Recensione i diabolici regia di Henri-Georges Clouzot Francia 1954
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Recensione i diabolici (1954)

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locandina del film I DIABOLICI

Immagine tratta dal film I DIABOLICI

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Immagine tratta dal film I DIABOLICI
 

A fondo di quell'acque, torbide, gelide, chiuse, fisse ad affogare la prima inquadratura, cosa, che in superficie pare quasi sardonico brilli, ribollisce, che non aggalla? La musica, lì si esaurisce. Abbandona le immagini. Sino ai titoli di coda; dove, solo allora, riemergerà, come avendo trattenuto il respiro, impotente e siccome soffocata.
Il tema dell'acqua scorre per tutto l'arco del film, ma caustico, aridamente. Nei suoi innumerevoli travasi, nei suoi gonfiori improvvisi, nei suoi corsi sotterranei; simbolo di quel ciclo oscuro che, attraverso vasi segreti, i nostri sentimenti comanda. Ne fa parte quella metafora fulminea: la barchetta di carta in una pozzanghera lasciata a galleggiare da un qualche bambino, schiacciata dall'automobile di lui che torna, nel cortile del collegio. Ci introduce al pessimismo misantropico dell'opera e del suo autore.

Appena un anno dopo l'uscita di un altro vertice nella filmografia del regista, "Vite vendute", Clouzot nel 1954 firma quello che oggi rimane probabilmente il più noto dei suoi film, tratto dal romanzo "Les diaboliques. Celle qui n'était plus" di Pierre Boileau e Thomas Narcejace, e che gli varrà l'appellativo di "Hitchcock francese"...
Lo stile sobrio, ma non per questo privo d'invenzioni registiche, in contrasto con la torbidezza degli argomenti trattati, è notevole per la capacità con cui l'autore sa creare un clima di suspense che, in queste due opere, passa dal genere avventuroso al thriller. Come anche notevoli sono la modulazione dei tempi narrativi, non sempre convenzionali agli schemi classici, e la direzione degli attori, la caratterizzazione dei personaggi o la precisione con cui vengono curati i dialoghi. Ma al cospetto di tali aspetti tecnici non riusciamo a non considerare come primo ciò che vi sta alla base, i greti che dietro a essi si sollevano, i ruvidi deserti morali ed esistenziali che costituiscono il mondo di Clouzot.
Cinico, violento, sporco, crudele ben oltre i limiti del sadismo; la sua indagine del male, prima che sociologica, parte da un'acuta osservazione dell'individuo. I suoi personaggi - gli uomini, tutti nessuno escluso - vengono osservati nei loro comportamenti più crudi, più vili: sono amanti in fuga ("Manon"); loschi concittadini ("Il corvo"); uomini corrotti, individui sfruttati, spesso profughi, esistenze in attrito tra loro e con l'ambiente circostante; vite che si muovono in scenari squallidi, ostili, che siano essi urbani, naturali, esotici, bellici; esistenze disperate, cannibali, votate al fallimento, immischiate in intrighi irrisolvibili, morse tra un passato oscuro e un avvenire ancora più nero, attirate dentro miraggi che si prosciugano.
Se pensiamo proprio a "Vite vendute", nel torrido e polveroso limbo di un remoto paese dell'America latina, l'autore raccoglieva, a confronto con la popolazione locale, svariate etnie, uomini di diversa estrazione culturale, ma li ritraeva nei medesimi atteggiamenti: ferocia, egoismo, vigliaccheria, avidità e assieme spossatezza, stessi erano i fili che li animavano e come dadi li lanciavano, in una corsa spietata di tutti contro tutti, verso una meta a cui - quale veramente? - nessuno arrivava; mentre altrove si festeggiava e si ballava crudelmente. Non a caso l'introduzione, dove i personaggi venivano presentati e approfonditi uno ad uno, stabiliva, per durata, una sorta di primato nella storia del cinema.
Un discorso analogo si può ripetere per "I diabolici": nella periferia parigina, in un collegio (critica alle istituzioni? alla classe agiata cui fanno parte i diabolici del titolo? non propriamente), egli raccoglie e accomuna: direttrice, maestri, bidelli, bambini; diverse età, diversi ceti sociali, assieme, a bollire.

