Recensione i tartassati regia di Steno Italia 1959
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Recensione i tartassati (1959)

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locandina del film I TARTASSATI

Immagine tratta dal film I TARTASSATI

Immagine tratta dal film I TARTASSATI

Immagine tratta dal film I TARTASSATI

Immagine tratta dal film I TARTASSATI

Immagine tratta dal film I TARTASSATI
 

La coppia Totò-Fabrizi, già sperimentata in altre occasioni, riprende il tema della "guardia" e del "furfante" come nel precedente "Guardie e ladri", girato da Monicelli nell'immediato dopoguerra; se però nel film di Monicelli Totò era giustificato da una contingente situazione di fame e disoccupazione, in questa pellicola di Steno la sua posizione è decisamente negativa.
Il comico napoletano interpreta infatti il ruolo di un ricco commerciante di stoffe e capi d'abbigliamento, ostinato nella sua decisione di non versare le tasse all'erario coadiuvato da un commercialista furbo e disonesto (il francese Louis de Funés, non ancora celebre nel nostro paese). Purtroppo incontra sulla sua strada l'integerrimo e burbero finanziere interpretato da Aldo Fabrizi, che ostacolerà i suoi piani.
Totò è quindi il cialtrone, l'italiano finto scaltro che vuole godere dei privilegi ottenuti grazie alle sue capacità (l'attività di commerciante) ma nello stesso tempo rifiuta di dare al suo prossimo, rappresentato in questo caso dallo Stato, mentre invece Fabrizi è l'Istituzione, burbera ma anche paterna, che tenta di dare un correttivo a chi vuole scantonare.

La storia è fondamentalmente basata sui siparietti comici tra i due protagonisti, con l'intermezzo rosa della relazione amorosa tra i loro rampolli. Tra i caratteristi, il ruolo del francese de Funés, anche se limitato a pochi interventi, è ben inserito nella vicenda: il comico d'oltralpe è l'antitesi dell'esperto di finanze, ma rappresenta il non plus ultra dell'arte di arrangiarsi condita in salsa più colta; l'uomo sfrutta l'ignoranza e la scarsa affezione ai suoi doveri di cittadino del Pezzella per guadagnare più che aiutare l'uomo a portare avanti un regime economico adeguato.

Rispetto al "Guardie e ladri" dei primi anni Cinquanta, la situazione italiana vede già dei miglioramenti: il figlio di Totò guida una Lambretta e frequenta l'università, la moglie compra cacciagione (al mercato però) mentre il funzionario statale non può permettersi il televisore anche se (più pragmaticamente) è interessato alla lavatrice e per poter mangiare carne è "costretto" ad alzarsi presto la domenica e ad andare a caccia (antico retaggio dell'uomo che approvigiona la sua famiglia e nello stesso tempo sport "maschio" e "nobile").

La vis comica di Totò è come sempre ad alti livelli (memorabile la scena della puntura all'ospedale dopo l'incidente sul sidecar con la spalla di famiglia Elena, "Sora Lella" Fabrizi).
Aldo Fabrizi si rivela ottima spalla, bonario ma anche severo, e rivolta il meccanismo collaudato con l'altra spalla illustre di De Curtis, Peppino De Filippo, che voleva il comico "carnefice" e il partner "vittima".
Totò-Pezzella è infatti la vittima, l'agnello destinato a immolarsi sull'altare delle tasse che cerca in ogni modo di ingraziarsi l'inflessibile persecutore, destinato a spezzarsi (nell'incidente) ma non a piegarsi neanche dinnanzi alla love story di sua figlia con l'erede Pezzella.
Il messaggio lanciato è chiaro: attenti a fare i furbi, lo Stato-padre che veglia su di voi non vi perdonerà: almeno al cinematografo le tasse si pagano fino all'ultimo centesimo.
Interessante notare come questo ammonimento vecchio di cinquanta anni (il film è del 1958) non sia stato ancora del tutto recepito...

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 18/07/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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