Recensione sacro gra regia di Gianfranco Rosi Italia 2013
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Recensione sacro gra (2013)

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locandina del film SACRO GRA

Immagine tratta dal film SACRO GRA

Immagine tratta dal film SACRO GRA

Immagine tratta dal film SACRO GRA

Immagine tratta dal film SACRO GRA

Immagine tratta dal film SACRO GRA
 

Ma cosa avranno mai in comune un nobile piemontese dal linguaggio saccente che vive con la figlia, un botanico alla ricerca del rimedio per liberare le palme dall'invasione delle larve divoratrici (!!!), un principe nel suo castello adibito a diverse funzioni (teatro, set cinematografico, ecc.), un barelliere del 118, un anguillaro che vive nel Lungotevere tra i pochi rimasti?
E ancora, due strane donne che conversano in macchina e un maturo attore di fotoromanzi?
Vivono tutti nel Grande Raccordo Anulare, il GRA, l'autostrada urbana più estesa d'Italia (70 km).

Gianfranco Rosi, già autore di documentari molto apprezzati dalla critica, dal respiro - diciamo "universale", realizza con "Sacro GRA" una docu-fiction che, di fatto, libera le labili barriere tra cinema e documentario.
La sorprendente caratteristica del film è la sua indubbia capacità di unire la sperimentazione ad una certa corrente popolare, grazie a una galleria di personaggi "osservati" nella loro dimensione diurna/notturna, e "quasi" privata.

Che si tratti di frammenti, o brevi episodi legati tra di loro, l'effetto non è affatto schematico, ma coglie l'essenzialità di un mondo sommerso - il non-luogo -, invaso da una macchina da presa ora invadente ora discreta; l'altra faccia della "Grande Bellezza" che cattura l'anonimìa periferica della realtà.
L'esperimento di Rosi - così minimalista e scarno - è comunque rilevante, non fosse altro per la sua realizzazione, che ha visto il cineasta fare tutto da solo, alla ricerca di quell'umanità e quei luoghi che sconfinano con la chiassosa dipendenza della città.
Un progetto ispirato a un saggio del compianto Renato Nicolini, titolato "Una macchina celibe".

"Il GRA non produce alcuna organizzazione, non supporta nessuna struttura, esiste solo in funzione del suo inventore (l'ingegnere dell'ANAS Eugenio Gra, n.d.a.), delle sue entrate e delle sue uscite. E' un'opera eccentrica, totalmente fine a se stessa, che maschera e nasconde le contraddizioni della città"
Renato Nicolini

Nicolò Bassetti è un paesaggista che, influenzato dal testo di Nicolini, ha permesso la realizzazione del film. Alla continua ricerca di luoghi che hanno perduto la loro identità, Bassetti racconta una realtà tutta da scoprire, una grande dimensione urbana chiusa tra i misteri e le evidenti contraddizioni di Roma Capitale.
E' per questa ragione che "Sacro GRA" ci sembra un film ora alienante ora utopico, altre volte profondamente empatico, sempre molto laico nella sua ricerca di una sacralità da ritrovare negli agglomerati urbani, negli spazi chiusi delle giungle di cemento, anziché nei più classici luoghi di culto. E' probabile che molti spettatori che vedranno il film per la prima volta proveranno la sensazione di aver assistito a un filone diverso, insolito e creativo. E' facile restare spiazzati, come se ci trovassimo di fronte a una sorta di novità stilistica. Se dovessimo trovare qualche marginale punto di contatto, la memoria tornerebbe al primo Sergio Citti, a Vittorio De Seta e magari sì, al Fellini di "Roma" spogliato però interamente della sua chiassosa mise en scène.

Sacro e profano, bislacco e normale, si amalgamano in una visione di cinema che va oltre lo schermo, in un verismo assoluto e naïveté. A ben pensarci, da diverso tempo, pur con stili e contenuti diversi, assistiamo a film antologici che partono da un'idea fuori dall'ordinario, si veda ad esempio l'ultimo Leo Carax o il magnifico film algerino "Les Terrasse", proiettato anch'esso in concorso all'ultimo Festival di Venezia.

Indubbiamente "Sacro GRA" risulta alla lunga piuttosto compiaciuto o snobistico nella sua essenzialità, ma è anche un film in grado di divertire gli spettatori - si veda il personaggio di Gaetano, si ascoltino i paradossi verbali del surreale piemontese - e stupire nel suo distacco formale.
Non a caso Bernardo Bertolucci l'ha definita "un'opera pastorale".
Straordinario l'equilibrio di un cineasta che filma (spia?) i suoi personaggi fino a scostarli gradatamente, con una reticenza che assume i contorni di identità smarrite ma più che mai diffuse.
E tra un miracolo presunto che alla fine risulta commovente, e un'improvvisa nevicata nel cuore della notte, si giustifica almeno in parte il sorprendente Leone d'Oro alla Mostra del Cinema.
Scende nel buio una coltre bianca, tra gli spazi architettonici, come una pozione magica, o magari una stralunata e inedita immagine.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 11/09/2013 15.24.00

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