cinque pezzi facili regia di Bob Rafelson USA 1970
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cinque pezzi facili (1970)

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locandina del film CINQUE PEZZI FACILI

Titolo Originale: FIVE EASY PIECES

RegiaBob Rafelson

InterpretiJack Nicholson, Karen Black, Susan Anspach, Lois Smith

Durata: h 1.38
NazionalitàUSA 1970
Generedrammatico
Al cinema nell'Agosto 1970

•  Altri film di Bob Rafelson

Trama del film Cinque pezzi facili

Robert (Nicholson), un bravo pianista, ha rotto con la famiglia colta e borghese e ora vive alla giornata insieme a Rayette, una ragazza un po' svampita incinta di lui. Poiché il padre sta molto male, torna a casa, ha una storia con la fidanzata del fratello, ma non mette radici.

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Voto Visitatori:   8,06 / 10 (32 voti)8,06Grafico
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Voti e commenti su Cinque pezzi facili, 32 opinioni inserite

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VincVega  @  03/06/2020 20:42:17
   8 / 10
Un piccolo grande film, che mostra il ritratto di un uomo che non sa che strada scegliere. Amaro e coinvolgente. Grande Jack Nicholson.

topsecret  @  05/03/2020 22:15:18
   6½ / 10
Buono l'apporto del cast, Nicholson ovviamente in primo piano, ma nota di merito anche per la Black che si dimostra attrice versatile e di un certo fascino.
La storia non è tra le più interessanti ma riesce a non scadere nella noia e nella banalità, presentando fatti e personaggi abbastanza interessanti, con tutte le complicazioni caratteriali di cui sono dotati e che rendono il racconto discretamente gradevole da seguire. Difetta un po' nel ritmo in alcuni momenti ma il risultato finale è comunque positivo.

wicker  @  22/09/2019 07:37:21
   8½ / 10
Grandissimo film di Rafelson con un grande Nicholson .. Ha 50 anni ma è per me attualissimo ,con il protagonista sempre in bilico tra la certezza di una vita borghese (rifiutata) e una proletaria ,ma fatta di rapporti veri e sinceri (insoddisfacente).
In tutto questo si muove un istrionico Nicholson capace di cambiare faccia a seconda delle scene e con un malessere emotivo di fondo che lo rende inquieto e bizzarro, romantico e a tratti anche quasi violento .

Gruppo COLLABORATORI Compagneros  @  09/11/2018 18:09:00
   8 / 10
Gran film, che in maniera semplice dipinge il ritratto di un uomo in perenne fuga da sé stesso, continuamente alla ricerca di un qualcosa che non sa nemmeno lui. Ottimo Jack Nicholson.

