Recensione my name is joe regia di Ken Loach Gran Bretagna 1998
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Recensione my name is joe (1998)

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locandina del film MY NAME IS JOE

Immagine tratta dal film MY NAME IS JOE

Immagine tratta dal film MY NAME IS JOE

Immagine tratta dal film MY NAME IS JOE

Immagine tratta dal film MY NAME IS JOE

Immagine tratta dal film MY NAME IS JOE
 

"Mi chiamo Joe e sono alcolista"
È così che ci si presenta agli alcolisti anonimi, nel corso delle sedute per il sostegno e il recupero delle persone che hanno problemi di dipendenza da alcool.
"My name is Joe" e nient'altro; niente preamboli, niente preliminari e, soprattutto, niente cognome. Solo "My name is Joe", la fatidica frase che definisce una condizione e una dannazione, ma anche un offrirsi agli altri nella propria interiorità e nella propria fragilità.

Ed è così che si presenta Joe Kavanack ai compagni di sventura, che come lui hanno deciso di uscire dal tunnel della dipendenza etilica. Ed è con "My name is Joe" che comincia la riflessione di Ken Loach sul dramma di una vita spesa tra alcool, droga, emarginazione, disoccupazione e piccola criminalità, nella periferia della Glasgow degradata dal neoliberismo tatcheriano.

Joe Kavanack è un proletario trentasettenne, disoccupato, ex alcolista ed ex spacciatore di Glasgow, che ce l'ha fatta. Ci sono voluti anni, ma ce l'ha fatta (così almeno crede lui).
Da dieci mesi non beve un goccio di birra e sta tentando di riacquistare la dignità perduta dedicandosi agli altri. Dispensa ottimismo, soccorre i più deboli, aiuta chi ha più bisogno di lui.
Appassionato di calcio, ha messo su e allena con entusiasmo una scalcinata squadretta, composta da ragazzi del quartiere, ex bevitori emarginati come lui, che salva dalla strada e dal contatto diretto con la droga, e aiuta (tenta) a rifarsi una vita.
Sono delle mezze calzette allucinanti, ma ci mettono l'anima e giocano con le magliette (rubate) della Germania campione del mondo. Un giorno mentre stanno andando a giocare con il loro pulmino, Joe rischia di investire una donna, Sarah, con la quale ha un brusco diverbio.
In realtà Sarah è un'assistente sociale che in quel periodo si sta occupando di uno dei suoi ragazzi, Liam, il più talentuoso ma anche il più disperato dei suoi giocatori, poco più di un adolescente, con un passato da tossico e debiti da pagare, una compagna ancora dentro l'inferno della droga e un figlio piccolo di cui non sa come prendersi cura e che rischia di essergli sottratto dall'assistenza sociale.

Tra Joe e Sarah, dopo l'iniziale incomprensione, sboccia un tenero sentimento che, se pur condizionato dal complesso dello sconfitto che non riesce a scrollarsi di dosso, per lui rappresenta il desiderio di un ritorno alla normalità e il sogno di iniziare una nuova vita.
Ma non sarà un amore facile: la logica spietata di un sistema che non concede una seconda possibilità vanificherà il tentativo di Joe, costretto ad affrontare un avvenimento destabilizzante, che Sarah non è in grado di capire e accettare. Si lasciano e Joe finirà per avvitarsi su se stesso in una logica perversa che non lascia scampo, e resuscita i fantasmi del passato: l'alcool, la disoccupazione, la violenza, l'impossibilità di costruirsi una vita normale.
Il sacrificio estremo di Liam costituirà, per Joe, la sua nemesi, ma anche il tragico prezzo da pagare per il suo riscatto civile. Al funerale del ragazzo si rivede con Sarah, vanno via insieme, ma poi tutto sfuma e la parola fine non ci fa capire se sapranno restare insieme.

Da sempre interessato a raccontare la difficile realtà della working class britannica, Kean Loach ci regala, con "My name is Joe", un altro piccolo, drammatico, commovente, tragicomico, spaccato di vite comuni.
Glasgow, nello squallore della sua degradata periferia, è ancora scenario della storia; l'emarginazione, la disoccupazione, l'alcool, la droga, la disperazione, sono ancora i motivi dominanti che conducono all'assenza di soluzioni. Ma anche se spruzzato di leggero humour britannico, anche se intriso di tragica ironia, mai prima riscontrati nel suo cinema "arrabbiato", il messaggio di Loach, anche in questo film, resta duro e disperato.
Cambiano gli scenari politici, cambiano i governi, ma le condizioni della classe operaia restano sempre le stesse: oppressi da un sistema capitalistico che non permette un reale miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti; schiacciati da un sistema economico che fa i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, per i proletari britannici (ma anche di tantissimi altri paesi) di oggi non c'è redenzione né speranza di poter cambiare il corso del loro destino.

Dopo due opere girate in terra straniera, intese ad indagare le guerre per parlare di pace (la guerra fascista in Spagna in "Terra e libertà" e la guerra civile in Nicaragua in "La canzone di Carla"), e poco prima degli immigrati irregolari di "Bread and Roses" sfruttati dai datori di lavoro senza scrupoli, Kean Loach torna a parlarci del suo paese, l'Inghilterra e la Scozia, e dei drammi che rendono meno cittadini una buona metà (e forse più) del mondo occidentale.
Nonostante la presenza del risvolto politico che impregna questa, come quasi tutte (o tutte) le altre sue opere, la sensibilità registica di Loach non dimentica di indagare i risvolti sociologici e le implicazioni interpersonali che si instaurano tra i personaggi, accentuati dalla condizione emarginante che li caratterizza.