La presentazione dei personaggi si risolve efficacemente in poche sequenze, ma è ricca di elementi nei quali il pessimismo dell'autore si precisa di continuo. Al centro di tutti il menage fatale e perverso dei tre protagonisti: l'occhio nero dell'amante, i maltrattamenti del marito, le sopportazioni della moglie che cerca schermo nella dedizione verso i suoi alunni; e quella amicizia, ambigua se non innaturale tra le due donne, moglie e amante, Christine (Vera Clouzot) e Nicole (Simone Signoret), schiave e complici dell'odio nei confronti di quell'uomo (Paul Meurisse); poi diametralmente opposte nei caratteri - fragile e religiosa la prima, forte e cinica la seconda - sino nella corporatura e nel colore e taglio dei capelli. Ma lo sguardo inclemente di Clouzot le coglie sotto l'identica luce. Né salva i personaggi di contorno. In quella coppia formata dai collaboratori, l'ironia è subdola e allusiva. Gli stessi bambini, che accerchiano le vicende dei protagonisti e che, come sornioni, vi si avvicinano con i loro giochi, vengono ritratti già privi d'innocenza e spensieratezza; talvolta paiono sospenderli, a spiare i sotterfugi degli adulti, attirati da quelle bieche trame che intuiscono, piccoli diabolici futuri che cominciano ad apprendere l'arte del massacro sottile.
Accenni funesti, che trovano riferimento anche in un elenco di oggetti: quella barchetta schiacciata dall'automobile, l'insalata marcia e gli occhiali scuri, il ventaglio e l'ombrello neri, quasi un'aria funeraria, arcana, si rivelasse qua e là per i corridoi e le aule del collegio.
Mentre il tema dell'immigrazione infelice, ricorrente nella carriere del regista, è sottinteso in quella patria ricordata dalla direttrice e ora sognata, in quel Venezuela assolato e variopinto da un bel sombrero; sogno subito svilito dal "cavallo" che diventa una "mula" nel racconto di un bambino.
Ma è nella sequenza della mensa che il primo periodo del film tocca il suo apice di crudeltà; e se al centro vi rimane il triangolo dei protagonisti con la scena del boccone di pesce guasto da ingoiare, se al vertice di questo triangolo troneggia tirannica la figura del direttore, una ragnatela di dissapori tiene legati ad egli tutti i presenti, dal collaboratore che brama il suo vino e ne implora un altro bicchiere, a tutti i bambini costretti a mangiare quel pesce e coinvolti, anche loro, nel clima di coercizione e castigo, di autorità e sudditanza, di disprezzo reciproco e opportunismo.

Una situazione tuttavia non destinata a risolversi. Al contrario: d'ora in avanti ecco la trama infittirsi, ecco la fuga delle due donne, ecco delinearsi il piano omicida. Ecco, l'ambiente cambia, il racconto esce per la prima volta dall'istituto e si trasferisce nella casa in campagna di Nicole, producendo a sua volta il senso di un cambiamento interiore. L'episodio, carico di tensione, è vissuto interamente attraverso i turbamenti della moglie incoraggiata dalla complice, nei suoi scatti d'orgoglio, nei suoi ripensamenti improvvisi, in ogni sobbalzo del suo cuore malato e in tutti i dettagli e gli ostacoli, primo fra i quali la presenza dei vicini quali possibili testimoni. Ecco dunque la telefonata, l'arrivo in treno, l'incontro con il marito; ecco la bottiglia di liquore, la vasca da bagno, il bronzo sul caminetto, il gocciolare sulla plastica della tovaglia per l'interminabile nottata; ecco quelle acque sotterranee, riaffiorate all'improvviso, avere riempito la vasca, affogato il marito, scolare nel mattino; ecco infine il cadavere orrendo, steso con il volto paralizzato, con gli occhi riversi, con i capelli incollati alla fronte.

Da qui in poi Clouzot si adopera nel mantenere un alto clima di suspense, che muta di natura ma non s'interromperà più, sino al finale.
Tornati dentro i cancelli del collegio, è lo stesso confronto tra la vasca da bagno e la piscina (in cui il cadavere sarebbe stato gettato) a suggerire il cambio di tensione; tensione che è ancora vissuta attraverso gli stati d'animo di Christine, nella contemplazione ansiosa di quelle acque impenetrabili, ora dilatate e a cielo aperto, e mute, specialmente, per giorni, senza possibilità d'intervenire, in fondo alle quali pulsa un "cuore rivelatore" e da dove, misterioso, il corpo non aggalla.
La piscina diviene l'epicentro di questo periodo. Il regista organizza diverse inquadrature dalla sua prospettiva; coglie le due donne fissarla dalle finestre: l'amica, che mantiene nonostante tutto la sua calma glaciale, e in particolare la moglie, snervata dall'attesa insostenibile e che si assorge a essa durante le lezioni; mentre la piscina sembra fissarla a sua volta, con il suo occhio torbido, sempre vigile, impassibile. Il custode vi gira attorno; i bambini vi giocano vicino; una palla finisce nel mezzo; addirittura uno di loro vi s'immerge nel tentativo di recuperare una chiave lasciata cadere dentro.
Evaporeranno i rimorsi di Christine? Il tempo laverà via, una volta svuotata la piscina, tutti quei turbamenti? Ma se l'acqua scolata nella vasca scopriva il corpo annegato del marito, dalla piscina ciò che rinviene non è più un cadavere, bensì un fantasma. Il corpo è sparito - come? Questo primo colpo di scena rimescola i ruoli e muta nuovamente la suspense: il thriller hitchcockiano assume le tinte di un horror classico, che il regista accompagna a quel sottile humour nero che gli è tipico, in cui strane apparizioni e sinistri accadimenti (come il Principe di Galles recapitato, la fionda del bambino, l'ombra alla finestra nella fotografia) si succedono in maniera apparentemente inspiegabile.
Nulla è evaporato se non il corpo del marito; né le acque del delitto, citate in un breve episodio sino nelle correnti della Senna (chi era quell'altro uomo? un suicida? una vittima di altri diabolici nascosti nell'immensa metropoli francese?), sanno più ritirarsi dietro l'orizzonte.