kafka62  @  02/02/2018 14:11:07
   8 / 10
In un bel film di Ingmar Bergman datato 1968 e intitolato "La vergogna" una coppia di ex violinisti si rifugiava in una piccola isola (la Faro così cara al regista svedese), in una scelta radicale di individualismo e di autoesclusione dai problemi contemporanei (invano, perché la guerra, come un incubo che non lascia scampo, li andava a stanare proprio nel loro eremo, risucchiandoli nel vortice dell'orrore). Un'isola per molti aspetti analoga ritorna, anch'essa con un significato simbolico di separazione dal resto del mondo, in "Cinque pezzi facili" (di due anni successivo all'archetipo bergmaniano), dove rappresenta il provvisorio punto d'arrivo di un emblematico pellegrinaggio che il protagonista, Robert Dupea, compie alla ricerca delle proprie radici e, attraverso queste, della propria identità. E' stato più volte messo in evidenza dalla critica il debito che Rafelson ha nei confronti di Bergman, ma ammesso che questa considerazione sia corretta (il regista, da parte sua, ha sempre rifiutato una simile paternità), essa è tutt'al più valida solo con riguardo all'ultima parte del film.
"Cinque pezzi facili" ha infatti una struttura che può essere suddivisa in tre sezioni sufficientemente autonome e distinte tra loro, sia dal punto di vista stilistico sia da quello narrativo. La prima è ambientata in una oil town californiana che ripropone, come in certe commedie shepardiane, una ben nota iconografia esprimente squallore, disagio e provvisorietà: anonime case prefabbricate, snack bar dalle insegne al neon, pozzi petroliferi che si ergono tetramente nel deserto come croci di cimitero, musica country insulsa e zuccherosa e onnipresenti lattine di birra. Il senso di grigiore esistenziale è accentuato da una fotografia sporca, volutamente poco curata (a tratti, specie in alcuni campo-controcampo, perfino dilettantesca). L'andamento dimesso e prevedibile da tipica commedia western della provincia americana è però smentito dal personaggio di Robert, che appare chiaramente fuori posto con persone e cose fin dai primi, laconici fotogrammi. Di Robert viene dato all'inizio un ritratto prevalentemente fenomenologico, risultato di una meticolosa opera di osservazione dei suoi comportamenti quotidiani: egli è irrequieto, insoddisfatto, scostante, spesso insolente, insofferente della stupidità e della sciatteria della sua ragazza, Rayette (che pure lo ama), ma poi disposto a buttar via le proprie serate con una coppia di amici ancor più rozzi e volgari. Si intuisce agevolmente che sotto la superficie del personaggio c'è un carattere assai più complesso di quello che appare: per picoli cenni si viene a sapere che sa suonare il pianoforte e che proviene da una agiata famiglia di musicisti (della quale conserva una certa aristocratica arroganza ed una stanca superiorità intellettuale).
La tecnica adottata da Rafelson e dallo sceneggiatore Adrien Joyce è quella dello svelamento progressivo: la figura di Robert Dupea prende corpo lentamente, senza fretta. Ciò che interessa ai nostri autori in questa fase del film è soprattutto far reagire il protagonista con l'ambiente che lo circonda e registrarne gli effetti e le risposte, anche se gli scarsi elementi psicologici rintracciabili non rendono ancora questi effetti e queste risposte sufficientemente rivelatori. Così tutta la prima parte è fatta di brevissime, nervose sequenze, che saltano ellitticamente dal mediocre ménage di Robert e Rayette allo squallido lavoro ai pozzi agli ancor più deprimenti divertimenti del tempo libero (il bowling, la TV). E' una parte eminentemente enunciativa, priva di una attendibile e coerente funzione narrativa, tanto è vero che ben presto gli amici escono senza troppe spiegazioni di scena e la gravidanza di Rayette (che sembra essere uno dei motori della storia) non viene più neppure nominata. Queste apparenti contraddizioni e inverosimiglianze non devono però trarre in inganno. In una intervista rilasciata ad Anna Maria Tatò (Cinemasessanta, n. 114-115 del 1977), Rafelson ha infatti esplicitamente dichiarato: "Io seguo una logica psicologica, più che narrativa. E non mi interessa sapere che cosa rappresentano e quale sia il senso dei miei film, non mi interessa sapere come si concludono: è una provocazione che resta un interrogativo continuo!". Questa logica psicologica fa sì che quanto appare narrativamente importante all'inizio possa venire nel prosieguo trascurato e subordinato a una costruzione esclusivamente interiore, senza che per questo l'equilibrio della sceneggiatura venga compromesso.