E così la storia d'amore diventa complicata e vacilla sotto il peso delle problematiche che condizionano il diverso modo di affrontare le situazioni (lei è una borghese molto idealista, ma incapace di capire ed accettare le scelte di Joe; lui ha capito che nella vita ci sono delle zone d'ombra che, a volte, è necessario affrontare per riuscire ad andare oltre).
L'emarginazione, le frustrazioni, la rabbia, l'inadeguatezza, il senso di impotenza per il lavoro che non c'è, vengono soffocate nella birra e nella droga; i modelli comportamentali da seguire, più che dalla famiglia o dalla scuola, vengono offerti dalla strada e nei pub.
In questo smarrimento collettivo, nella quotidianità offesa, nella lotta per la sopravvivenza, acquistano importanza le piccole cose, che danno la forza per continuare a vivere, non solo a chi, come Joe, ha avuto problemi di alcolismo e a trentasette anni deve farsi prestare i soldi per portare la donna amata a giocare a bowling, ma anche per tutti coloro che nella vita non hanno altra soddisfazione che una partita di calcio con gli amici, che li tiene lontano dalla strada e dalla birra; per tutti quelli che devono scegliere se prostituirsi per potersi comprare la dose con cui strafarsi; per tutti quelli che devono rubare per procurarsi la maglietta da calcio su cui stampare il nome del campione preferito; per tutti quelli che vivono i rapporti genitori figli con rabbia o con indifferenza.

Un'opera semplice ed essenziale, in cui sembra di assistere a qualcosa che abbiamo sempre sospettato ma mai visualizzato. Sembra che le cose raccontate dal regista di Glasgow siano sempre state lì, in attesa che qualcuno le raccontasse per scuoterci dalla nostra pigrizia mentale che ci impediva di recepirle.
Perchè Joe Kavanack è tutti e ciascuno di noi. Vive in un quartiere povero di Glasgow, ma potrebbe vivere nel Bronx come in una favelas di Rio, a Scampia come nella Banlieu parigina; sarebbe la stessa cosa, perché sempre uguali sono gli spacciatori e uguale è la droga, uguale è la disoccupazione e la povertà, uguale è la disperazione e la precarietà.
Gli stessi sono i pub, gli uffici di collocamento, le giornate vuote senza un lavoro. Gli stessi sono i buoni e i cattivi, gli uomini che piangono come bambini, e bambini troppo presto divenuti uomini, destinati precocemente a conoscere il lato oscuro della vita. Perché la stessa è la logica spietata di un sistema che non concede alla gente di avere una seconda opportunità, lo stesso è l'impegno di Loach a descrivere le distorsioni del mondo capitalistico e a raccontare la realtà difficile del proletariato urbano, inteso come profonda partecipazione ai problemi della classe operaia.

Un merito particolare va riconosciuto a Loach: quello di aver saputo fondere in modo inimitabile l'ironia con il dramma, la realtà con la fantasia; e nell'aver saputo esplicitare, ancora una volta, il suo talento autoriale avvalendosi di interpreti presi in prestito dalla vita reale (i componenti la squadra allenata da Joe sono veri disoccupati di Glasgow), avvolgendoli in atmosfere prive di qualunque retorica, che fondono insieme difficoltà quotidiane e solidarietà disinteressata, emozioni d'amore e tragedie collettive, socialità virile e miserie umane. Tutto il meglio (poco) e il peggio (molto) del nostro tempo e della nostra collettività.
Nel suo tormentato impasto di riso e di lacrime, di indagine sociologica e denuncia politica, il film emoziona e vive in funzione del suo splendido protagonista, Peter Mullan, che per la sua interpretazione ha vinto, meritatamente, la Palma d'oro come miglior interprete al Festival di Cannes '98, e si è rivelato, con "Orphans" un regista di talento.

Visto oggi, a dodici anni di distanza, sembra che nulla sia cambiato, e "My name is Joe" conserva intatta tutta l'attualità e la forza della denuncia delle reali condizioni di vita di proletari ed emarginati (oggi potremmo aggiungere anche gli immigrati), sui quali incombe, come una maledizione atavica, l'ineluttabilità di un futuro senza scelta e il retaggio di un sistema, sociale e politico, che conduce gli individui all'impotenza e all'impossibilità di uscire dal guado.

Glasgow è un simbolo, una metafora, un esempio, ma il discorso è molto più ampio e articolato e vede coinvolti, allora come oggi, moltissime persone di tutta Europa. Gente senza un lavoro, precari senza certezze, cassaintegrati senza alcuna prospettiva concreta, giovani sottooccupati privi di quell'elemento caratterizzante la dignità umana.
Povertà individuale che diventa povertà sociale, degrado personale che diventa degrado collettivo. E' un grido disperato che Loach fonde con il riso e il pianto, e che conduce lo spettatore a confrontarsi con una realtà che non trova soluzioni e con una volontà politica è incapace di trovare rimedi.

"Tutto questo non è giusto", come dice Joe.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 17/03/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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