Recensione pieta' regia di Kim Ki-duk Corea del Sud 2012
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Recensione pieta' (2012)

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locandina del film PIETA'

Immagine tratta dal film PIETA'

Immagine tratta dal film PIETA'

Immagine tratta dal film PIETA'

Immagine tratta dal film PIETA'

Immagine tratta dal film PIETA'
 

Kim Ki-Duk, presentando "Pieta" alla 69^ Mostra del Cinema di Venezia non veniva da un periodo facile dal punto di vista personale ed artistico. Uno di quei momenti di empasse difficili e travagliati, raccontati in prima persona in "Arirang", sorta di diario personale sulla propria crisi di uomo e artista.

A distanza di otto anni, dopo il Leone d'argento per la migliore regia per "Ferro 3 la casa vuota", ecco che il regista coreano torna con un lungometraggio certamente meno sperimentale della pellicola immediatamente precedente, più in linea con la tradizione delle sue pellicole più famose e celebrate ed allo stesso tempo presentando alcuni elementi di novità abbastanza inusuali per questo regista dalla forte impronta stilistica personale.

Un successo immediato fin dalle proiezioni per la stampa e confermato subito dopo la presentazione del in film Sala Grande, dove c'è stato un vero e proprio trionfo d'applausi verso il regista e il cast di attori.

Il riconoscimento massimo avuto con il Leone d'oro per il miglior film all'ultima rassegna veneziana sancisce la rinascita, sempre che di morte ci sia stata, di un autore fra i più amati dell'intera cinematografia contemporanea.

Kang-do è un sicario incaricato da un usuraio alla riscossione dei debiti in una zona di piccole e squallide botteghe artigiane. Uomo incline ad una violenza estrema, non esita ad usare ogni mezzo coercitivo pur di avere i soldi che son dovuti. Un giorno, nota una donna che lo sta seguendo e lo affronta, sostenendo di essere sua madre e chiedendogli perdono per l'averlo abbandonato.

Lo stesso Kim Ki Duk alla conferenza stampa ha dichiarato che "Pieta" è un film d'azione. Parlare di azione in un film del regista coreano può apparire eccessivo, ma da questa piccola -provocazione si può evincere come il plot si sviluppi in una maniera molto più lineare rispetto ad altre sue pellicole precedenti.

Nel prologo del film abbiamo un uomo che si lega una catena al collo che termina in un gancio. All'azionare del macchinario il corpo si solleva da una sedia a rotelle decretandone il suicidio. L'urlo di una donna.
Una sequenza dalla forte valore simbolico, ma che rivelerà la sua importanza anche e soprattutto a livello narrativo.

Innanzitutto abbiamo il contesto della vicenda, specchio sociale di una Corea contemporanea votata al capitalismo che circonda, quasi a soffocare, la bidonville di piccole botteghe artigiane. Un contrasto evidente di grattacieli moderni che avanzano inesorabilmente verso questo mondo diventato improvvisamente antico che lo stesso regista, in gioventù, ha frequentato lavorando in una di queste piccole officine.

Non inganni la struttura simile ad un formicaio di prefabbricati e lamiere, ognuna di queste botteghe è a modo suo una piccola "isola" che lotta per la propria sopravvivenza, in un ambiente squallido e cupo in cui si muove Kang-Do, emissario di uno strozzino, che visita quotidianamente i rispettivi proprietari per avere la restituzione di prestiti ad interessi elevatissimi. Necessità di denaro liquido per mandare avanti l'attività, ma non solo. Denaro anche per bisogni più disparati: per soddisfare dei capricci voluttuari fino a garantire il futuro per la propria famiglia. A volte questi prestiti sono stipulati persino con la piena consapevolezza della loro mancata restituzione sia da parte di chi elargisce, sia da parte di chi riceve.
Un comportamento in apparenza assurdo, ma che la natura della garanzia sul prestito rende più chiaro e forse comprensibile. Una garanzia estrema: il proprio corpo per la remissione del debito.
Il meccanismo è estremamente semplice ed estremo allo stesso tempo. Se il debito non viene rimesso, l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro stipulata dai debitori assicura allo strozzino il totale rimborso di capitale più gli interessi maturati.

Ecco quindi che il corpo assume quella funzione centrale come in altre pellicole del regista coreano. I protagonisti dei film di Kim Ki Duk sono corpi lacerati da ferite, flagellati o mortificati. In "Bad guy" la ragazza di fronte al debito è costretta a prostituirsi, ad usare l'unica risorsa che possiede, cioè il proprio corpo,per ripagare il debito. Anche in "Pieta" il corpo è l'unica risorsa che hanno gli artigiani per la totale remissione. Viene storpiato, mutilato e umiliato in tutti i modi. A seconda del danno viene già concordato il prezzo secondo tabelle di mercato stabilite magari da qualcuno che dall'alto di quei grattacieli moderni, ne prefigura il triste destino di futuri emarginati.

