julien donkey-boy regia di Harmony Korine USA 1999
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julien donkey-boy (1999)

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locandina del film JULIEN DONKEY-BOY

Titolo Originale: JULIEN DONKEY-BOY

RegiaHarmony Korine

InterpretiEwen Bremner, Brian Fisk, Chloë Sevigny, Werner Herzog, Joyce Korine

Durata: h 1.39
NazionalitàUSA 1999
Generedrammatico
Al cinema nel Luglio 1999

•  Altri film di Harmony Korine

Trama del film Julien donkey-boy

Lo schizofrenico Julien lavora come assistente in una scuola per ciechi. Suo padre lo tormenta, sua sorella Pearl in attesa di un bambino fa le veci della madre morta e suo fratello è un patito della ginnastica. Una rivelazione sconvolgente turberà una situazione già di per sé molto delicata.

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Voto Visitatori:   7,50 / 10 (12 voti)7,50Grafico
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Voti e commenti su Julien donkey-boy, 12 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  12/12/2019 22:58:12
   7½ / 10
Julien Donkey boy riprende il disagio di Gummo, ma ha una struttura più solida rispetto alla pellicola precedente. La struttura narrativa si focalizza su questa famiglia in cui emerge il clima malsano e disfunzionale dei suoi componenti. Un approccio più minimalista nello sguardo. L'elemento positivo è che Korine questo disagio te lo fa sentire sulla pelle, senza filtri, attraverso una fotografia sgranata, i movimenti di macchina convulso e soprattutto nella scelta di un cast dove Brenner dà il meglio di sè ed un sorprendente Herzog nella figura di un padre autoritario oltre ogni misura.

Danae77  @  28/10/2015 19:57:51
   7½ / 10
Grottesca e di traverso le redini della dualità schizofrenica, dissacrante in una negazione sepolta nel fango e straziante nella corsa sfrenata e disperata, sigillata. "O babbino caro"... ciò che faceva di se amorale e amorevole. Stretto, inerme, l'innocenza normale in un circo deforme.

Ciaby  @  10/06/2013 16:33:21
   7½ / 10
Delirante, pesante e difficile da sopportare, ma merita la visione per l'originalità scarna ed eccezionale che ha sempre caratterizzato il cinema di Korine, per la potenza espressiva con cui sfrutta il dogma95 e per molte trovate stilistiche che lasciano esterrefatti. Parte finale da urlo.

lupin 3  @  24/05/2013 16:46:55
   7½ / 10
Delirante...mi ha ricordato the living and the dead.

Badu D. Lynch  @  14/03/2013 01:30:13
   9 / 10
Secondo lungometraggio di Harmony Korine, secondo Inferno del regista. Stesso malessere di Gummo, stessa polvere, stesso sguardo, stesso urlo. Quest'opera è poesia che brucia, che va in fiamme ; non c'è tempo di rileggerla, si accartoccia su se stessa e diventa cenere, e con questa cenere ci coloriamo il viso, ci dipingiamo la faccia pronti a partire per la guerra. Una guerra infinita che è dentro il mondo, che è l'essenza del mondo e di noi stessi. Un'eterna lotta tra il male e il malissimo, senza vincitori, ma con tanti sconfitti sorridenti, adagiati nel fango. L'abitudine è un mostro terribile. Dio si è voltato dall'altra parte, anche stavolta.
"Julien è un'interferenza vaneggiante".
L'apocalisse vol.2 dura un'ora e trentadue minuti.
Harmony Korine è il poeta del disastro interiore ed esteriore.

Invia una mail all'autore del commento Bathory  @  22/01/2013 23:37:55
   6½ / 10
Un'esperienza cinematografica fastidiosa, inquietante, malata e allucinante.
Le immagini sporche e degradate, le luci soffocanti e le atmosfere profondamente weird che Julien Donkey-Boy fa implodere non sono altro che il riflesso di un'umanità composta da individui malsani, malati, brutti sia fisicamente che mentalmente (il richiamo ai freaks di Browning e Herzog (!) è assolutamente inequivocabile) e Korine ce li mostra in tutto il loro essere "altri", diversi nel senso peggiore del termine.

Un linguaggio filmico sicuramente rivoluzionario e anti-cinematografico, che però talvolta risulta essere troppo estremo ed anarchico nel suo lento e insensato incedere.

