Il valore del film è perlopiù dato dall'importanza storica, non eravamo nemmeno a metà anni cinquanta, eppure questo film - tra l'altro uscito lo stesso anno di quell'altra perla proto revisionista di "Broken Arrow" di Daves, a mio parere anche superiore - getta le basi per quella che sarà una vera e propria svolta per il genere a partire dagli anni sessanta, in un contesto hollywoodiano in cui ancora il western era anche un mezzo di propaganda per le, a loro detta eroiche, imprese di quei sanguinari dell'esercito statunitense, Aldrich realizza questo prodotto che invece prende il punto di vista di un nativo americano, il guerriero Massai, un giovane Apache che si ribella alla cattura della tribù e decide di continuare a vivere come faceva precedentemente, diventano un ultimo, instancabile, membro di una resistenza ormai estinta, una sorta di lotta contro i mulini a vento, in un sistema che ha convinto anche i capi indiani ad adattarsi alla nuova vita imposta dall'uomo bianco, un personaggio radicale e dall'ideologia inscalfibile che risulta anacronistico già sul finire dell'ottocento, ma proprio per questo si porta un idealismo, un legame alle sue tradizioni, una componente romantica, che riesce a creare una forte empatia.
La realizzazione a mio parere non è il massimo, parliamoci chiaro, Aldrich ha diretto film infinitamente superiori, e vedere Burt Lancaster col trucco da nativo è abbastanza inquietante, il film soffre un po' di quella patina da star system, con i due protagonisti che fondamentalmente sono due divi, la stessa compagna è interpretata da Jean Peters, e praticamente è una modella di Victoria Secrets dopo qualche sessione con la lampada abbronzante, entrambi con i denti bianchi splendenti e la ceretta appena fatta, vabè, a parte questi aspetti che mi hanno fatto un po' distaccare, il film in sé contiene anche alcune belle sequenze, come le varie imboscate di Massai alle infrastrutture moderne dell'uomo, che taglia cavi del telegrafo o causa diversi incendi alle cittadine, con quello spirito un po' anarchico un po' sovversivo che ancora si trascina ma che è destinato a contenere per via del rapporto con Nalinle, che scaturirà in una gravidanza, portandolo a cercare un compromesso, passando dall'essere un guerriero ad iniziare a coltivare il grano pacificamente, cosa che fino a poco tempo prima non avrebbe mai fatto.
Ed in questo concept, in fondo emerge quanto il film sia accomodante, col guerriero apache che viene portato ad un compromesso, lo stesso finale rappresenta l'arrivo di una nuova vita ed una simbolica pace tra l'ultimo rappresentante di quella fazione e l'uomo bianco che ormai controlla tutto, ma va bene, erano ancora gli anni cinquanta, la mentalità doveva cambiare e questi sono solo i prodromi di quello che stava per succedere.