Recensione il cigno nero regia di Darren Aronofsky USA 2010
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Recensione il cigno nero (2010)

Voto Visitatori:   7,85 / 10 (433 voti)7,85Grafico
Voto Recensore:   8,00 / 10  8,00
Migliore attrice protagonista (Natalie Portman)
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Migliore attrice protagonista (Natalie Portman)
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locandina del film IL CIGNO NERO

Immagine tratta dal film IL CIGNO NERO

Immagine tratta dal film IL CIGNO NERO

Immagine tratta dal film IL CIGNO NERO

Immagine tratta dal film IL CIGNO NERO

Immagine tratta dal film IL CIGNO NERO
 

"L'unico vero ostacolo al tuo successo sei tu. Liberati da te stessa!"
Thomas Leroy

Nina Sayers (Natalie Portman) è una ballerina che danza in una compagnia di ballo di New York che sta attraversando un momento di crisi. Abita in casa con l'opprimente madre Erica (Barbara Hershey), che le dedica attenzioni morbose e la tratta come una dodicenne, facendola vivere in una cameretta la cui porta non può essere chiusa a chiave e che è arredata come la stanza di una bambina piuttosto che come quella di una donna di ventotto anni. Tuttavia, Nina sembra felice così. La mattina svolge scrupolosamente i propri esercizi quotidiani, consuma una colazione sana e nutriente per poi recarsi alle prove di ballo, dove mantiene un profilo basso.
Una notte, Nina sogna di essere la prima ballerina di una tenebrosa e inquietante versione de "Il Lago dei Cigni".
Il giorno seguente nella metropolitana nota una ragazza, di cui non riesce a scorgere il volto, che compie dei gesti simili ai suoi in modo quasi speculare.
Quando il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) annuncia la propria intenzione di sostituire Beth (Winona Ryder), la prima ballerina, e di allestire come spettacolo di apertura della nuova stagione teatrale "Il Lago dei Cigni", Nina spera che il suo sogno diventi realtà. È disposta a tutto pur di ottenere il ruolo di prima ballerina e questo gli viene assegnato da Leroy, malgrado questi si dichiari convinto che la ragazza sia perfetta nel ruolo del Cigno Bianco, ma troppo poco passionale ed erotica per quello del Cigno Nero.
Nina si allena duramente cercando di migliorarsi e di convincere Leroy della propria abilità artistica. Intanto si instaura fra lei e Lily (Mila Kunis), la ragazza che aveva visto nella metropolitana e che è una nuova ballerina della compagnia, un rapporto ambiguo di amore e odio, che la induce a temere che Lily voglia sottrarle il ruolo. Un dualismo analogo a quello che separa e unisce il Cigno Bianco e il Cigno Nero.

Già da questa sinossi è facile intuire come "Black Swan" nasconda dietro una costruzione apparentemente lineare una storia complessa ed articolata, nelle cui trame è possibile perdersi.
Fin dalle prime immagini risulta evidente quanto la dimensione estetica e la struttura narrativa del film siano affascinanti e curate, sposandosi in un sontuoso connubio finalizzato ad una perfetta progressione narrativa. Malgrado ciò, è opportuno procedere per gradi, analizzando come in un processo prima i difetti e poi le qualità di quest'opera.