Attori mostruosi.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento tylerdurden73  @  27/03/2012 10:36:42
   7 / 10
Il disturbo mentale viene messo in chiaro fin dalla prima sequenza in cui Julien litiga con violenza per futili motivi.Il giovane lavora presso un istituto per non vedenti e abita con una famiglia scombinata quanto lui.Il padre è un pazzoide nevrastenico,il fratello un fissato dell'attività fisica,la nonna è mezza stordita ,mentre la sorella (una Chloe Sevigny spesso rintracciabile in questo tipo di pellicole) aspetta un bambino da (forse) uno sconosciuto.
Assomiglia a quei filmini delle vacanze dei primi anni '80, carente di qualsivoglia continuità narrativa e fissato su una pellicola spesso sgranata o fuori fuoco.Il famigerato Harmony Korine ricorre a un linguaggio visivo/narrativo fastidioso,racconta spezzoni di vita quotidiana di Julien e del suo bizzarro nucleo familiare senza dare coesione a fatti che finiscono con lo spaesare.L'eccentrica forma espressiva ,sempre contraddistinta da camera a mano, dà luogo ad una visione non proprio accessibile e al contempo stimolante ,anche se "Julien Donkey Boy" assume ottima efficacia giusto in due scene,quella della commovente telefonata alla defunta madre e nelle battute finali, in cui il giovane nasconde agli occhi del mondo e di Dio se stesso e il frutto della sua vergogna.
Il regista calca la mano ed esibisce a getto continuo le stramberie del ragazzo,l'ambiente che lo circonda rifugge la normalità intesa nel senso più comune del termine e le uniche concessioni disgiunte dalle anomalie domestiche sono a loro volta ben poco ordinarie.Un film difficile,sgradevole,eccessivo nella sua ricercatezza esteriore,illuminato dalla presenza di Ewan Bremner (lo Spud di "Trainspotting") e Werner Herzog,solitamente enorme regista questa volta fenomenale genitore sciroccato.
Interessante esempio di cinema indie ascrivibile al movimento Dogma 95,ma il precedente "Gummo" per me aveva una marcia in più.

KOMMANDOARDITI  @  18/07/2010 13:27:34
   7 / 10
Difficilmente nella Storia del Cinema un autore è stato in grado di esternare in modo tangibile e farci vivere visivamente i tormenti, gli stati d'animo ed i tumulti interiori dei personaggi di un suo film, trasfigurando in stile e linguaggio formale dinamiche emozionali e mentali prettamente intime e perciò nascoste all'occhio. Ci era riuscito, a suo tempo, il geniale e promettente Gerard Kargl (da allora purtroppo datosi alla macchia...) col suo ANGST, nevrotico e disturbante pedinamento cronachistico di un pazzo assassino e dei suoi pensieri fatti parola ; caso ancora più sbalorditivo era stato quello di Aleksandr Sokurov e del suo plastico capolavoro MADRE E FIGLIO, estatico quadro in lento movimento, pastoso e tramortente, in cui amore, dolore e natura divenivano un tutt'uno elegiaco ed inscindibile.
Mai fino ad ora però un film era sceso così a fondo nei meandri abissali di una mente affetta da schizofrenia, ribaltando in esteriorità grafica i malsani percorsi sinaptici ed i labirinti psichici senza sbocco di una malattia tanto oscura ed insondabile. Eppure Korine, con il suo JULIEN DONKEY BOY, l'ha fatto.
In GUMMO, sua opera prima, il giovanissimo regista aveva scribacchiato con un tratto crudo e respingente, la descrizione caotica di una intera cittadinanza del nord-est degli Stati Uniti (Xenia, in Ohio) infognata in un paesaggio post-apocalittico a metà strada tra Ciprì&Maresco e Jackass. La chiara metafora era quella del nichilismo paludoso delle nuove generazioni americane, venute su mostruosamente, senza punti di riferimento affettivi e morali.
In JULIEN DONKEY BOY il discorso, intrapreso col film precedente, prosegue ma si fa meno dispersivo ; qui il cerchio si restringe ad un piccolo nucleo famigliare e l'abbozzo di trama rende il racconto molto più appetibile e coerente.
Julien (Ewen Bremner) è un ragazzo affetto da una serissima forma di schizofrenia, che lo porta a ripetere ossessivamente sempre gli stessi rituali, a discutere ad alta voce con se stesso, a biascicare instancabilmente frasi sconnesse ed illogiche, ad intraprendere dibattiti astrusi a sfondo mistico-religioso. Questa però è solo la parte alienata della sua quotidianità perchè, nell'istituto per non vedenti presso cui lavora come assistente, la sua condotta è irreprensibile, il suo impegno sociale a sostegno dei disabili e la passione che nutre per la sua attività sono di una esemplarità ammirevole e da incorniciare. Il suo disagio psichiatrico lo vive unicamente lontano dal suo adorato impiego, cioè nelle lunghe ore che trascorre in compagnia della sua aberrante famiglia. Una nonna rimbambita che parla col barboncino di casa ; una sorella pattinatrice su ghiaccio, incinta non si sa di chi (...) ; un fratello mingherlino fissato con la cultura fisica ed aspirante wrestler ; un padre mentecatto ed autoritario (un assurdo ma grandioso Werner Herzog) ; una madre assente, morta anni addietro di cancro al seno (ma vivissima nei ricordi infantili di Julien).
Se per contenuto e storia il film si evidenzia come un compatto passo in avanti rispetto a GUMMO, sul piano formale invece si spinge molto oltre, in territori sperimentali di netta avanguardia, con una narrazione sminuzzata e disomogenea. La pellicola difatti è costituita da un collage digitale di riprese sfocate e desaturate, fluttuanti freeze-frame, flash nebulosi, immagini parlate, video amatoriali sgranatissimi (con audio in presa diretta), successioni di immagini scattose, psicotici strascichi visivi e decontestualizzate sovrapposizioni visuali.
Ecco come percepisce la sua realtà Julien, un Ewen Bremner (già visto in TRAINSPOTTING) straordinario, superlativo, eccezionale nella sua convinta discesa in un mondo interiore squassato da deliri, allucinazioni, fusioni di presente e passato, ferali raptus di violenza. La sua interpretazione ora commovente, ora angosciante, ora maniacale, ora terrorizzante è una delle migliori che si siano mai viste dai tempi del Jack Nicholson di SHINING. Una prestazione attoriale di cui restare ammirati ed esterrefatti !
Non gli è da meno Werner Herzog, nella parte del padre, un personaggio esorbitante, pazzo come un cavallo, grottescamente divertente nel suo ostentato accento teutonico. Ributtante quando si sbrodola addosso, mentre cerca di scolarsi un intero flacone di sciroppo versandolo all'interno di una delle sue pantofole (!) ; ineffabile quando annaffia con acqua gelata il figlio ginnasta affinchè acquisti peso ; comico e paradossale quando cita episodi storici fuori contesto o allorchè ripete motti senza senso e si corica sul letto indossando una maschera antigas (!!)
Oltre a passaggi di divertita demenza, nel film si agitano di continuo momenti di caos, scene altamente drammatiche ma anche sequenze struggenti e toccanti, come ad esempio la telefonata tra Julien e la sorella che si finge sua madre (a forte rischio lacrime) o come il piacevole e tenerissimo rapporto di fraterna complicità instaurato dal protagonista con la bambina semi-cieca.
A mente fredda e visione conclusa, l'opera di Korine non sfugge di certo al sospetto di un esercizio di stile (e la riproposizione di albini e freaks , che già pullulavano nella sua pellicola da esordiente, penalizza abbastanza in questo senso) ma va dato atto all'autore di averla raccontata una storia e di averlo fatto nella maniera più eclatante e dimostrativa possibile : rivoltando come un calzino un'intimità multiforme e sofferente affinchè corrompesse per osmosi strutture e paesaggi/forma del suo film.
Una storia, questa volta, con un suo inzio ed una sua fine, scanditi dal leit-motiv della registrazione in vhs della pattinatrice, accompagnata dalla straziante melodia del pucciniano "O mio babbino caro", liricamente ossessiva e luttuosamente predittiva.
JULIEN è il nostro sguardo di sfuggita alla realtà con gli occhi di uno schizofrenico ; JULIEN è, come lo stesso protagonista si proclama, la nostra personale INTERFERENZA VANEGGIANTE.

