Recensione in time regia di Andrew Niccol USA 2011
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Recensione in time (2011)

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locandina del film IN TIME

Immagine tratta dal film IN TIME

Immagine tratta dal film IN TIME

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Immagine tratta dal film IN TIME
 

"Niente ci appartiene, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene".
Seneca: Lettere a Lucilio.

In un futuro imminente, la vecchiaia è stata curata come una qualsiasi altra malattia. Il corpo umano smette di invecchiare all'età di venticinque anni. Questo però implica il rischio di un sovrappopolamento insostenibile. Ne discende che non tutti possono sopravvivere. Una persona, dunque, raggiunti i venticinque anni, si ritrova sul braccio, impresso nella carne, un orologio che gli garantisce ancora un anno di vita. Il denaro è scomparso e il tempo è divenuta la sola merce di scambio idonea ad acquistare beni o servizi. Se un individuo esaurisce il proprio tempo, muore.
Il mondo è diviso in zone orarie alle quali si può accedere solo se si possiede un credito di tempo sufficiente. Quindi, più si è ricchi più si risiede in aree privilegiate.
Will Salas (Justin Timberlake) vive nella periferia industriale e metallurgica, dove le persone lavorano e vivono con crediti di poche ore.
Un sera, in un bar locale c'è un ricco ubriaco (Matt Bomer) che offre da bere a tutti. Egli possiede oltre un secolo di vita da spendere come meglio crede. La sua presenza attrae l'attenzione di un gruppo di criminali detti i Minutemen, dei ladri di minuti altrui, che vivono piuttosto bene dei propri furti, visto che il loro capo dichiara di vivere da oltre settantacinque anni e che, quindi, sembrano poter agire incontrastati o comunque sembrano essere lasciati a piede libero dalle forze dell'ordine, che in questa società prendono il nome di Guardiani del Tempo.
Salas aiuta quest'uomo a sfuggire ai Minutemen e insieme si rifugiano in un edificio abbandonato dove hanno modo di confrontarsi. L'uomo dice di chiamarsi Henry Hamilton e proviene da New Greenwich, l'area più ricca della città, dove la gente possiede migliaia e migliaia di anni. Afferma di essere vecchio e molto stanco della sua vita e del sistema sociale. Poi, con un giro di parole estremamente semplice spiega a Salas come funziona l'economia che ruota intorno al tempo. Approfittando del suo sonno, Hamilton dona tutto il proprio tempo a Salas, suicidandosi e lasciandoli come monito l'invito a non sprecare il suo tempo.
Adesso Salas si ritrova oltre un secolo sul proprio orologio con cui può aiutare sua madre e i suoi amici, ma il precipitare degli eventi lo obbligherà a mettersi contro il sistema.

Andrew Niccol è uno dei pochi autori capaci di raccontare storie apparentemente semplici, d'evasione e di facile presa sul pubblico, attraverso le quali sferra il proprio attacco ideologico o la propria denuncia sociale. Lo ha fatto in ogni sua opera a partire dallo splendido "Gattaca" (1997) fino a questa pellicola, passando anche attraverso la scrittura di un capolavoro come "The Truman Show" (1998), di cui la produzione volle negargli la regia.
Un film scritto da Niccol non è mai un lavoro semplice o fine a se stesso. Esso presenta sempre una varietà di contenuti allegorici distribuiti su molteplici livelli di lettura e perfettamente amalgamati alla storia narrata.
Quello che colpisce, infatti, di "In Time" non è tanto la vicenda in sé, quanto il tessuto narrativo in cui essa si sviluppa.
Niccol ricorre sempre allo schema narrativo proprio di un genere cinematografico, rispettandone scrupolosamente i canoni e la grammatica cinematografica, ma svuotandolo dei suoi contenuti tipici per sostituirli con le tematiche a lui più care.
Generalmente e come nel caso specifico, Niccol abbraccia il genere del thriller fantascientifico, ormai anche detto Sci-fiction, ma non disdegna neppure lo schema della commedia, adottato in "The Truman Show" e in "S1mone", o quello del gangster movie proprio del film "Lord of War". Questo si riduce, infatti, a un mero espediente che garantisca una narrazione fluida, ben articolata e incalzante, assicurando così allo spettatore il dovuto livello d'intrattenimento, insinuandogli il desiderio di seguire l'evolversi della vicenda sino al suo epilogo e trasmettendogli nel frattempo tutti quei messaggi che hanno spinto l'autore a raccontare quella determinata storia.
La trama di "In Time" in realtà è un ibrido fra Robin Hood e Bonnie and Clyde e non presenta nessun elemento di novità sotto il profilo narrativo. Quel che affascina è il mondo creato da Niccol, la cornice in cui la vicenda si svolge e che però assume il carattere della predominanza, assorbendo e consumando al proprio interno le microstorie dei personaggi. Questa volta, l'allegoria creata da Niccol non è sussurrata, ma è evidente e gridata a gran voce. Essa non si distanzia molto da quella che ha reso celebre l'opera di H.G. Wells, ma anche da quella di Huxley, specie per quel che concerne l'influenza del darwinismo sul pensiero dell'autore.
La denuncia di Niccol è diretta contro il sistema economico mondiale, creato a beneficio di pochi e a discapito di molti, e contro la stratificazione sociale. Le crisi economiche sono inventate, create al tavolino per garantire a chi occupa i vertici della piramide sociale la salvaguardia della propria supremazia.

