Recensione la conversazione regia di Francis Ford Coppola USA 1974
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Recensione la conversazione (1974)

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locandina del film LA CONVERSAZIONE

Immagine tratta dal film LA CONVERSAZIONE

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"Non ho paura della morte. Ma ho paura dei morti."

Ha una forte aura profetica, "La Conversazione". Quando venne ideato il concept del film, nella seconda metà degli anni '60, nessuno poteva prevedere gli esiti sociali, politici ed etici dei fatti dello Scandalo Watergate.
Eppure il film esce proprio nel momento giusto. O in quello sbagliato?

Nell'aprile del 1974, Nixon e il suo entourage si trovano alla resa dei conti e la pressione dell'opinione pubblica raggiunge il suo acme. Lo smoking gun tape aveva disvelato senza mezzi termini il marcio che si annidava nei meccanismi governativi. Il popolo americano è più che mai sensibile al fenomeno del potere dello spionaggio telefonico e delle intercettazioni, e alle ripercussioni che può avere sulla privacy dell'individuo.
Coppola nel frattempo ha scalato l'Olimpo del cinema americano e conquistato il mondo con il mito de "Il Padrino", e tutti i riflettori puntano in direzione dell'atteso secondo capitolo, che sarebbe uscito l'anno stesso.

Sebbene attualissimo, e malgrado la Palma D'Oro, "La Conversazione" diventa così un "minore" di Coppola, oscurato e strozzato dai due grandi classici; ma si tratta di uno dei suoi lavori più belli ed importanti, a cui la sorte avversa non ha impedito di brillare fra le stelle più luminose della filmografia del regista.

Harry Caul è un uomo distaccato e professionale nel suo lavoro, ma in lui dimora il germe di una psicosi che proprio da esso trae il suo nutrimento: abituato a spiare, sviluppa la fobia di essere spiato. Si limita ad origliare, a vivere passivamente delle conversazioni altrui in un annullamento comunicativo interpersonale, e ha perso la capacità di raccontare sé stesso a tal punto da scivolare in un baratro di aridità emozionale e anaffettività.
Ma la riflessione sulle implicazioni etico-religiose del suo lavoro scatena il cambiamento: la prospettiva di un possibile duplice omicidio lo spinge all'indagine, in un tentativo estremo di redenzione.
E' su questo personaggio (interpretato da uno straordinario Gene Hackman) e sulla sua (psic)analisi che si concentra l'attenzione del film, ben più che sul mistero che viene gettato a piene mani a inizio pellicola; una semplice spy-story si evolve per esplodere in un dramma esistenziale sulla nevrosi di un intercettatore alle prese con i suoi fantasmi personali.

Se il rimando istintivo è quello a "Le vite degli altri" di Von Donnersmarck (capolavoro tedesco del 2006), guardando al passato si trovano analogie con Hitchcock ("La Finestra sul Cortile") e soprattutto con l'Antonioni di "Blow-Up", nello stilema del voyeur (écouteur) che si trova, suo malgrado, spettatore di un meccanismo delittuoso. E con quest'ultimo regista Coppola condivide la modernità dell'approccio artistico, nella riflessione sull'impossibilità del protagonista - limitato ad un semplice punto di vista - come del Cinema di cogliere l'essenza della realtà fattuale.

Quello che si porta sullo schermo è il ritratto involontario ma spietato di una società americana ossessionata dal controllo, dominata dall'invasione delle telecomunicazioni e dalla violazione sistematica della privacy e dell'intimità, e addirittura creatrice di un "mercato dello spiare" animato da un circolo vizioso di conflitti d'interesse (il personaggio di Allen Garfield).
Su questo terreno i deliri paranoidi di un misantropo sembrano quasi una spaventosa probabilità: è l'immagine dell'individuo e della sua perdita di libertà, dalla quale l'alienazione o la morte sembrano essere le uniche vie d'uscita.

La regia di Coppola è elegante nelle inquadrature e nei movimenti di macchina: stupenda la scena iniziale e soprattutto la sequenza del seminterrato, dove il maggiore dinamismo della macchina da presa riflette il ritrovato slancio emotivo di Harry nei confronti di Meredith.
La fotografia di Bill Butler e le musiche di David Shire - fra pezzi pianistici e musique concrète - aggiungono un inconfondibile tocco di stile al tutto, facendo de "La Conversazione" un grande esempio di New American Cinema.

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Recensione a cura di Zazzauser - aggiornata al 21/01/2014 18.27.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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