La seconda parte della pellicola ha i toni classici del road movie, di cui utilizza con efficacia molti stereotipi. Innanzitutto, il personaggio di Robert ha in comune con il traveller della tradizione cinematografica americana il fatto di essere un uomo selvatico e malinconico, esasperatamente individualista (Rayette e i suoi amici gli sono tutto sommato estranei, occasionali compagni della sorte) e costituzionalmente insoddisfatto della propria vita: il tipico personaggio che cambia continuamente posto ma in nessun posto si trova a suo agio, e da questa scontentezza trova nuovi motivi per continuare a spostarsi, a viaggiare. Nel film c'è un pretesto (la grave malattia del padre) che lo induce, sia pure controvoglia, a far ritorno a casa, ma non è difficile credere che Robert, dopo aver abbandonato l'odioso lavoro, avrebbe comunque e in ogni caso fatto le valigie e lasciato senza rimpianti la California. Una seconda costante è lo stile sincopato, contrappuntistico, nell'uso della macchina da presa, che intercala brevi sequenze all'interno dell'automobile a campi lunghi della macchina in movimento, ritmati da una allegra musica country. Infine, a suggellare il carattere di road movie di "Cinque pezzi facili" vi sono i due incontri emblematici, quello con l'ecologista paranoica in viaggio verso l'Alaska (dove spera di riuscire a sfuggire la "*****" con cui ha identificato l'intera società contemporanea dei consumi) e quello con la testarda cameriera dell'autogrill, che si rifiuta di servire combinazioni di cibi che non siano rigorosamente previste nel menu. Entrambi questi incontri, paradossali e tragicomici, servono a far venire alla luce il malessere esistenziale di Robert: è evidente ormai che nel suo viaggio non c'è nulla di liberatorio (a differenza di molti altri road movies), perché egli è perseguitato dalle propaggini di una società e di un sistema nei confronti dei quali (sia che si tratti della cultura dominante tendente ad omologare e standardizzare uomini e idee, sia che si tratti della controcultura alla moda, nel caso di specie l'ecologismo) è ugualmente disgustato. Il viaggio, si intuisce, non è un'esplorazione, una ricerca positiva, ma una fuga da tutto e da tutti che rivela un'ansia di annullamento e una disperazione ontologica, assoluta.
Arriviamo così alla terza parte, quella che, si è detto, ricorda nell'impostazione un raffinato film da camera di stampo bergmaniano. Qui prevalgono i primi piani, le atmosfere elegiache e rarefatte, i movimenti di macchina lenti ed elaborati: nella bellissima sequenza in cui Robert suona a Catherine una sonata per piano di Chopin (i "cinque pezzi facili" del titolo), la macchina da presa perlustra con elegante e studiata meticolosità l'intera stanza, soffermandosi su oggetti e fotografie così ricchi di proustiane risonanze della memoria, e tornando al termine dell'esecuzione al punto da dove era partita. Anche i toni della fotografia sono più morbidi e chiaroscurati che all'inizio, e il dècor non è più ritratto in maniera iperrealisticamente distante e superficiale ma diventa un luogo scenograficamente importante. Il ritmo infine non è più disordinato e casuale, ma i personaggi si confrontano tra loro in dialoghi e scene costruite con maggiore ricercatezza formale, in momenti "alti" che fissano paradigmaticamente la profonda crisi di Robert.
Il ritorno a casa di Robert può essere interpretato come un viaggio psicanalitico all'indietro, verso il mondo dell'infanzia, che si palesa però come scoperta dell'irrecuperabilità della primigenia innocenza perduta. L'armonia nella quale vive la famiglia di Robert è infatti un illusorio paradiso artificiale, e la musica una droga con cui i suoi componenti sfuggono le contraddizioni del presente e la conflittualità della realtà. Nella splendida scena in cui Robert, bloccato in un ingorgo stradale, pianta l'automobile in mezzo alla strada, sale su un camion da trasloco e, scopertovi un pianoforte, comincia a suonare una fantasia di Chopin, mentre l'automezzo si allontana lungo una strada secondaria completamente deserta, è racchiuso con una efficacissima immagine simbolica (traffico = caos della vita; musica = fuga dalla realtà) il significato della scelta di vita dei suoi familiari e del rifiuto di Robert (anche se qui esso appare nella forma del suo contrario, vale a dire dell'infantile capriccio di abbandonarsi oniricamente a questa allettante, odiata-amata, chimera). Robert ha passato la sua giovinezza in questo ambiente arcadico e ovattato, ne ha intuito la falsità e ha trovato il coraggio di fuggire, azzerando in un sol colpo un futuro già prestabilito. Ossessionato da un assillo di perfezione, ha preteso di perseguire nella vita vera la ricerca dell'autenticità, finendo per scontrarsi però con la volgarità e la sordidezza della realtà. E' indubbio che egli sia un eroe, atipico quanto si vuole ma pur sempre un eroe, almeno nella comune accezione di colui che si distingue per qualità