"Il costo della vita aumenta per far sì che la gente continui a morire".

Così spiega Hamilton a Salas durante il loro breve incontro.
Il riferimento alla presunta crisi globale che il nostro mondo sta attraversando oggigiorno è fin troppo palese.
Tuttavia, malgrado la potenza simbolica di questa allegoria enunciata in modo così cristallino, la critica condotta da Niccol va oltre e, più si sposta dal piano sociale a quello umano, più diventa sussurrata.
Occorre fare un precisazione. Noi viviamo in una società in cui si dice che il tempo è denaro, nel senso che si traduce in denaro. Nella società di "In Time" il tempo è la sola merce di scambio riconosciuta, qualcosa che va ben oltre il denaro. La differenza consiste nel fatto che la merce di scambio è la vita stessa dell'individuo. Se nella società contemporanea il salario è la valutazione monetaria del tempo libero cui il lavoratore è disposto a rinunciare, nell'allegoria il lavoro è un lasso di tempo che serve a guadagnare altro tempo. Se la classe dirigente volesse ridurre la popolazione le basterebbe aumentare a proporzione inversa il costo del lavoro rispetto a quello della vita. Ma non è questo l'interesse perché se non ci fosse questa struttura piramidale, o meglio se si distruggesse quella fascia di popolazione che sta alla base della piramide, anche il vertice crollerebbe. Quindi l'interesse è controllare, sacrificando singole esistenze, ma salvaguardando l'esistenza collettiva della società. Da non intendersi come il sacrificio di pochi a beneficio di molti, ma nella sua accezione esattamente opposta. È il sacrificio di molti a beneficio di pochi. E nell'allegoria la posta in gioco è altissima, perché coloro che occupano i vertici della piramide sono di fatto immortali.

La morte è spesso stata definita oltre che la Grande Mietitrice, la Grande Livellatrice, poiché non conta quanti beni tu possieda, quando la morte ti coglierà non sarai differente dall'ultimo dei plebei. Nell'allegoria di Niccol questa livella sociale è eliminata. A discapito della vita altrui, il ricco può vivere in eterno.
In entrambi i casi però il tutto si gioca sui numeri. Le transazioni finanziarie in denaro o quelle in anni si concretizzano in un mero spostamento numerico da un soggetto all'altro. Il tutto è palesemente fittizio, ma le conseguenze dello spostamento, invece, sono concrete e tangibili. Non c'è nessuna differenza fra lo spostare in via telematica miliardi di dollari da una banca a un'altra o spostare milioni di anni da un gruppo societario a un altro. Sono solo transazioni numeriche. Quindi, anche il tempo assume una connotazione fittizia, poiché nell'immediatezza non c'è nessuna differenza fra il possedere cinque minuti, dieci anni, un secolo o un millennio. L'irreversibile si verifica soltanto quando il tuo conto scende a zero. Un gioco fatto di numeri, sì, ma che qui non ammette i numeri negativi.
In altre parole il ricco concede al povero di vivere solo fin quando la sua vita gli sia più utile della sua morte.
In questa allegoria appare ancora più palese rispetto al mondo reale come, malgrado la società si dichiari ostentatamente libera e protettrice di diritti umani e civili, lo sfruttamento del lavoro e soprattutto del lavoro inutile (nell'allegoria gli operai lavorano per costruire gli apparecchi elettronici che favoriscono le transazioni temporali) trasforma i lavoratori in schiavi inconsapevoli, nell'humus che permette al sistema economico di sopravvivere a se stesso.

