Recensione jude regia di Michael Winterbottom USA, Gran Bretagna 1996
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Recensione jude (1996)

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locandina del film JUDE

Immagine tratta dal film JUDE

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Immagine tratta dal film JUDE
 

Michael Winterbottom alla sua terza uscita con un lungometraggio, dopo "Butterfly Kiss" (1994), "Go now" (1996), non delude le attese e si consacra con "Jude" autore filmico di razza, dalle buone e originali capacità letterarie.

Jude, uscito in Gran Bretagna nel 1996, è tratto dal romanzo di Thomas Hardy "Jude the Obscure" (1896) e racconta la storia di un giovane scalpellino di Wessex dal nome Jude (Cristopher Eccleston), un uomo con un passato difficile, tormentato dai ricordi di un' adolescenza segnata dalla miseria e da vessazioni morali di ogni genere, che, fallito il matrimonio con Arabella (Rachel Griffiths), sua paesana, si trasferisce a Christminster, sede di una famosa Università, nella speranza di cambiare vita e riuscire ad ottenere una prestigiosa laurea nel campo umanistico, un sogno a lungo accarezzato.

In città Jude rivede sua cugina Sue (Kate Winslet), già sposata, con la quale, dopo alcune reticenze della donna, inizia una lunga e travagliata relazione d'amore che porterà alla nascita di due figli.
La coppia, che la gente considera illegittima, si fa carico anche del figlio nato dalla relazione di Jude con Arabella. Il bambino, particolarmente sensibile ai problemi del suo nucleo familiare, non sopporta le umiliazioni patite da Jude e Sue nel cercar casa e, pensando che la causa di tutto ciò risieda nel elevato numero di figli, impicca i fratellastri e si uccide.
Sue, abbattuta dall'episodio e psicologicamente sempre più insicura abbandona Jude ritornando dal marito, Phillotson, un uomo colto e benestante (Liam Cunnigham).
Jude che nel frattempo è stato dissuaso dai docenti a proseguire gli studi all'Università - per le sue precarie condizioni sociali e la cattiva condotta morale - riprende la relazione con Arabella.

Il film è vivace e fa meditare anche se, per buona parte del racconto, è di una tristezza non sempre ben dosata. A tratti coinvolgente, a volte addirittura travolgente come la scena dei tre bambini cadaveri sui quali la macchina da presa si sofferma a lungo, evidenziando numerosi dettagli macabri, quasi a sottolineare la cifra più significativa del film, rappresentata dalla morte degli innocenti per mano dei pregiudizi presenti nella comunità.
La pellicola gioca molto sui contrasti di classe dei protagonisti, che diventano a un certo punto veri e propri test sulle reali possibilità di godere l'essenza della vita. Essi si tramutano ad un certo punto in conflitti sociali dinamici, rappresentando il motore psicologico della narrazione, perché animati da soggetti con uno spirito competitivo forte, costante, assillati da intensi desideri che anelano il raggiungimento o il consolidamento delle bellezze culturali e naturali della vita per il tramite dell'affermazione sociale simbolico-borghese.

L'atmosfera creata dalla pellicola a volte è cupa, buia, ma quando questa tenebrosità si presenta e si impone, viene dopo qualche istante felicemente addolcita dai sorrisi dei giovani protagonisti che, tramite i loro volti, paiono voler dire di non avere alcuna intenzione di arrendersi alle sfortune della vita illuminandosi spontaneamente di intense speranze, colorate vivacemente da sogni-miraggi.
Sono fantasie di reazione al male, un po' sorprendenti per gli spettatori ma piacevoli a vedersi, che configurano e prospettano, quasi magicamente, una vita migliore, immaginata attraverso i poteri misteriosi dell'amore-passione.

La grande speranza, suscitata dall'innamoramento tra Sue e Jude, si attenua, via via che la narrazione scorre, sotto i colpi sferzanti dei pregiudizi sociali e religiosi della gente, di tutte quelle persone con cui la coppia viene a contatto per mero bisogno esistenziale; esse dimostreranno brutalmente tutto il loro cinismo, la loro natura di cristiani ipocriti, incapaci di aver pietà per l'umiliante situazione di Sue e Jude, dove povertà e immigrazione incarnano il "prossimo" del Nuovo Testamento; essi li respingeranno e rimprovereranno loro lo stato illegittimo di coppia non sposata preparando, da unici e veri responsabili, la tragedia finale.
La speranza della coppia innamorata si spegne del tutto quando la tragedia dei figli uccisi richiama Sue e Jude alle illusioni sociali e individuali che stanno vivendo.
Con essa sembra morire anche il loro amore che forse, adombrato da una oscura colpa inconscia, non osa più manifestarsi in tutta la sua autenticità.

Winterbottom non sfuma al meglio i passaggi tra i vari episodi del racconto. Dapprima ciò potrebbe facilmente portare a credere a dei difetti di montaggio ma, conoscendo le capacità tecniche del regista, verrebbe piuttosto da pensare a una scelta stilistica a lungo accarezzata, fermamente voluta, di tipo scritturale, molto originale, non del tutto sperimentale.
Sembrerebbe che l'autore cerchi di rendere i collegamenti tra una sequenza di scene e l'altra molto bruschi, netti, privi di un cuscinetto di senso, quasi a voler conseguire un falso zoppicamento della scorrevolezza narrativa, per poter dare meglio agli spettatori l'idea del senso della vita stessa dei personaggi, che non è mai fluida ma sempre claudicante, scissa, annebbiata da esperienze estremamente negative.

Da un punto di vista un po' più filosofico sembra imporsi al centro del film, per la sua insistenza scenica e la profondità delle formule espressive, un tema etico particolare che tocca la famiglia come istituzione, il suo senso più profondo, a volte indiscutibile, di cellula sociale, eternamente indivisibile, unica.
Il film tocca la questione della sua cinica e violenta protezione tramite le istituzioni che la sostengono, che a volte si scagliano impietosamente verso tutto ciò che pare minacciarla parallelamente dall'esterno, come la coppia di fatto.
Minacce inesistenti che in realtà testimoniano la patologica chiusura delle istituzioni-famigliari verso comportamenti atei e scelte di vita simili ma libere, spesso legate al semplice amore di coppia.

Quello di Winterbottom è un freddo e distaccato interrogativo sui valori sociali ed etici più diffusi racchiusi nel nucleo famigliare e sulla capacità della famiglia di conservare e sviluppare l'amore di coppia allontanando lo spettro di quell'adulterio che la divide irrimediabilmente ma che è il sintomo di un male originato dal l'istituzione stessa.
Il pregiudizio popolare, di chiara origine cattolica, contro le unioni di fatto, che prende di mira le coppie non sposate, con figli, che hanno trovato l'amore più autentico, domina gran parte della pellicola, il regista lo lega senza mezzi termini, lasciandone intendere anche le responsabilità, ad una forte atmosfera religiosa integralista, ben presente sul finire del '800 in gran parte della vita pubblica e privata dell'Europa del centro-nord.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 10/11/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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