Ora, in mezzo a questi fatti inquietanti, tra i tentativi delle due donne di risalire alla soluzione dell'enigma, una nuova figura, un curioso commissario in pensione (Charles Vanel) si avvicina di sua iniziativa alla vicenda, come primo e unico personaggio positivo di tutto il film; ma, si badi, è una presenza quasi irreale, anacronistica, che appare e scompare dalla scena e agli occhi della moglie, come fosse anch'egli un fantasma. Per diverse caratteristiche sembra anticipare il "Tenente Colombo" del piccolo schermo.
Ci accorgeremo presto di come Clouzot intendeva depistarci: aveva sparso indizi in modo da dare seguito ad una indagine precisa; ricordiamo ad esempio quando il vicino annotava in un taccuino l'ora esatta in cui aveva sentito la vasca da bagno riempirsi di sera e svuotarsi al mattino. Ma quell'indagine la intravedremo solo a tratti, nel girovagare del commissario attorno ai sospetti, per le stanze e il cortile dell'istituto. Ci nega i suoi ragionamenti. Pur risolvendo il caso, non interverrà per impedire che il vero omicidio avvenga, che il piano diabolico si compia, lasciando che la vicenda si auto-concluda.

E' notte. Innanzi al soprassalto della donna allettata, destata da un brutto sogno, il commissario sta vegliando, con una candela si accende il sigaro: "ormai, è tutto fatto" le dice, e dopo la confessione di lei, esce dietro le quinte: "domani si risveglierà tranquilla", la porta si chiude. Notte. Le luci del collegio si spengono, vengono messi a letto i bambini. L'assenza di musica diviene silenzio totale, e un'oscurità subacquea, lunga di corridoi e di riflessi di fessure, si fa continuazione dell'incubo, in un'apnea di passi, di sguardi sbarrati: ecco, dunque la luce istantanea alle finestre, la sagoma nera, l'ombra guantata, il ticchettio della macchina da scrivere; riecco, in fondo a tutte le porte, il bagno, la vasca, l'acqua, il cadavere orrendo riemergere eretto del marito; riecco quel viso, quegli occhi riversi, quei capelli incollati alla fronte - e il cuore arrestarsi improvviso.

"I diabolici" si presenta come un film truce, ma senza che si veda cadere una sola goccia di sangue. La violenza che descrive Clouzot è un qualcosa d'inveterato e profondo, passa per vie interne, non si materializza in un'arma o un oggetto tangibile - non fa rumore, si nasconde anche quando trapela, è un'acqua che ribollisce sotterranea. La morte, fissata in faccia, che sia quella inscenata del marito o quella reale della moglie, con crudo voyeurismo, avviene per affogamento o per infarto.
Il colpo di scena conclusivo rilegge daccapo l'intera vicenda, sacrifica la verosimiglianza ma a proposito, a favore di un sadismo diabolico che non esclude il masochismo (cosa è disposto a sopportare il marito affinché il piano riesca), più spietato se si accanisce contro un'esile e ingenua mogliettina senza difese; e la tortura è interiore, lenta, a seguito di un'interminabile messinscena macabra e machiavellica, volta a godere più che per il premio finale in denaro, per la riuscita del suo supplizio sottile.
Così cavati gli occhi finti del cadavere, dietro se ne scoprono due più terribili, quelli veri, vivi, vispi davanti al corpo di lei che si accascia - brillati da quali riflessi? Quali sono quelle acque i quali corsi, ininterrotti, erodono cuori e cervelli? Segrete, agiscono: ma per quali zampilli, verso quali golfi?

L'ultima inquadratura di Clouzot si rivolge al piccolo diabolico, a un bambino punito: lo vediamo, di nuovo messo al muro, con quella sua fionda tra le mani consegnatagli, a turno, dal fantasma del direttore e della direttrice, di spalle nel cortile deserto del collegio, alla musica che riaffiora e risommerge; risentito, completamente solo, inabissarsi...

"va a giocare caro, e divertiti"

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Recensione a cura di Ciumi - aggiornata al 21/11/2011 15.35.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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