Recensione king kong regia di Peter Jackson USA, Nuova Zelanda 2005
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Recensione king kong (2005)

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Migliori effetti visivi (Joe Letteri, Brian Van't Hul, Christian Rivers, Richard Taylor)Miglior sonoro (Mike Hopkins, Ethan Van der Ryn)Migliori effetti sonori (Christopher Boyes, Michael Semanick, Michael Hedges, Hammond Peek)
VINCITORE DI 3 PREMI OSCAR:
Migliori effetti visivi (Joe Letteri, Brian Van't Hul, Christian Rivers, Richard Taylor), Miglior sonoro (Mike Hopkins, Ethan Van der Ryn), Migliori effetti sonori (Christopher Boyes, Michael Semanick, Michael Hedges, Hammond Peek)
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locandina del film KING KONG

Immagine tratta dal film KING KONG

Immagine tratta dal film KING KONG

Immagine tratta dal film KING KONG

Immagine tratta dal film KING KONG

Immagine tratta dal film KING KONG
 

Storia di un amore impossibile. L'emblema è l'immagine del gorilla gigante che stringe nella sua mano la bionda e sensuale Ann Darrow, oggetto del suo desiderio e dimostrazione di un sentimento che valica i confini della natura e che si tramuta nello sguardo tenero e toccante di re Kong, nei suoi ultimi istanti di vita. Già, perché il "King Kong" made by Peter Jackson, essendo un concentrato di generi, è anche questo: un dramma d'amore che impietosisce e commuove. Andy Serkis, l'attore feticcio di Jackson, colui che aveva dato volto (con più di cento sensori posti sul viso) a Gollum, ora si ripete con Kong, rendendolo semplicemente meraviglioso dal punto di vista realistico, riuscendo meglio che non nel suo personaggio del cuoco burbero.
Per il resto gli effetti digitali della Weta, la casa neozelandese oramai di moda dopo la trilogia dell'anello, la fanno da padrone, creando in Skull Island un'epoca senza tempo, dove Kong è il padrone incontrastato.

Sin dall'inizio si capisce che l'opera di Jackson è uno spassionato omaggio all'originale del 1933, partendo dai titoli di testa per concludere con i continui rimandi al film che ha segnato la sua infanzia, portandolo sulla via cinematografica. King Kong risulta essere un'opera con due anime e due facce, dove una prima parte (che coincide con quella finale), sospesa tra il dramma e la commedia, esprime tutto il cinismo di una città agli albori del suo impero ed una parte centrale, mista tra avventura, fantasy ed horror, che è simbolo di un territorio dove mai l'uomo potrà dire la sua. Il tutto ambientato in due giungle di struttura opposta: una metropolitana, com'era già la New York degli anni trenta, che Jackson si è divertito a mandare in frantumi, e l'altra proibita e misteriosa, come appare l'Isola del Teschio all'ignara troupe e all'equipaggio che là li ha condotti.
Proprio in questa suddivisione così netta, che poco ha a che vedere con l'originale, sta il punto debole del film. A partire dall'eccessiva durata (180'), in cui l'enfatica esigenza di confezionare un buon prodotto ha forse oscurato l'obiettivo di Jackson, la volontà di riesprimere un mito collettivo, passando per il ritmo del racconto, che se da una parte mantiene intatta la sua eleganza stilistica, dall'altra tende a spiazzare lo spettatore non coinvolgendolo sempre come meriterebbe.

Curiosa la scelta dei personaggi protagonisti, dal regista senza scrupoli Carl Denham, interpretato da un Jack Black monocorde, buono per la prima parte, poi spesso ripetitivo, dalla bionda Ann Darrow, una splendida Naomi Watts e dallo sceneggiatore Jack Driscoll, che ha il volto e il naso di uno spaesato Adrien Brody (premio Oscar con "Il pianista", 2002), che alla fine risulta essere il più convincente del terzetto. Il resto della compagine appare piuttosto monocorde e per tutta la durata della pellicola si ha la sensazione che il cast sia stonato nel confronto con la maestosità dell'opera e con l'imponenza epica dell'"Ottava meraviglia del mondo".

Questo secondo remake sulla storia di King Kong, dunque, è un film sì riuscito, che regala momenti poetici come la danza sul ghiaccio, il balletto della Watts o la rivalità tra i due contendenti (l'enorme gorilla e il minuto Driscoll), però allo stesso tempo possiede delle incongruenze, quale il fatto (voluto) del non rivelare come Denham sia arrivato in possesso della mappa ed ogni tanto pecca di eccessività narrativa. Rimane comunque un'opera che ammalia lo spettatore, lo seduce con la sua magnificenza e lo accompagna insieme all'attrice Ann Darrow sulla cima dell'Empire State Building, per godersi da narratore onnisciente un'emozionante tramonto, mano nella mano col mansueto Kong, re indiscusso del suo regno e colosso di otto metri, ma anche creatura semplice e semplicemente innamorata.

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Recensione a cura di Simone Bracci - aggiornata al 23/12/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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