Simile ad un vero e proprio Golem, Kang-do, si addentra nel dedalo di botteghe a riscuotere i crediti per conto dello strozzino cui lavora. E' preciso e meticoloso. Segna accuratamente sul taccuino tutte le somme che dovrà incassare giornalmente, concedere eventuali proroghe, provvedere con ogni mezzo alla riscossione del credito.
Kim KI Duk lo presenta inizialmente come un personaggio monolitico, esageratamente e volutamente schematico. E' un demone che vessa l'umanità altrui al quale infligge punizioni corporali estreme, incurante di suppliche ed implorazioni. A volte i debitori scelgono volontariamente la morte per suicidio proprio per non incontrare un essere che di umano ha poco.

In una parola: spietato.

Non esiste presenza di eccessivo sadismo, non prova particolare piacere nell'infliggere dolore, solo vuole portare a termine il suo lavoro. E' oggetto dell'odio altrui e questo probabilmente lo fa sentire vivo, perchè è una persona sola. Orfano fin dalla nascita, non ha sentimenti positivi perché non li ha mai provati né gli hanno insegnato a farlo. Il suo stesso appartamento è quasi un inno alla solitudine dell'essere umano, allo squallore. Un voglia di contatto umano che si esprime solo a livello inconscio, mentre è addormentato, con quel suo onanismo notturno che perlomeno gli conferisce un minimo di umanità.

Un giorno scorge una donna di nome Cho Min-Soo, che lo segue con discrezione, quasi con pudore, che all'improvviso si para davanti a lui chiedendo perdono per averlo abbandonato trent'anni prima dopo la sua nascita.
Si domanda chi possa essere questa pazza che lo segue ovunque, che sosta pazientemente davanti all'uscio del proprio appartamento o dall'altro lato della strada intenta a guardare le sue finestre.
Dapprima Kang-Do respinge con una certa indifferenza questa donna che sostiene di essere sua madre, poi la allontana con evidente fastidio. Malgrado l'atteggiamento scostante Kang-Do si dimostra chiaramente sconvolto da questa rivelazione. Vivere senza amore per trent'anni si trasforma improvvisamente in un fardello pesantissimo. Ogni mattina prima di diventare il boia degli affittuari artigiani lancia il proprio pugnale verso il disegno di un'immagine femminile simbolo del proprio desiderio ed anche rifiuto di avere una vita normale, di provare un sentimento d'amore verso un'altra persona. In fondo nella sua immensa solitudine Kang-Do ha raggiunto e consolidato un proprio equilibrio. Un equilibrio che verrà definitivamente spezzato dalla sequenza dello stupro in cui Kang-do mette alla prova Cho Min-Soo. Deve fornirgli la certezza, per poter essere accettata come sua madre attraverso un gioco al rialzo che culmina con lo stupro ("da qui sono uscito, da qui adesso sto rientrando").

La donna accetta l'ennesima prova, l'ennesima umiliazione al proprio corpo. E Kang-Do si ferma. L'equilibrio si è definitivamente spezzato. E' una sequenza che nella sua crudezza risulta cruciale per definire i rapporti fra i due personaggi. Da questo punto in poi si ha un completo cambiamento di ruolo, madre e figlio prenderanno strade diverse e opposte rispetto a quelle già percorse.

In Kand-Do si ha da una parte un recupero di una dimensione quasi fanciullesca, diventando come un bambino di trent'anni, amorevole e protettivo verso quella madre recuperata in maniera inaspettata. Un cambiamento radicale che avviene anche nell'ambito del proprio "lavoro" dove al posto di una generale indifferenza verso le ragioni altrui, cerca di capire e comprendere a modo suo le ragioni di questi prestiti usurai, ascoltandone le motivazioni e non pretendendo più quei pagamenti estremi che di solito operava nei confronti delle proprie vittime. Entra quindi in maniera lenta ma graduale nella sofferenza di quelle persone, cercando di dare respiro, concedendo proroghe di pagamento, ma senza la consapevolezza del fatto che sia solo un allungamento di un'agonia irreversibile. Si sente ancora un re di quel mondo squallido, magari più magnanimo, ma pur sempre un semplice ingranaggio sostituibile di un meccanismo ben più complesso di cui non capisce né si domanda la sua portata. Dopotutto è sempre stato un semplice esecutore di ordini.