e spirito di sacrificio al servizio di un nobile ideale: il fatto è che Robert questo ideale non lo conosce, forse non lo può conoscere perché – come sembra suggerire Rafelson – il tempo degli ideali semplicemente non esiste più, e allora il suo destino è quello dello sconfitto, incapace com'è di trovare uno scopo tanto nella vita simulata dell'artista (Catherine) quanto nella vita "vera" dell'uomo comune (Rayette). La sua amarissima confessione al padre muto ("Io mi sposto di continuo, ma non perché stia cercando qualcosa di particolare, ma perché mi allontano dalle cose che vanno a male se io rimango. Sembra che tutto prometta bene all'inizio, ma poi…") è l'impietoso riconoscimento di questo disorientamento e di questa sconfitta, l'unico singhiozzo di un film che per il resto rifugge da ogni tentazione di autocompassione.
A un secondo livello di interpretazione, il film descrive lo smarrimento e la crisi di un'intera generazione, l'impossibilità di un ritorno alle radici mitiche, al sogno whitmaniano di un'America che (come il padre di Robert) non ha ormai più nulla da dire ai suoi figli. Come tale, "Cinque pezzi facili" è un film non solo psicologico (e psicanalitico) ma pure, a un livello per giunta non banale, sociologico e politico, anche se va detto che Rafelson si limita alla semplice enunciazione del problema, preferendo suggerire e proporre alla riflessione dello spettatore piuttosto che approfondire e analizzare in prima persona. Non c'è da dolersi più di tanto di questa scelta "riduttiva", tanto più che essa implica il rifiuto sia di un atteggiamento fastidiosamente intellettualistico sia della tendenza (così tipica del cinema europeo, ma anche del recente cinema americano, da Allen a Kasdan) di autocommiserarsi, di piangersi addosso, sia pure con una certa dose di ironia. Rafelson registra sì la vacuità e la putrefazione del mondo intellettuale, ma dal di fuori (come dimostra la sequenza con la saccente psicologa da salotto), attraverso un procedimento di estraniazione e di superiore disincanto che (anche nella predilezione per i piani sequenza e i tempi morti) ricorda da lontano Michelangelo Antonioni.
Quello di Bob Rafelson non è forse un cinema "d'autore" in senso stretto: perfino in "Cinque pezzi facili", che a tutt'oggi resta di gran lunga il suo miglior film, non si ha modo di rinvenire uno "stile Rafelson" unico e inconfondibile, ma tutta una serie di influenze (cinematografiche, letterarie, pittoriche) che si mimetizzano molto bene in una regia che, se un'autonoma originalità può vantare, è soprattutto nel sapersi piegare con estrema duttilità alle esigenze della storia per estrarne accenti di profonda umanità e a tratti addirittura (mi si perdoni l'abusato termine) di poesia. Ho già avuto modo di evidenziare l'eclettismo della messa in scena di Rafelson: in essa c'è anche un notevole rigore formale, una scelta mai casuale delle inquadrature "giuste" (quando, ad esempio, Robert apostrofa l'odiosa intellettuale con un rabbioso "sei un sacco pieno di *****", il montaggio fa scorrere rapidamente sullo schermo le immagini dei volti attoniti dei presenti, chiudendo con una inquadratura collettiva che ha l'effetto di estendere a tutto il gruppo il giudizio di condanna), e soprattutto l'accortezza di non prevaricare mai sugli altri elementi del film: dalla musica ("…per i miei film, già prima di iniziare a girarli, ho bisogno di avere ben fissa in mente la colonna sonora – ha detto Rafelson in un'intervista -; ogni immagine deve essere accompagnata dal suono relativo ad ogni scena", e difatti la musica di Tammy Wynette da una parte e quella di Chopin, Mozart, Bach dall'altra scandiscono alla perfezione i vari passaggi della storia) alla scenografia (è stata già messa in evidenza l'esattezza con cui sono ritratti i vari ambienti) e agli attori.
La memorabile prestazione di Jack Nicholson meriterebbe da sola molte pagine di lodi: qui mi limito a dire che, gigioneggiando meno del solito e sfoggiando anzi una recitazione insolitamente misurata e intensa (anche se non mancano, naturalmente, i momenti "alla Nicholson"), egli ha lasciato nel film un'impronta indelebile. "Cinque pezzi facili" non poteva che avere Nicholson come suo protagonista: solo lui era in grado di rendere adeguatamente la volubilità, la canagliesca vitalità e l'umanità commossa (e commovente) di Robert Dupea. Il finale in special modo (con Robert che ripete a se stesso, con lo sguardo assente, "Sto bene, sto bene…" mentre un grosso TIR lo sta portando in Alaska, nell'ennesima riproposizione della sua condizione di fuggiasco) è bellissimo e avvicina Robert Dupea all'incancellabile mito del capitano Achab di Melville, come lui "non tanto diretto verso un porto a prua quanto fuggente da tutti i porti a poppa".