P.S. : JULIEN DONKEY BOY è stato il primo film extra-europeo a potersi fregiare della denominazione "Dogma 95", in quanto volutamente realizzato in osservanza dei rigidi dettami estetici imposti dal movimento dei danesi Von Triers e Vinterberg.....Sai che soddisfazione! :-D

2 risposte al commento
Ultima risposta 20/11/2011 15.14.29
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DarkRareMirko  @  04/06/2009 23:18:42
   8 / 10
Si continua il grande viaggio weird di Korine (inoltre un pò autobiografica, almeno riferendosi a questo film) riguardo ai freaks, questa volta riferito pure al modo di presentare la pellicola al pubblico, ossia offrendo un tipo di immagine disturbata, sgranata, confusa (effetto buono ma trito).

100 minuti di buon cinema, quasi senza trama però (non propriamente un aspetto negativo dell'opera comunque).

Fà un enorme piacere vedere il grande regista Herzog andarsi ad interessare a questo tipo di prodzioni, inoltre recitandoci - bene -.

Lo stile è quello di Gummo, quindi buona regia, alto livello weird, molta improvvisazione.

Bravi tutti i protagonisti.

Da non perdere.

benzo24  @  06/11/2007 20:01:33
   10 / 10
altro capolavoro. da non perdere!

mister_snifff  @  07/09/2006 00:42:38
   8½ / 10
Fortunatamente rispetto all' altro film di Armonia Korine, Gummo, non sono presenti tutti quei siparietti senza senso che intervallavano le disumane storie dei personaggi di freaks-opoli e soprattutto mi rendevano quel film assai soporifero (nonostante la presenza di una trama e colonna sonora accattivanti). Stavolta il regista si limita ad analizzare col suo stile supersperimentale una famiglia della provincia americana caratterizzata da un padre/fustigatore mentale, uscito di senno per la morte della moglie e lo schizofrenico julien, interpretato magistralmente da Ewen Bremner (lo Spud di trainspotting). Ne esce fuori un buon film "grottesco-impegnato" , a tratti toccante, specie nella seconda parte

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