"Black Swan" nasce da un soggetto originale di Andrés Heinz che lo ha anche sceneggiato insieme con Mark Heyman, uno dei produttori di "The Wrestler", e con John McLaughlin. Non si meravigli il lettore se questi nomi non gli dicono niente, poiché questi autori sono praticamente degli esordienti. Ma gli Stati Uniti, si sa, sono una terra di opportunità. In realtà sono un Paese dove il Cinema è arte, ma anche e soprattutto un business, per questa ragione si trovano produttori che svolgono realmente il mestiere di produttore, investendo sulla bontà di un prodotto secondo le loro proprie convinzioni e valutando con scrupolosa attenzione sia i movimenti del mercato, sia l'eterogeneità dell'offerta, sia la qualità complessiva del prodotto proposto dagli autori. Insomma, lavorano seriamente e cercano di soddisfare tutte le fasce di pubblico producendo sia film di puro intrattenimento, destinati alle grande masse, sia film autoriali e di nicchia, cercando di coniugare le esigenze del guadagno, del successo di pubblico, ma anche di una crescita artistica e culturale.
Questo è l'esatto contrario di ciò che avviene in Italia, dove si seguono le mode e dove l'eterogeneità dell'offerta non esiste. Ad esempio in questo periodo sta funzionando un certo genere di commedia e tutti i produttori sono disposti ad investire denaro (generalmente altrui) solo su quel genere, fin quando non saranno arrivati alla più completa saturazione del mercato, esaurendo il pubblico e sfruttando eccessivamente gli stessi autori, che probabilmente si troveranno la carriera pregiudicata. Ma d'altro canto, non aveva torto De Laurentiis quando affermava di essere il solo vero produttore cinematografico italiano. Probabilmente in Italia la storia scritta da Heinz non avrebbe mai trovato qualcuno disposto a produrla, ma per fortuna, come abbiamo detto, l'America è una terra di opportunità. Naturalmente, quando si decide di investire su un prodotto di questo genere, si deve essere prudenti nonostante la garanzia derivante dalla regia di un autore di chiara fama come Aronofsky, senza il cui appoggio artistico e produttivo (attraverso la sua Protozoa Pictures) il progetto forse non avrebbe mai visto la luce. Per queste e per una serie di altre ragioni il budget del film è stato piuttosto contenuto (circa 13 milioni di dollari, a fronte di un incasso attuale di oltre 170 milioni di dollari).

La storia di per sé è lineare, prevedibile nel proprio sviluppo narrativo e sostanzialmente povera di personaggi, di caratterizzazioni e di accadimenti. Anche il profilo psicologico dei coprotagonisti e degli altri personaggi è sostanzialmente piatto per non dire quasi nullo, mentre quello di Nina, intorno al quale ruota l'intera vicenda, è abbastanza ben sviluppato, ma non è mai troppo incisivo e soprattutto è già stato visto sugli schermi decine di volte. Malgrado queste macroscopiche pecche, la sceneggiatura si dimostra fin dai primi minuti di pellicola un lavoro ben articolato, assai rispettoso dei tempi cinematografici e delle valenze di ogni singola scena. Complessivamente può essere definito un lavoro strettamente ancorato alle regole della grammatica cinematografica. I dialoghi non prendono mai il sopravvento sulle azioni. In alcuni casi sono ridotti allo stretto indispensabile, mentre in altri difettano di struttura e di utilità narrativa divenendo superflui. Vi sono poche frasi degne di nota, nessun dialogo memorabile né parole tanto incisive da lasciare il segno.
Tuttavia, come abbiamo detto in numerose occasioni, un film è il risultato di un lavoro corale e benché in questa sede si sia sempre ammesso che il soggetto e la sceneggiatura ricoprano un ruolo fondamentale ed imprescindibile, abbiamo anche detto che si tratta di una sola delle componenti artistiche che confluiscono alla creazione dell'opera cinematografica.
Complessivamente il soggetto e la sceneggiatura di "Black Swan" risultano essere piuttosto piatti, rigorosamente formali e tecnicamente validi, ma sostanzialmente poveri di idee e di originalità.
Questo materiale in mano ad un regista ordinario e con il gusto per l'essenziale, probabilmente avrebbe prodotto un risultato catastrofico, ma "Black Swan" è stato voluto e diretto da Darren Aronofsky, che ha sempre dimostrato il proprio gusto per l'opulenza visiva e l'ampollosità stilistica e narrativa.
E così a supplire a quella linearità narrativa, a quella piattezza descrittiva, alla carenza di caratterizzazioni intervengono la mano esperta e la forza visionaria di questo regista.
Le immagini raccontano assai più dei dialoghi, mentre l'eleganza e l'intelligenza delle riprese infondono alla storia unità e ritmo narrativo.
Il personaggio di Nina sembra prendere soltanto spunto dalle pagine della sceneggiatura per poi vivere di vita propria grazie alla sapiente direzione artistica di Aronofsky ed alla straordinaria interpretazione della Portman.
In questo modo la storia acquista una complessità narrativa insperata ed affascinante, malgrado l'inesorabile prevedibilità insita nel soggetto originale.

