Recensione milk regia di Gus Van Sant USA 2008
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Recensione milk (2008)

Voto Visitatori:   7,60 / 10 (185 voti)7,60Grafico
Voto Recensore:   7,50 / 10  7,50
Miglior attore protagonista (Sean Penn)Miglior sceneggiatura originale
VINCITORE DI 2 PREMI OSCAR:
Miglior attore protagonista (Sean Penn), Miglior sceneggiatura originale
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locandina del film MILK

Immagine tratta dal film MILK

Immagine tratta dal film MILK

Immagine tratta dal film MILK

Immagine tratta dal film MILK

Immagine tratta dal film MILK
 

Cosa accade quando si tenta di affermare la propria diversità come un valore da difendere? E cosa accade quando una minoranza decide di urlare le proprie ragioni alle orecchie della maggioranza utilizzando gli ordinari strumenti della rappresentatività politica?
Queste sono le domande che si poneva negli anni '70 Harvey Milk, omosessuale dichiarato con la passione per la politica che proprio attraverso la politica trovò finalmente e concretamente l'opportunità di lavorare per tutte quelle minoranze solitamente lasciate ad appassire su un muretto.

Con "Milk" Gus Van Sant e soprattutto l'ottimo sceneggiatore Dustin Lance Black (classe '74) si occupano della vita e della morte di questo originale personaggio, che da rispettabile impiegato si trasforma icona e leader del movimento omosessuale di base a Castro, quartiere di San Francisco, fino a diventare il primo politico dichiaratamente gay a ricoprire una carica pubblica, a seguito della sua elezione a Consigliere Comunale.
Purtroppo il destino doveva giocare un ultimo, tragico scherzo al carismatico Harvey Milk, facendolo perire per mano del suo collega consigliere conservatore Dan White, che ucciderà anche il sindaco George Moscone.

Abbandonate le velleità pseudo autoriali della mediocre trilogia sul disagio adolescenziale che tanti consensi ha ricevuto a Cannes, composta da "Elephant", "Last Days" e "Paranoid Park", Gus Van Sant si lancia in un progetto che per lui, omosessuale dichiarato, riveste un significato profondo: raccontare la storia e le gesta di uno dei suoi eroi, quell'Harvey Milk che faceva parlare di sé a San Francisco proprio negli anni in cui Van Sant vi si trasferiva.
Per farlo, il regista del Kentucky affida la sceneggiatura a mani meno legate delle sue alle logiche dell'essere alternativi costi quel che costi, ed il risultato è indubbiamente valido.
La sceneggiatura di Black è infatti uno dei punti forti di una pellicola che ha il non facile compito di trattare un argomento spinoso come l'omosessualità senza mai scadere nel macchiettistico o nel morboso, affrontandolo però da un'ottica radicalmente diversa rispetto a quella che Ang Lee fece propria nel suo "I segreti di Brokeback Mountain". Black non indugia (o almeno, non in particolar modo) sui rapporti amorosi tra gli omosessuali, né sulle difficoltà di integrazione tipiche della loro condizione di minoranza; al contrario, la comunità omosessuale viene presentata come gioiosa, vivace, organizzata, padrona di un intero quartiere di una delle principali metropoli statunitensi.

Al di là dell'ottima sceneggiatura, però, la maggior parte della riuscita del film è merito dell'eccellente cast.
Sean Penn fornisce quella che è probabilmente la migliore prova della sua già folgorante carriera, reggendo sulle proprie spalle l'intera pellicola: non interpreta Harvey Milk, ma è Harvey Milk; ogni singola ruga, ogni singolo sorriso, ogni sguardo addolorato, ogni motto di spirito provengono direttamente dall'uomo Milk, non dal suo personaggio. È assolutamente indescrivibile la sensazione che si prova nell'assistere ad un'interpretazione/immedesimazione così totale, così unica, così spiazzante, davanti alla quale ogni altra considerazione deve necessariamente lasciare il posto ad un applauso a scena aperta verso uno dei più grandi interpreti viventi.
Al suo fianco uno stuolo di eccellenti comprimari, come l'ormai onnipresente Josh Brolin, che finalmente sta ricevendo l'attenzione che avrebbe sempre meritato, il pupillo di Penn Emile Hirsch e la rivelazione James Franco, che lontano da pacchianate in costume ("Tristano e Isotta") ed improbabili costumi verdi ("Spider Man 3") dimostra di avere delle eccellenti potenzialità.
Deludente invece Diego Luna, unico del cast a cedere alle tentazioni del macchiettismo: il suo Jack Lira è un personaggio insulso, lontano anni luce dalle capricciose suggestioni del Bosie wildiano che avrebbe voluto/dovuto emulare.

Nonostante gli evidenti pregi sopra descritti, "Milk" è un film non riuscito fino in fondo.
Anzitutto, la regia di Van Sant, pur se scevra dagli irritanti virtuosismi che la caratterizzavano nelle sue pellicole più prettamente indipendenti, rimane di una freddezza ed un distacco francamente irritanti. Non fosse per la miracolosa interpretazione di Sean Penn, non ci sarebbe alcuna empatia nei confronti del protagonista della pellicola; circostanza piuttosto grave, ove si consideri che "Milk" trova la propria ragion d'essere esattamente nella figura di Harvey Milk.
Il piglio documentaristico, che caratterizza gran parte della pellicola, cozza poi con gli intenti evidentemente agiografici dell'operazione, privando la pellicola di punti di riferimento certi.

Eccessivamente superficiale, poi, la descrizione delle dinamiche che portano Dan White a compiere il suo insano gesto: White sarebbe un personaggio estremamente interessante, ma viene completamente ignorato nei suoi momenti di massimo smarrimento: ci si limita a mostrarlo ubriaco ad una festa e perennemente in disappunto per la popolarità di Milk; decisamente troppo poco per giustificare un duplice omicidio.

Ciò detto, non può certamente negarsi il valore complessivo di un'opera che riesce ad approfondire aspetti della diversità e dell'omosessualità da una prospettiva decisamente inedita, condita peraltro da un'eccellente colonna sonora che unisce brani di musica classica a pezzi come "Queen bitch" di Bowie; rimane il sospetto però di un'operazione preparata a tavolino da un regista che, tra un film indipendente sul disagio giovanile e l'altro, non disdegna pellicole di matrice smaccatamente hollywoodiana create ad hoc per fare incetta di oscar ("Will hunting" docet).
Vedremo adesso se il regista più amato di Cannes riuscirà a sfatare il tabù che lo vuole puntualmente snobbato dalla più "commerciale" Academy; di sicuro, però, gli si deve attribuire il merito di aver portato a conoscenza del grande pubblico un'incredibile storia di coraggio e determinazione, che da locale diventa globale, "come una svista, come un'anomalia, come una distrazione, come un dovere".

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Recensione a cura di Jellybelly - aggiornata al 30/01/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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