento puro. Al contrario pone delle domande, stimola alla riflessione, elevandosi qualitativamente e di molto dalla media dei film di genere e questo anche grazie a Terry Gilliam che, pur dirigendo un film "su commissione", lascia l'impronta indelebile del suo stile visionario nella ricostruzione di questo futuro apocalittico.
Un futuro che unisce l'oppressione di una vita condotta interamente nel sottosuolo alla desolazione di un'umanità espropriata dalla superficie terrestre, grazie a delle magnifiche scenografie ricavate da una fabbrica in disuso e dalla fotografia cupa di Roger Pratt che danno inoltre alla pellicola un'atmosfera sospesa fra l'onirico ed il reale. A corollario di tutto, anche una colonna sonora molto indovinata dove il contrappunto tragico della sequenza finale, si alterna la musica del tango di Astor Piazzola, tocco malinconico ma al tempo stesso sottilmente beffardo quasi a sottolineare l'origine Monty Python del regista di Minneapolis.

"...and the Homo Sapiens motto "Let's go shopping!" is the cry of the true lunatic?"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 07/10/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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