Recensione bronson regia di Nicolas Winding Refn Gran Bretagna 2009
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Recensione bronson (2009)

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locandina del film BRONSON

Immagine tratta dal film BRONSON

Immagine tratta dal film BRONSON

Immagine tratta dal film BRONSON

Immagine tratta dal film BRONSON

Immagine tratta dal film BRONSON
 

E' arrivato sui nostri schermi, dopo circa tre anni dalla prima distribuzione, il "detenuto" film di Nicolas Winding Refn, l'appena palmato miglior regista all'ultimo Festival di Cannes con "Drive" (lo vedremo in Italia nel prossimo autunno). In "Bronson" Refn ci racconta la storia del carcerato più pericoloso del Regno Unito. Colui il quale ha trovato in galera una seconda casa. Partendo dai primissimi istinti di ribellione nelle aule scolastiche, passando attraverso l'iniziale misera rapina a diciannove anni, e arrivando alle rissose baruffe coi secondini e i compagni di cella.

Il vero nome del protagonista è Michael Peterson, un uomo che perde subito la sua vera identità. Incerto sulle capacità artistiche da intraprendere per diventare famoso, Michael rompe gli indugi risolvendo tutto in una fuga da se stesso. Un allontanamento progressivo dal corpo che lo illude di trovare il suo vero spirito. Una ritirata che non assomiglia ai personaggi granitici interpretati da Charles Bronson (questo il "nome d'arte" coniato per lui): invece di andare incontro al problema, Michael se ne allontana vigliaccamente.

Giustiziere delle botte compreso da nessuno (e perché avrebbe dovuto esserlo?), interessato ad apparire e non ad essere. Sedato poiché pericolosamente ribelle, picchiato giacché ogni metro quadrato che calpesta pretende sia trasformato in un assurdo ring da attraversare a testa bassa. Quando non si tratta di un quadrato pugilistico, il suo habitat è un rettangolo illuminato a giorno dove trascorrere del tempo con gli altri malati criminali, figure che camminano sullo sfondo di un dipinto che vede sempre in primo piano la silhouette ingombrante di Bronson.
Trasferito in 120 carceri diverse, tra gli osanna degli altri detenuti e le tronfie marce vittoriose dopo aver fatto a botte con i custodi, in un accrescimento del super-io, della convinzione di essere famoso, di aver fatto qualcosa di buono per se stesso e per il mondo intero, per quella platea pressoché muta, quasi cartonata, che assiste ai suoi monologhi sotto i riflettori del palco di un teatro, Bronson va a zonzo su quella passerella effimera che esiste solo dentro la sua testa. L'ambizione considerata come virtù è uno slancio nel vuoto, verso una fama scellerata, non regolata da una coscienza morale lucida.

Concretizzazione etica mancata, prison movie incompiuto, action traballante, dramma dai risvolti sociali fantasma, ci si chiede perché Refn abbia scelto e sviluppato questo soggetto. Che bisogno c'era di tratteggiare, oggi, un personaggio come quello di Peterson? Avrebbe potuto attendere ancora qualche anno? Considerato che Bronson è ancora in prigione (e ne avrà per il resto della sua vita, soprattutto in celle di isolamento), immagino le difficoltà di un adattamento cinematografico che già adesso mostra il fiato corto per una storia un po' insulsa. In "Fight club" c'era almeno un'ideologia nella lotta: si parlava di consumismo, economia di mercato, nostalgia artigianale.
Qui si cerca di riempire i rumori delle botte con brani di musica classica (Verdi, Wagner, Puccini, Strauss), pop ed elettronica, accostati a sequenze di follia improvvisa e incontrollata, di violenza iperrealista: le strizzate d'occhio ad "Arancia meccanica" sono fin troppo palesi. "Alex" Bronson pesta a ritmo di tip tap, tuttavia mancando di quella sublime visionarietà e stile inconfondibilmente amalgamato che erano propri del Maestro Kubrick. Il film non sorprende nemmeno quando tenta una virata verso certe malattie ed equivocità lynchane: non bastano una tenda rossa e un personaggio effeminato ad aggiungere spessore alla narcisistica oscurità del protagonista.

Le deformi maschere facciali che la prevaricazione delle regole dipingono sul suo viso sempre più stra-volto, trovano il loro giusto terminale nel bianco cerone che lo identifica ora come pagliaccio che ride, ora pazzo criminale da fumetto immerso in un paranoico soliloquio. Se non fosse per l'apporto attoriale di Tom Hardy, Charlie perderebbe credibilità e interesse fin dal primo fotogramma. Invece gli occhi di Tom bucano lo schermo, il fisico imponente è al tempo stesso un'arma e un bastione della sua resistenza, le risate di scherno un richiamo alla sua ambivalenza.
Smontando la vita tra le quattro mura in resoconti fasulli e in capitoli dal gusto accurato, la regia si conferma talentuosa, abbastanza precisa. Non c'è una virgola fuori posto nel lavoro visivo di Refn e questo non è sempre un fatto positivo: per esempio quando lascia sghembe le genesi dell'uomo nel mirino (le origini borghesi hanno una valenza nella rabbiosa condotta di Michael? L'incondizionato amore materno ha lasciato un segno nella psiche deviata?), limitandosi a descrivere brevemente alcune scene familiari di poco conto che lasciano indifferenti.

Anche la scelta di concentrarsi sull'aspetto artistico di Bronson, sulle sue capacità di dipingere e scrivere, sembra un tentativo mal riuscito di allungare il brodo, una distrazione dalle percosse che il suo eroe è normalmente solito distribuire a chiunque gli si avvicini. Che fine hanno fatto la moglie e il bambino che si vedono prima della rapina? Anche a loro piace tirare pugni, magari al supermercato e all'asilo? Come può stare in piedi un albero della vita senza radici? In fondo, pure l'omonimo giustiziere notturno muoveva da quelle.

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Recensione a cura di pompiere - aggiornata al 15/06/2011 14.59.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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