C_0_  @  21/08/2017 18:41:18
   5½ / 10
Jack Nicholson sempre bravo. L'idea di fondo è buona ma lo svolgimento... bè... che noia.

DogDayAfternoon  @  22/03/2017 13:57:26
   7½ / 10
Molto interessante la rappresentazione del personaggio interpretato da un ottimo Jack Nicholson, un uomo cupo e perennemente in lotta con tutti ma principalmente con se stesso. Un film che incarna completamente il passaggio dai 60's ai 70's, con una regia e una sceneggiatura di primo livello (mi è piaciuta particolarmente tutta la scena con le ragazze con l'auto in panne), ma che paga forse una prima parte non del tutto coinvolgente. Molto bella e significativa la scena finale.

Film di qualità.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  06/03/2017 23:27:10
   8½ / 10
Cinque pezzi facili secondo me è il miglior film di Rafelson ed una delle migliori interpretazioni nella carriera di Jack Nicholson. Un grande freddo di disillusione ed inadeguatezza umana, incapacità di comunicare con un mondo ormai fuori dalle proprie coordinate e proprio per questo disprezzarlo a sua volta con cinismo e sarcasmo. Roberto Eroica Dupea è un personaggio sfaccettato, pieno di contraddizioni ed ambiguità. Lascia gli agi medioborghesi della propria famiglia, rifiuta di esprimere il proprio talento di musicista, ma la dura vita in mezzo alla classe operaia non è ugualmente soddisfacente, anzi amara di soddisfazioni. Un disadattato sociale incompatibile in entrambi i mondi, operaio e borghese, costretto a dover iniziare sempre daccapo per raggiungere un sogno che gradualmente diventa quasi una pulsione all'autodistruzione. Da ricordare almeno la sequenza del bar. Un film che ha la capacità di andare oltre la propria epoca, di raccontare un disagio più esistenziale che sociale.

Project Pat  @  19/08/2015 14:05:42
   7 / 10
Nel complesso non mi ha fatto impazzire, devo dirlo, ma andava visto quarantacinque anni fa: quando uscì nel 1970, questo film esprimeva tutto il suo potenziale. Rivisto oggi se ne constata la banalità di sceneggiatura ma le sentite performance attoriali, quelle rimangono (oltre a Nicholson, bravissima anche la compianta Karen Black).
La parte migliore nel film è sicuramente quella on the road, grandiosa.

Orikum  @  30/04/2013 09:37:43
   8 / 10
Film che ha segnato un passaggio importante nel 1970, introducendo certi temi sulla vita, sulla noia del quotidiano, sui rapporti umani e le contraddizioni . Grande film di Bob Rafelson.

JOKER1926  @  24/12/2012 19:32:18
   6½ / 10
"Cinque pezzi facili" è un esempio di film girato secondo i dettami del genere "on the road"; la pellicola della regia di Bob Rafelson nella sua prima parte, per l'appunto, si muove sui binari caratteristici delle strade coi suoi tipici protagonisti. Nella seconda parte il tutto diventa più cupo e la drammaticità e la durezza sembrano prendere il sopravvento.

"Cinque pezzi facili" vive in un sistema di pregi e di irrimediabili limiti; questi ultimi fanno capo, ad esempio, ad un ritmo troppo altalenante, spesso lento e poco energico, che denota una monotonia frequente.
Ciò che appare emergere positivamente, in modo nettissimo, è la prova del munifico Jack Nicholson nei panni dell'ex pianista divenuto, oramai, un vagabondo. Sarà proprio questo ultimo a far convergere su se stesso varie donne; è questa dunque la parte più allettante della narrazione, ovvero gli incontri, gli scontri e i confronti che Robert intraprende con più persone, si tratta di dialoghi veri e bruschi.
Per il resto "Cinque pezzi facili" è, metaforicamente parlando, una bilancia che pesa simultaneamente dramma e libertà; in perenne contrasto la libertà dell'individuo con l'omologazione della società. Il film è anche una degna panoramica sul mondo sociale che cambia, la regia di Rafelson non vuole criticare nessun stile di vita ma si limita a riportare ciò che si verifica fino ad un finale incredibile, e nonostante tutto, inaspettato, quasi imprevedibile. E' proprio questo finale insomma a portare maggiori positività al film offrendo una maggiore coerenza circa la tenuta comportamentale e lo stile del suo protagonista, epicentro di ogni pensiero de "Cinque pezzi facili".

guidox  @  29/05/2011 03:01:17
   8½ / 10
uno straordinario Jack Nicholson è Bobby Dupea, che vive (o meglio sopravvive) senza alcuno scopo, essendo fuggito anni prima dall'agio di una vita familiare borghese.
il padre che è gravemente malato sarà l'occasione per provare a tornare indietro, ma una volta che è stata sperimentata la fuga, è sempre difficile agire in modo differente, specie se la società ti stritola nei suoi assiomi.
bellissimo ritratto sull'insofferenza tipica di una generazione nell'America di quegli anni a cavallo fra i Sessanta e i Settanta.

nevermind  @  14/03/2011 00:15:55
   5½ / 10
Film pacato, l'ottima interpretazione di Nicholson non serve a salvare lo spettatore da una pellicola inconcludente, a tratti noiosa e pesante in alcuni momenti.
Il regista ci propina diversi fatti senza mai affrontarli per davvero, si passa da una scena all'altra senza neanche accorgersene, il tutto un po buttato li.
Rayette è incinta, Robert viene a saperlo dall'amico con cui lavora,eppure i due non ne parlano per tutto il periodo in cui stanno insieme, insomma una cosa da poco avere un figlio.
Molto strano anche il modo in cui Bobby trascorre il tempo con la futura sposa del fratello: si fionda in casa dopo anni e la prima cosa che fa è cercare subito di andare a letto con una persona che ha conosciuto il giorno stesso. Tra l'altro i due sono sempre insieme, eppure nessuno sospetta niente, neanche il fratello di Bobby (dopo che è tornato dal viaggio) si accorge che Robert sta sempre appresso alla sua donna, mah....
Non riesco proprio a capire il senso di alcune situazioni, vengono introdotti i personaggi ma il regista non approfondisce nulla, vedi il padre (figura negativa nella vita di Bobby) di lui non sappiamo assolutamente nulla se non che deve morire.
Per me il film non è sufficiente, non mi ha lasciato assolutamente nulla.