Un'altra tematica interessante è rappresentata dalla prigione mentale in cui vivono i ricchi. Stiamo parlando di una società in cui è stato sconfitto l'invecchiamento e con esso la morte per vecchiaia, ma non parliamo di una società in cui è stata sconfitta la morte tout court. In questo archetipo, un milionario potrà morire solo a causa di un fatto violento, sia esso accidentale o criminale. Questa consapevolezza spinge il ricco a crearsi una serie di limitazioni per proteggere la propria incolumità, rinunciando a profittare di tutte quelle opportunità che la vita offre, ma che presentino una qualsiasi forma di rischio biologico. Anche se assai meno palese, qui la critica è rivolta, più che alle persone che per paura non sono capaci di vivere in plenitudine la propria esistenza, a tutti quegli stati che emanano leggi volte alla salvaguardia della salute e dell'incolumità dei consociati attraverso restrizioni e obblighi di fatto assai limitativi della libertà personale e discrezionale di ogni individuo.

Due elementi rafforzativi di questa allegoria sono le figure contrapposte, ma complementari, dei Minutemen e dei Custodi del Tempo.
I primi sono dei criminali che rubano il tempo ai poveracci della loro stessa zona oraria, ossia il ghetto dove abitano tutti quei disgraziati letteralmente costretti a vivere alla giornata. Questi sono una versione edulcorata e patinata degli sporchi, brutti e cattivi raccontati dal nostro Ettore Scola. Sono dei parassiti sociali che non hanno nessuna aspirazione di ascesa. Come dei vampiri, si nutrono della morte di chi sta loro vicino. Essi non sono diversi da quella classe sociale che si trova al vertice della struttura piramidale, ma non ne hanno le stesse ambizioni e sono guidati da impulsi e da emozioni assai più carnali e, in un certo senso, più virili. Essi sono rappresentazione della celeberrima frase di Milton secondo cui è meglio regnare all'Inferno che servire in Paradiso. Sanno benissimo che, fin quando mantengono un profilo basso e mietono vittime all'interno di quella stessa classe sociale che è utilizzata dalla classe dirigente per garantirsi il proprio ruolo, nessuno darà loro fastidio poiché essi stessi sono parte integrante del sistema economico.
Inoltre, il loro capo, Fortis (Alex Pettyfer) incarna perfettamente il principio della selezione naturale darwiniana in base al quale solo il più forte merita di sopravvivere. In tal senso il suo nome è emblematico perché, oltre a coincidere con quello di una marca di orologi come la maggior parte dei nomi dei personaggi del film, esso evoca anche il concetto stesso di forza.
Nelle altre zone orarie abbiamo invece la polizia, ossia i Custodi del Tempo, cioè coloro che controllano che la sola merce di valore non sia rubata. Eh sì, perché è inutile rubare un gioiello o un'auto o anche solo un panino, se poi non ti restano abbastanza secondi per poterlo mangiare. Essi sostanzialmente non sono diversi dai Minutemen, solo che anziché regnare all'Inferno hanno abbracciato il sistema e si sono votati a servire in Paradiso. E fra loro troviamo il personaggio più interessante del film, Raymond Leon (Cillian Murphy), un implacabile sorvegliante di un sistema economico e sociale in cui crede fermamente, al punto da dimenticarsi di qualsiasi altra cosa, sia questa l'insieme dei valori umani o il tempo che gli resta da vivere.