Da questo punto in poi si sconsiglia la lettura di quel che segue a chi non avesse visionato il film perché per una corretta analisi è indispensabile rivelarne i principali colpi di scena incluso il finale.

Il profilo psicotico di Nina, che si muove sul filo tagliente della schizofrenia, è introdotto da Aronofsky fin dalle prime immagini.
Si noti prima di tutto come non ci sia una sola scena in cui Nina non sia inquadrata una o più volte con la propria immagine riflessa in uno specchio o in una qualsiasi altra superficie riflettente. Si passa immediatamente dagli specchi di casa, utili tanto per fare gli esercizi di riscaldamento quanto per scoprire alcuni graffi sul dorso di Nina, al volto riflesso quasi come un'ombra nel finestrino della metropolitana, agli specchi di differente grandezza del camerino a quelli enormi della sala prova, ai vetri smerigliati di un pub fino al tripudio degli specchi contrapposti che riproducono all'infinito l'immagine riflessa. In nessun caso però si tratta di un mezzo abusato o ridondante, né fine a se stesso. Anche quando gran parte di alcuni dialoghi sono risolti da un campo e controcampo realizzato attraverso il riflesso negli specchi, questa scelta non appare mai forzata ed è sempre perfettamente integrata alla trama e allo sviluppo narrativo.
Naturalmente la ragioni alla base di questa scelta sono evidenti: l'immagine riflessa trasmette in modo chiaro e diretto la scissione dell'io della protagonista e le due caratterialità antagoniste che albergano in lei. Ma Aronofsky non porta avanti la descrizione di Nina soltanto attraverso i termini psicologici del citato meccanismo di difesa psicologica detto la scissione dell'io e particolarmente sviluppato da Jung con la sua definizione di Ombra. Restando fedele al racconto de "Il Lago dei Cigni", Aronofsky descrive il doppio di Nina attraverso la figura del Doppelgänger assai cara alla narrativa gotica. Questo elemento sposta l'asse narrativo dal dramma al thriller con venature horror e la regia accentua questo spostamento adottando in alcuni casi l'ottica ed il profilo stilistico della filmografia orrifica. Le scelte di direzione della fotografia e le scenografie completano la suggestione.