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Ultima risposta 07/11/2019 19.36.37
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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Angel Heart  @  21/01/2011 19:08:05
   8½ / 10
Superlativo e malinconico manifesto di una generazione allo sbando, con una regia impeccabile da parte di Rafelson (ad ogni inquadratura si respira costantemente lo spirito ribelle) e un'interpretazione semplicemente magistrale di Jack Nicholson, un uomo che si sente oppresso dovunque e comunque (in un'ambiente o nell'altro, in compagnia o da solo), e che vive alla giornata senza sapere quello che vuole. Eccellente anche il resto del cast (stupenda la povera ochetta Karen Black).
Coinvolgente, struggente, triste, drammatico, e con dei autentici tocchi di cinema inarrivabile (due scene indimenticabili: l'ingorgo in autostrada e il licenziamento dal lavoro).Un film che a quarant'anni di distanza ti tocca ancora nell'animo, e che a me personalmente, ha lasciato un segno indelebile da quanto mi sono riconosciuto nel personaggio di Jack.
Guardatelo... non aggiungo altro.

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Ultima risposta 21/01/2011 23.04.30
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bulldog  @  09/05/2010 10:55:11
   8½ / 10
Probabilmente il capolavoro di B.Rafelson.
Jach Nicholson in questa pellicola rappresenta lo spirito contraddittorio di una generazione sbandata esprimendo sorprendentemente un forte disagio anticonformista.
90 minuti di caos sentimentali, insofferenzae per la vita , noie e insoddisfazione perenni.

Un protagonista alla ricerca della libertà in una societa avviata verso la dissoluzione e le rovine.
Mai troppo riflessivo ,filosofico o profondo ma semplice e diretto.
L'aristocratica e i suoi discorsi nei minuti finali del film sono la fotografia nitida di tutto il senso del film.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Ciumi  @  18/10/2009 18:52:16
   8½ / 10
Non si vuol pretendere di descrivere, in una sola pellicola, tutti le inquietudini che hanno toccato un’intera generazione come quella statunitense tra i 60 e i 70; ma suggerirle, rievocarle, soprattutto soffermandosi su quel senso d’insoddisfazione, di reclusione, e di tediosa solitudine, che si manifesta nella vita vagabonda del pianista mancato Robert (un meraviglioso Nicholson).
La famiglia non risponde più. La madre è scomparsa e il padre paralizzato. L’amore è monotono, e la musica classica è ascoltata quasi fosse divenuta un anestetico.
Le note si disperdono nei paesaggi silenziosi dell’America settentrionale; si ha il desiderio di fuggire: ma dove, se non ci si sente liberi neppure in queste immense lande aperte al cielo?

7HateHeaven  @  19/08/2009 23:15:28
   8 / 10
Questo film è una vera chicca...
Fa molto bit generation, sembra di vedere la storia di un Kerouac o uno di quella combricola, personaggi che incarnano la libertà e la voglia di non avere regole o costrizioni.
Assolutamente da vedere

Bathory  @  11/08/2009 00:58:16
   8½ / 10
Cinque pezzi facili è assolutamente non immediato e difficile da "assimilare", ma è innegabile che sia il capolavoro di Rafelson.
Un film sull'incapacità di vivere e sullle difficoltà dell'essere umano in quel periodo molto complesso e affascinante che erano gli anni 60'-70'.

Rafelson con estrema delicatezza delinea la controversa figura di Robert, quasi sussurrandola allo spettatore, che pian piano si trova ad affrontare i suoi imprevedibile comportamenti (sfogo contro la cameriera, freddezza verso la fidanzata e i suoi parenti).

Pellicola fondamentale e imprescindibile che segnerà un'epoca, Cinque pezzi facili è un film estremamente drammatico e profondo, nettamente superiore al suo "erede" La Rabbia Giovane, del tanto osannato Malick.

harry stoner  @  22/03/2009 23:28:34
   9 / 10
Primo grande ruolo e prima interpretazione memorabile per Nicholson.Rafelson,che in seguito collaborera' piu volte con l'attore,dirige con mano abile e precisa.Da segnalare la scena dell'ingorgo con Jack che suona il piano sul furgone che poi si allontana,forse la scena piu emblematica del film.Citerei l'incontro col padre malato,vero saggio di bravura.

