Ennesimo grandissimo film di Tarantino, che qui inizia la sua cosiddetta trilogia del revisionismo storico, andando nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, toccando la tematica dell'olocausto in maniera estremamente personale, il suo stile strabordante, ironico, citazionista, postmoderno adattato ad un contesto che per forza di cose sembra non essere adatto, ed invece, ne fuoriesce un film eccezionale, poco da dire, una serie di sequenze una più bella dell'altra, a partire dall'inizio, quel lunghissimo dialogo che introduce il personaggio di Hans Landa, un Christoph Waltz gigantesco, istrionico, ai limiti del fastidioso per la sua cinicità, la sua ironia così cattiva, il suo sorrisetto mefistofelico, un colonnello nazista soprannominato "Il cacciatore di ebrei", per la sua abilità a scovarli nei posti più remoti, è così che assistiamo ad una scena magnetica, col carisma dell'attore che catalizza l'attenzione su questi dialoghi studiatissimi, andando ad aumentare costantemente la tensione man mano che si realizza l'intuizione del perfido generale, registicamente eccezionale per gestione dei tempi e coinvolgimento emotivo.
Successivamente inizia la storia, inquadrando per bene le due parti, i nazisti che conosciamo tutti, con un Hitler caricaturale che urla e sbraita come da immaginario collettivo, a questa cosiddetta resistenza di ebrei ed americani che si sono alleati per massacrare i nazisti, dal tenente Aldo Raine, un ottimo Brad Pitt, all'Orso Ebreo, interpretato da Eli Roth, col suo fisico impostato e la mazza da baseball che spappola le teste dei soldati tedeschi, alternando la narrazione con le vicende di Shoshanna, ragazzina sopravvissuta a quell'agguato di Hans Landa anni prima e che ora ha ereditato un cinema in centro a Parigi durante l'occupazione nazista, ironia della sorte vuole che un soldato, eroe di guerra su cui hanno appena fatto un film, si infatui di lei e decida di organizzare la premiere del film nel suo cinema, con le più alte cariche dello stato nazista presenti, situazione ideale per una bella vendetta.
Tarantino scatena tutto il suo talento, uno stile ispiratissimo che regala una sequenza più bella dell'altra, la lunga scena del pub, giocata su una suspense simile a quella iniziale, con i due finti nazisti, in realtà infiltrati e la famosa attrice, che devono reggere il gioco ad un ufficiale sospettoso, splendido come la regia riesca a giocare con dei piccoli dettagli per ricreare una suspense centellinata, quasi latente all'inizio ma che si scatena appena uno dei personaggi si tradisce, culminando in quella violentissima sparatoria, o ancora l'imbarazzante camuffamento dei tre alla premiere, in cui interpretano goffamente dei siciliani, mai minimamente credibili, con ancora il colonnello Landa ed il suo perfido intuito che arriva a capire i piani del gruppo, culminando in un finale soddisfacente, in cui Tarantino si diverte a bruciare tutto lo stato maggiore nazista, a maciullare di colpi il cadavere di Hitler e con anche una certa ironia, a marcare per sempre lo stesso Landa e gli altri nazisti sopravvissuti con quella svastica indelebile in fronte.
Ritmo altissimo, una componente visiva di assoluto valore, tra una fotografia tendenzialmente calda che riporta bene ad un'atmosfera quasi fumettosa per via di uno stile sopra le righe, ironia strabordante, soprattutto grazie all'acume dei personaggi, ed un bel po' di citazionismo nemmeno troppo nascosto, tra l'inquadratura di Shoshanna vista dall'interno con la porta aperta, che può ricordare quella finale di "The Searchers" di Ford, all'utilizzo di pezzi dello spaghetti western come "The verdict" e "The surrender", direttamente da "La resa dei conti" di Sollima, che neanche a dirlo è di Morricone, arrivando a quelle più esplicite, come i numerosi riferimenti a Pabst, grande regista espressionista tedesco, a Clouzot, nelle locandine del cinema di Shosanna, fino ad addirittura a dare come nome fittizio italiano ad uno degli infiltrati alla premiere Antonio Margheriti, noto regista del gotico nostrano.