L'autolesionismo, la repressione emotiva, la sessuofobia, i disturbi alimentari, la proiezione antagonistica su chi le suscita attrazione sono i segni palesi di questa asperrima conflittualità interiore che si sublima attraverso l'autodistruzione intesa come superamento dei propri limiti per raggiungere l'estasi della perfezione. Non ci sono due Nina distinte, ma una sola Nina che odia il proprio corpo e quella parte di stessa, che vive come una proiezione del Super-io materno che proietta su di lei le proprie speranze e le imputa i propri fallimenti e i propri sogni infranti.
La scoperta della sessualità segna nell'adolescente il momento del distacco dai genitori e la presa di coscienza e di conoscenza del proprio corpo.
Nina ancora non ha saputo affermare la propria personalità liberandosi dallo schiacciante ed opprimente fardello materno. Da qui discende la sua sessuofobia ed il suo desiderio di acquisire una vita sessuale libera e indipendente. In tal senso sono potentissime le immagini della masturbazione, interrotta dalla scoperta della presenza della madre addormentata su una poltrona nella camera di Nina, e quella del rapporto saffico che Nina consuma con Lily. La prima trasmette la frustrazione e il dominio che il Super-io materno esercita sulla ragazza; la seconda, che infatti è una scena immaginifica, un'allucinazione frutto tanto della scissione dell'io quanto della droga assunta, simboleggia l'apoteosi della ribellione contro la madre.
In mezzo fra queste due estremizzazioni c'è la potente attrazione che Nina nutre per Thomas. È un desiderio che non riesce a trovare la propria soddisfazione e che Nina traveste con le mentite spoglie di un amore pigmalionesco, trasformandosi nell'allieva che desidera soddisfare artisticamente il proprio mentore per poter essere degna del suo amore ed assurgere al ruolo di sua compagna. In tutti questi casi la sessualità, simbolo di vitalità e di auto completamento, è strumento di conoscenza di sé e di superamento dei propri limiti.
L'invidia e il desiderio di immedesimarsi in Beth, rubandole i suoi oggetti, il suo ruolo e il suo uomo, sono la leva che poi spinge Nina a proiettare le medesime meschinità su Lily, andandola ad identificare con quell'antagonista che, invece, si nasconde dentro di lei. Lo scontro con il Doppelgänger, come nel celeberrimo "William Wilson" di Edgar Allan Poe, è insanabile e assolutamente autodistruttivo, ma permette all'individuo vittima della scissione di ritrovare il vero se stesso riunendosi a lui. Aronofsky anche qui mescola abilmente gli elementi. L'attrazione per Lily, per quella sensualità eroticamente prorompente che le appartiene e che Nina, invece, non riesce a trovare in sé, è la perfetta personificazione dell'Eros, mentre l'invidia, le insicurezze ed il desiderio di distruzione incarnano Thanatos. Quando Nina uccide Lily, si impossessa di lei e della sua essenza, liberandosi così dalle proprie incertezze ed insicurezze e, in senso più lato, dai propri difetti e quindi da se stessa. È lo scontro fra Eros e Thanatos, fra l'Io e il Doppelgänger, è la riunione di quell'Io scisso da troppo tempo, è il superamento dei propri limiti e il completamento di sé.
La caduta finale di Nina sul materasso e col ventre pugnalato, è analoga alla versione cinematografica del citato racconto di Edgar Allan Poe diretta da Louis Malle e contenuta nel film "Tre Passi nel Delirio" ("Histoires Extraordinaires", 1968) in cui William Wilson (Alain Delon), dopo aver pugnalato il Doppelgänger, si getta dal campanile della chiesa e nel suo ventre si ritrova conficcata anche l'arma con cui ha ucciso il proprio doppio. Tenuto conto del sapiente citazionismo di Aronofsky, la scelta non sembra casuale, anche se le inquadrature e lo stile di regia non hanno nulla a che vedere con l'episodio diretto da Malle.
Inoltre, il finale di "Black Swan" simboleggia anche il sacrificio e l'abnegazione che l'artista deve tributare all'Arte per raggiungere la perfezione. In quest'ottica il superamento dei propri limiti avviene necessariamente attraverso la distruzione di ciò che si è. E questo è rappresentato efficacemente con le trasformazioni corporali che Nina subisce. Il suo corpo altro non è che la materia grezza, informe e imperfetta, che deve trasformarsi in perfezione e bellezza. Il risultato è già annunciato da una semplice e potente inquadratura che riprende la ballerina del carillon, amputata di busto e gambe, che continua a ruotare su se stessa. Come dice Nietzsche, per poter creare prima si deve distruggere, solo così si potrà trasformare l'essere umano, che è pietra grezza, nell'Oltreuomo, che è Arte. In altre parole alla morte segue una rinascita. E questa è una tematica ricorrente nella filmografia di Aronofsky.