Nell'allegoria non manca neppure una critica a una società ossessionata dal mito dell'apparenza e della giovinezza. È emblematica la constatazione pronunciata da Philippe Weis (Vincent Kartheiser) al suo primo incontro con Salas in cui afferma che i tempi sono equivoci poiché non si può sapere la vera età della persona che si ha di fronte e quale ruolo sociale questa occupi, dato che raggiunti i venticinque anni, genitori, nonni, figli e nipoti appaiono coetanei. In altre parole si mette in evidenza che il primo fattore di discriminazione sociale, indipendente dalle colpe o dai meriti di ciascuno, è l'età. Essa è strettamente collegata al tempo e all'uso che si fa di esso. Nel mondo reale una persona può impiegare il proprio tempo nel costruire la propria immagine sociale nella speranza di poter profittare in vecchiaia di vantaggi che poteva solo sperare durante la gioventù. Qui, invece, questo fattore non esiste. Nell'allegoria il vero lusso è quello di permettersi di perdere tempo.
Da qui discende un'altra critica di carattere morale. Chi non ha bisogno di utilizzare nel migliore dei modo il tempo che ha a disposizione, chi spreca il proprio tempo è qualcuno attanagliato dalla paura e dal tedio, qualcuno che pur di continuare ad esistere rinuncia a vivere.

Il mondo creato da Niccol si presta a un'utilizzazione assai più profonda e interessante di quella che egli ha adottato in questa pellicola per veicolare i propri messaggi. È un peccato che, forse troppo preso dal curare i dettagli di questa società futuristica e allegorica, Niccol abbia piuttosto trascurato l'impianto narrativo del film. Malgrado il fatto che egli rispetti meticolosamente la grammatica cinematografica di un film d'azione, l'eccessiva banalità dell'impianto narrativo delude e, in alcuni casi, stanca. Il legame che si instaura fra Salas e Sylvia (Amanda Seyfried) è terribilmente superficiale, così come resta in sospeso il rapporto che legava il padre di Will e Leon. Anche l'approfondimento psicologico dei personaggi è per forza di cose superficiale. Non stupirebbe infatti se questo film divenisse lo spunto di una serie televisiva in cui tutte le tematiche potrebbero trovare la loro giusta dimensione.
Questa banalità narrativa, tuttavia non può e non deve invalidare un'opera che sa comunque intrattenere e che offre tantissimi spunti di riflessione allo spettatore anche meno attento. Certo, se l'impianto narrativo fosse stato più curato e articolato, allora forse ci saremmo trovati di fronte a un vero e proprio capolavoro. Invece, qui stiamo parlando di un'occasione in parte sprecata.

La regia di Niccol è formalmente impeccabile e sempre funzionale alla storia narrata. Le inquadrature sono dinamiche e aggiungono fluidità e compattezza narrative alla trama. Anche se i dialoghi restano assai più eloquenti delle immagini stesse, l'impatto e la suggestione visiva sono ottimi. In particolare, è eccellente la scena dello scontro fra Salas e Fortis.
Anche le interpretazioni sono convincenti e di buon livello. Fra tutti, però, spiccano attori confinati in ruoli minori fra cui eccelle Cillian Murphy e si distingue il giovane Alex Pettyfer.

Complessivamente "In Time" è una pellicola di intrattenimento, forte di un'allegoria sociale ed economica di pregevolissimo livello che compensa largamente alcuni vuoti narrativi e l'evidente banalità della vicenda, che è quasi scevra di una vera e propria evoluzione psicologica del suo protagonista (evoluzione comunque presente per quanto tenue).
Il tempo, così come il denaro, si riduce a un numero effimero, a un qualcosa che non esiste, a un'invenzione umana quindi; raccogliendo l'invito implicito del film di Niccol, è bene non sprecare neppure un istante di quelli che abbiamo a disposizione ricordando che:

"Vola il tempo, lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo,
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo!
"
Fabrizio de André: Valzer Campestre.

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Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli - aggiornata al 21/02/2012 15.06.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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