Gruppo COLLABORATORI julian  @  06/08/2008 12:43:07
   7 / 10
Mi son trovato davanti questo importante film senza neanche farci caso.
Bah. Troppo moscio in verità.
Pare voglia affrontare tanti temi, ma non riesce ad analizzarne neanche uno a fondo.
Per il resto Jack Nicholson regala qualcuna delle sue chicche (al ristorante ad esempio...), Karen Black innervosisce con la sua gallineria esagerata (brava però...) e il finale è la parte migliore ("sto bene... sto bene").
La fuga di un uomo dalla realtà che lo opprime. Film manifesto degli anni '70.

elmoro87  @  05/08/2008 20:00:47
   6 / 10
questo film, pur raccontando la ribellione di un uomo fuori dagli schemi dalla realtà in cui viveva, e il ritorno nella realtà di cui sopra per scontrarsi nel dolore atroce che gli provoca la visione del padre semi vegetale e della famigliola borghese da cui era scappato, riesce solo in parte ad essere incisivo e si perde a tratti in momenti di assoluta pesantezza che tolgono pathos al film...

buona prova di Nicholson, ma assolutamente non ai livelli di Shining o Qualcuno volò sul nido del cu****...

per il resto, come detto sopra, film carino che vuole mettere in risalto l'uomo degli anni '70 che si ribella alla realtà borghese riuscendoci, ma non brillando...

Aztek  @  12/02/2008 17:29:02
   9 / 10
Magnifica interpretazione di Nicholson, ai livelli di "Shining" e "Qualcuno volo sul nido del cu****", che racconta la storia di un uomo che vive al di fuori degli schemi imposti dalla società americana negli anni 70, un uomo dal carattere ribelle che non ha rispetto neanche di se stesso.
Eccellente film !!

Reservor dog  @  08/02/2008 15:16:18
   9 / 10
Pellicola davvero eccezionale che rappresenta magistralmente quel senso d'estraneità e non appartenenza che si può provare nei confronti del mondo. Nicholson offre una prova superba che va ad inserirsi insieme a quelle 4/5 interpretazioni che lo hanno reso il mostro sacro che tutti conosciamo. Del resto il personaggio interpretato, che per certi versi mi ha ricordato “Lo straniero” di Camus, sembra fatto apposta per lui che come pochi ha saputo mettere in scena i conflitti interiori, l’incomunicabilità fra persone e l’impossibilità ad adattarsi.

groover76  @  05/02/2008 12:49:05
   9½ / 10
Questo film rappresenta uno dei primi tentativi di sopperire la classica hollywood
degli anni precedenti,girato poco dopo easy rider dove il senso di ribellione alla società perbenista è evidente,nella pellicola di rafelson si "combatte"il senso d'appartenenza alla famiglia ke obbliga a seguire una strada predefinita.Il pianista robert fugge via da casa quando è impossibilitato a rispondere appieno alle aspettative del padre e diventa un vagabondo incapace d'instaurare un rapporto serio.La scena in cui appena saputo del bambino in arrivo lui non fa quello che la societa di allora gli impone cioe di prendersi le proprie responsabilità ma pensa di andare via e laciarsi tutto alle spalle.Questo atto era ritenuto inconcepibile nell'america dei primi anni 70.Pellicola storica in quanto è il primo ruolo di primo piano offerto a Nicholson che fa vedere il suo enorme talento espressivo.Nella scena clou del film lui cerca un'ultima volta un dialogo col padre malato ma l'incomunicabilità è tra i due(acuita dalla malattia del padre)è un muro invalicabile e robert piange x la sua impossibilità di comunicare amore.Tra l'altro in questa scena rafelson fa andare via dal set tutta la troupe e lui stesso si gira di spalle in quanto Nicholson riteneva che un vero attore non debba mai piangere e ke aveva difficolta nel farlo.Finita di girare la prima volta il regista chiese a Jack di farne un'altra in modo ke lui la potesse vedere ma Nicholson disse che quella andava bene e cosi il primo ciak fu quello inserito nel film.

france  @  05/12/2007 23:52:42
   8½ / 10
è un uomo che fugge, ma si capisce molto spesso il suo disagio
non cerca la felicità, ma la tranquillità

Gruppo COLLABORATORI ULTRAVIOLENCE78  @  30/09/2007 14:39:12
   8½ / 10
FILM SUPENDO SUL SENSO DI STRANIAMENTO DI UN UOMO CHE NON RIESCE A INTEGRARSI NELLA SOCIETA' E AD ACCETTARNE GLE SCHEMI, LE CONVENZIONI E I COMPROMESSI.
PROVA ESEMPLARE DI NICHOLSON. UN UOMO ALLA DERIVA CHE, PER SUA STESSA AMMISSIONE, E' INCAPACE DI ALLACCIARE RAPPORTI STABILI E DURATURI CON LE ALTRE PERSONE, TROPPO DISTANTI DA LUI E DAL SUO MODO DI CONCEPIRE LA VITA.