Da qui in avanti la recensione contiene degli elementi di spoiler; se ne consiglia pertanto la lettura solo a chi abbia già visto il film

Ma è a questo punto che Cho Min-Soo rivela la vera natura del suo disegno. Facciamo un passo indietro, al prologo iniziale dove un uomo storpio si impicca con una catena. Quell'uomo è in realtà il vero figlio della "madre" di Kang-Do. Il piano quindi non è altro che una vendetta nei confronti di colui che ha causato indirettamente la morte per suicidio del suo unico figlio strozzato dai debiti, reso storpio per pagarli ed umiliato nel corpo e nello spirito per l'impossibilità di andare avanti. Il percorso di una madre distrutta dal dolore, che vuol far provare quello stesso dolore a colui che ha distrutto la vita di suo figlio. La propria immolazione per far provare al carnefice di suo figlio il dolore straziante della perdita.
Kang-Do ormai è convinto che Cho Min-Soo con cui divide ormai il proprio appartamento è sua madre. E' felice di aver ritrovato un punto di riferimento fondamentale della propria vita e non vuole perderlo, tanto da lasciare il lavoro di riscossione per lo strozzino, ed è proprio su questo aspetto che la madre poggia la sua vendetta. Ha perso il figlio naturale e vuole distruggere definitivamente la vita del figlio "adottato".

Il dolore della perdita dapprima verrà "saggiato" con una temporanea assenza dall'appartamento, poi messo in pratica inscenando il proprio rapimento e relativa scomparsa.

Kang-Do si mette alla disperata ricerca della donna, convinto che si tratti di una vendetta di una delle vittime della sua attività di aguzzino (e non era la prima che succedeva, c'era stato un tentativo precedente con una conclusione quasi tragicomica). Mettendo di nuovo le mani sul suo taccuino, attua un percorso a ritroso, simile a quello della protagonista della Samaritana. Passando in rassegna tutti coloro a cui aveva precedentemente visitato per la riscossione dei crediti, non solo rivela l'infruttuosità della propria ricerca, ma al contrario determina una tappa fondamentale del proprio percorso di redenzione. Se prima aveva scoperto, empatizzando perfino, le sofferenze di quegli artigiani, adesso scopre la consapevolezza delle proprie colpe. Le vittime, i parenti delle stesse gli rovesciano tutto l'odio accumulato per aver distrutto nel fisico e nel morale intere famiglie di persone. Kang-Do è incapace di reagire, conscio del male arrecato e accetta senza reagire tutta la carica di rabbia che gli si riversa contro. Perfino lo strozzino per cui lavorava, lo rimprovera dell'eccessiva severità del suo modus operandi ("Ti avevo detto di riscuotere i crediti, non di mutilare le persone. Sei solo uno sporco macellaio").

Kim Ki duk riesce a conferire nel finale quel carattere di profonda tragicità ed al contempo estremamente toccante. Due personaggi che si sono trovati, persi, ritrovati per perdersi di nuovo definitivamente. Hanno raggiunto entrambi, attraverso percorsi differenti, quel sentimento di pietà reciproca, ma di nuovo il carattere autolesionista di molte caratterizzazioni delle pellicole del regista coreano prendono il sopravvento su tutto. Una madre che trova un figlio e viceversa non sono sufficienti, la sofferenza deve essere portata fino alle estreme conseguenze del sacrificio. La vendetta deve essere portata a termine in nome di una irrazionale logica che toglie ogni speranza.

Il sacrificio finale di Kang-Do è la fine di un percorso doloroso di espiazione delle proprie colpe.

"Pieta" è un film che trasuda sofferenza, meno raffinato ed elegante rispetto a precedenti pellicole come "Primavera..." o "Ferro 3, a cui lo stile di Kim Ki Duk si adegua con una messa in scena dalla fotografia cupa che predilige i toni freddi. Sono molte le sequenze con la camera a mano che accompagnano il peregrinare di Kang-Do tra lo squallore delle botteghe artigiane, unite ad un montaggio molto più frenetico che danno un ritmo sostenuto, abbastanza inusuale per questo regista.

Parlare poi di genere per un regista come Kim Ki Duk può sembrare un azzardo ma colpisce la linearità del plot narrativo ed inoltre basti pensare a quando viene svelato il piano vendicativo di Cho Min-Soo. La tensione che si avverte fra i due protagonisti può rimandare ad un raffinato thriller psicologico giocato su ruoli di assoluta ambiguità.

E bisogna sempre tener conto, come più volte affermato dal regista, che le sue pellicole non sono altro che la descrizione, attraverso simboli e metafore, della situazione sociale e storica del proprio paese. Una nazione che sfruttato il lavoro sottopagato altrui e come ringraziamento, in nome della cosiddetta modernità, espulsi e reietti dalla società.
In questo senso Cho Min-Soo può essere visto anche come simbolo della Corea stessa. Una madre senza più figli e figli senza più una madre, condannati alla solitudine ed emarginati.

Nella sua docu-confessione "Arirang", il regista coreano aveva dichiarato la sua frustrazione per essere considerato un grande regista all'estero e poco considerato nel proprio paese. La condizione di non essere profeta in patria. Una delle sue ambizioni era quella di essere il primo regista coreano a vincere il premio più importante nei più prestigiosi Festival cinematografici del mondo (Cannes, Venezia, Berlino).
Con il Leone D'oro all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia c'è riuscito.

"Che cos'è il denaro? L'inizio e la fine di tutto"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 18/09/2012 15.25.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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