La regia di Aronofsky è molto dinamica e tale dinamismo si accentua inevitabilmente durante le riprese delle scene di danza. Per questa ragione il regista ha scelto di girare il film in 16 mm (il film è stato poi riversato sul 35 mm) poiché le macchine da presa super16 sono assai più maneggevoli e garantiscono appunto la massima dinamicità delle riprese.
Il risultato è che le scene di danza sono eleganti, seducenti, perfette. Si noti anche che, solo durante l'ultimo atto del balletto, Natalie Portman non si riflette mai né in specchi né in nient'altro, mentre nella scena iniziale e durante gli atti precedenti si riflette sul pavimento lucido. Probabilmente anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una scelta comunicativa del regista: durante il balletto finale Nina si è ormai riunita al proprio doppio. A suffragio di questa ipotesi c'è la scelta delle inquadrature che, rispetto alle precedenti, sono più strette e più concentrate sul mezzobusto e sul primo piano dei ballerini, evitando accuratamente panoramiche dall'alto ad eccezione di quando Nina sale la scala, ma questa non è più il pavimento lucido e non riflette la sua immagine.
Aronofsky ha anche introdotto numerose e fedelissime citazioni ed autocitazioni cinematografiche. Le più evidenti sono quella al film "La Mosca" ("The Fly", 1986) quando Nina si sfila dalla pelle della schiena una nascente piuma nera di cigno, a "Requiem for A Dream" (2000) quando Nina fa colazione e a "Pi Greco" (1998) quando Nina incontra il vecchio molestatore in metropolitana.

Oltre all'ottima regia di Aronofsky, l'asse portante del film sono le interpretazioni di Natalie Portman e di Mila Kunis.
Natalie Portman non solo rappresenta e trasmette al pubblico la psicosi ed il travaglio del proprio personaggio, ma addirittura cattura lo spettatore e riesce a portarlo sulle sue stesse corde e a mostrargli il mondo nella sua stessa ottica. Inoltre, per rendere credibile al massimo il proprio personaggio, l'attrice ha perso peso e ha tenuto lezioni di danza per un anno prima di cominciare le riprese, nonostante avesse praticato danza classica per nove anni. La candidatura all'Oscar come miglior attrice protagonista è assolutamente meritata e quello che potrebbe sorprendere sarebbe la mancata assegnazione del premio da parte dell'Academy.
Mila Kunis si è rivelata una vera e propria sorpresa. Con poche pose delinea un personaggio difficile da dimenticare e che condiziona prepotentemente l'intero film. Sa essere sensuale, erotica, carnale, provocante fin quando è vista attraverso gli occhi di Nina, ma anche semplice e quasi anonima quando l'attenzione di Nina sposta il proprio asse di interesse.
Perfettamente in parte Vincent Cassel, Barbara Hershey e Winona Ryder. Cassel in particolare ha dichiarato che per costruire il proprio personaggio si è inspirato a George Balanchine (Georgij Melitonovic Balancivadze), coreografo di origine russa e cofondatore del New York City Ballet.

Eccellente la direzione della fotografia di Matthew Libatique, che accompagna la carriera di Aronofsky fin dal suo primo cortometraggio intitolato "Protozoa" (1993) e che dà il nome alla società di produzione del regista.

"Black Swan" ha suscitato non poche polemiche a causa dell'immagine che sembrerebbe trasmettere del mondo della danza. Francamente a parer di chi scrive si tratta di polemiche sterili, sollevate sostanzialmente per sfruttare la pubblicità che ne può discendere. Queste polemiche potrebbero aver un fumus di fondamento qualora l'opera di Darren Aronofsky avesse la pretesa di raccontare una qualsiasi verità sul mondo del balletto, ma è evidente che il regista confonde continuamente il piano del reale con quello dell'irreale, la menzogna con la verità, l'immaginario con il materiale, l'onirico e l'allucinatorio con il concreto.

"Black Swan" risente in parte di una sceneggiatura piuttosto scolastica e un po' superficiale, ma è totalmente riscattato dalla sua dimensione artistica, che offre al pubblico un prodotto elegante e seducente sul piano visivo grazie alla qualità della regia e capace di emozionare e di coinvolgere lo spettatore attraverso la superba interpretazione offerta da Natalie Portman, ben supportata dalla sorprendete Mila Kunis.
Presentato in concorso all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove non ha incontrato il consenso della critica, né quello della giuria, "Black Swan" dimostra ancora una volta l'insensatezza e la capziosità di alcune posizioni critiche e di molti intellettualismi sulla concezione stessa di Cinema.
Sebbene non perfetto, si tratta di un film di gran classe che non può e non deve lasciare indifferenti.

"Io l'ho sentito... perfetto! Ero perfetta"

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 22/02/2011 11.14.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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