The Monia 84  @  09/03/2007 14:57:21
   9 / 10
Beh, Jack Nicholson con certi personaggi gioca letteralmente in casa. Lo splendido film di Rafelson offre, grazie ad uno dei più grandi attori mai esistiti, una perla di personaggio. Una persona inquieta e scontenta, in eterna vacanza dai problemi e dai doveri della vita.
Da rispolvera assolutamente se amatie Nicholson e il grande cinema anni 70.

Invia una mail all'autore del commento angel__  @  27/01/2007 14:17:53
   8 / 10
un bel film,nicholson nel personaggio dell'insoddisfatto e vagabondo in cerca di esperienza. la casa è in un certo senso inquietante e secondo me il protagonista scappa dagli affetti e dalle cose che lo legano,con disperazione,per paura.

Gruppo COLLABORATORI fidelio.78  @  27/10/2006 11:36:27
   7½ / 10
La regia di Rafelson inizia bene, ma si perde strada facendo, la sceneggiatura invece è davvero di livello eccellente così come le interpretazioni (anche se a volte il personaggio Nicholson mangia il personaggio Robert). Bellissima l'atmosfera bergmaniana che si respira nella casa. Un bel film, compatto e asciutto.

Rusty il Selvag  @  09/01/2006 15:25:33
   10 / 10
Nel film ovunque l'aria e' pesante

soprattutto per il protagonista che non riesce a respirare il fetore del
mondo che lo circonda.

artista che rinuncia al suo talento, all'arte per fuggire dal mondo o forse da se stesso eterno incompiuto.

grandiosa la scena di robert che suona il piano su una camionetta in mezzo al traffico di uomini in scatolette di ferro, insetti e torturaratori del suono con i loro clackson infernali, sono esseri gia' morti,e' proprio lo sfuggire all'odore di morte che porta il protagonista a fuggire sempre per non morire del tutto.

il fuggire ovviamente deve inoltre essere interpretato pensando al titolo e
al ruolo del protagonista ,erede di un importante famiglia di musicisti,
quindi come fuga dal peso della responsabilita'(abbandono della moglie incinta).

un grande attore per un grande film.

la mia opinione  @  20/08/2005 16:38:02
   10 / 10
A tutti gli ammiratori incallitti di Nicholson andatevi a vedere la sua migliore interpretazione di fatto altro che Qualcuno Volo', in questo film oltretutto si respira il sentore di vero e proprio capolavoro.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  11/08/2005 14:20:53
   9 / 10
Splendido, un film che ha segnato più di una generazione Una delle piu' grandi interpretazioni di Nicholson nei panni dell'insolito Bobby uomo dalle radici insolite, con un soprannome, Eroica, che rievoca la famosa sinfonia di Beethoven Ma cio' che rende memorabile il film di Rafelson è questa sorta di coralità retriva, à la Altman, dove il cosmo familiare borghese viene messo alla berlina e contemporaneamente offuscato dall'ambiguità del personaggio, forse piu' conservatore e antiidealista degli odiati parenti Un film sulla contraddizione di un processo interiore tumultuoso e tormentato, dove il protagonista sembra scevro da ogni scelta d'integrazione ma al tempo stesso ne è inconsapevolmente attratto. Memorabile la rabbia implosiva nel diner con una cameriera. Per certi versi questo film, in cui ritroviamo anche la sensualissima Karen Black (occhio allo "strabismo di Venere") a un anno da "Easy rider", propone quel divario tra emancipazione individuale e barriera borghese che è alla luce della fine di un'era, se così vogliamo chiamarla, come quella Beat. E' come un lungo vortice di accattivanti premesse che poi portano a una sola fine, l'inesperienza e l'ingenuità. E davanti a tutto questo, sappiamo già il decorso. Raro esempio di riflesso di cio' che accadrà, per la stessa causa con cui Alexander Payne ritrova l'"eroico" Bobby (ora Schmidt) invecchiato e sempre piu' disilluso

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Ultima risposta 04/12/2007 15.05.45
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