Recensione il colosso di rodi regia di Sergio Leone Italia, Spagna, Francia 1961
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Recensione il colosso di rodi (1961)

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locandina del film IL COLOSSO DI RODI

Immagine tratta dal film IL COLOSSO DI RODI

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Rodi è l'isola della pace, delle rose e delle belle donne. Almeno questa è la visione che hanno del luogo il sovrano e i suoi tirapiedi.
Ma il popolo è, in realtà, ridotto in schiavitù e versa sudore e sangue, lottando per la libertà. I reali di Rodi pensano in grande, come pervasi da un senso di folle megalomania; la posizione al centro dei mari è preziosa e l'idea è quella di diventare lo scalo più protetto del Mediterraneo, nella certezza di potersi svincolare da Atene grazie all'alleanza con i Fenici.
Il paese è in pericolo perché sta per essere venduto allo straniero, oltretutto all'insaputa del Re Serse. L'unico che sembra in grado di salvare il destino dell'isola è Dario (Rory Calhoun), coraggioso ateniese vincitore dei Persiani.

Considerato il debutto di Sergio Leone (anche se egli aveva già codiretto "Gli ultimi giorni di Pompei"), "Il colosso di Rodi" ha in sé i germi di quelli che in seguito saranno le pellicole aventi propositi di kolossal, quelle che animeranno in specie gli ultimi anni di lavoro del grande regista italiano.
Girato con l'idea di divertirsi e basta, ma soprattutto con lo scopo di procurarsi denaro, si inserisce in modo un po' anomalo nel filone dei film di genere storico-mitologici visto che Leone fa di tutto per ridimensionare i contenuti tipici di questo movimento.
L'attendibilità storica viene lasciata volutamente fuori della porta: il soggetto allude alle recenti guerre persiane combattute, in realtà, dagli ateniesi solo nel secolo precedente la costruzione del colosso di Rodi.

Forse prendendo spunto da "Intrigo internazionale", ultimo Hitchcock dell'epoca, si mette al centro della vicenda un uomo qualunque (l'ateniese Dario) che cerca di trascorrere solo un breve periodo di riposo e lo si getta in pasto a una guerra che egli di certo non auspicava. Dario sembra essere interessato solo alle donne e alle feste di corte, e il partecipare alle lotte con traditori e subdole sovrane gli provoca non pochi fastidi.
E' vero che qui, al posto del monte Rushmore, c'è una ben più scivolosa e poco praticabile statua ma gli effetti ottenuti dal regista romano sono molto al di sotto delle vertigini e delle apprensioni assicurate dal maestro inglese.
Il "segno del Leone" è ancora un po' lontano dal manifestarsi, insomma; l'autore riflette il senso estetico dell'epoca quasi controvoglia, come se in realtà fosse lui l'uomo "qualunque" al centro di affari cinematografici che non lo riguardano.
Come Hitchcock, Leone si serve dell'ironia per accostarsi in maniera più disinvolta a una materia per la quale prova un coinvolgimento approssimativo. Ecco dunque che, in alcune scene, la forza drammatica si indebolisce e favorisce l'inserimento dell'umorismo (vedi l'aggressione notturna a Dario mentre l'amico Lisippo dorme con i tappi nelle orecchie per non essere infastidito dai tuoni). La produzione che emerge, dunque, risulta un po' imbarazzata di fronte all'ostico profumo di sandalo.

La varietà dei protagonisti, per quanto popolare e propria del genere, da' l'imbeccata per qualche considerazione. L'eroe è, fin da adesso, un'immagine relativa per Leone. Peliocle, il capo dei ribelli, sembra perfetto per incarnarlo, è taciturno, robusto, sincero, carismatico, ma viene lasciato da parte, di lui si sapranno poche cose, il suo personaggio emergerà a intermittenza perché, evidentemente, l'audacia usuale non incuriosisce più di tanto gli autori.
Forse l'unico che potrebbe fregiarsi del titolo di "eroe" è Dario, anche se sembra più un inespressivo turista termale a cielo aperto sorpreso da un temporale, preoccupato più dell'integrità della sua tintarella e di mantenere i denti puliti piuttosto che un combattente dedito alle vicende storiche, alle quali partecipa come fosse più un novello agente segreto che un uomo d'azione.

Il film è caratterizzato da numerosi costumi (alcuni un po' troppo arrangiati e artigianali nel peggior senso del termine, in verità), da scenografie sfarzose ricostruite il più fedelmente possibile (ma non certo vergini) negli studi di Cinecittà, da interessanti scene di massa realizzate con impronte peculiari (i baccanali di corte, l'arena con il pubblico entusiasta di fronte allo spettacolo con bighe e animali) e ovviamente dalle sequenze distruttive finali, molto poco drammatiche perché falsate da pareti di cartapesta che crollano all'infinito.
Queste ultime sembrano consuetudini di genere alle quali Leone non ha potuto sottrarsi e il risultato è un po' finto, come se non si fosse trovato un espediente narrativo migliore per correre incontro al termine della vicenda.
Mancano ancora lo stile elegiaco e le grandi atmosfere che il regista saprà, via via, affinare nel tempo.

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Recensione a cura di pompiere - aggiornata al 28/10/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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