Un John Waters moderato, che realizza una commedia acuta e divertente, con le sue solite frecciate alla società americana, qui in particolare, ambientando il tutto negli anni sessanta, all'alba dei moti anti razziali e della controcultura, a cui tuttavia ancora appartenevano pochi sovversivi, di fatti, uno degli elementi più efficaci del film è il contesto, la descrizione di Waters di questo mondo colorato, queste casette dei sobborghi così ben arredate, un angolo paradisiaco creato ad hoc per la famiglia media americana, che tuttavia dietro all'imbellimento di tutti questi aspetti nasconde una natura bigotta, discriminatoria, xenofoba, col solito stile iperbolico del regista che tira in mezzo personaggi sopra le righe, specchio di questa mentalità, basti vedere la madre di Penny e le sue costanti fobie, con alcune sequenze splendide nel loro sardonico modo di sbeffeggiare il bigottismo di fondo, come quella in cui incontra più persone di colore, fino allo stesso agente, reagendo in maniera plateale e scappando urlando, o ancora la figura dello psicologo, interpretato dallo stesso Waters, che con la sua ipnosi dovrebbe dissuadere la figlia dall'avere una relazione con l'uomo di colore da cui era attratta, ed ovviamente Amber, reginetta del programma, viziata e di bell'aspetto invidiosa del successo di Tracy, che prova costantemente a sminuirla facendo battute ed attacchi di cattivo gusto nei confronti del suo fisico.
Il film ha un impianto che ricorda il musical, ed in certe parti lo è a tutti gli effetti, con le due ragazze che hanno il sogno di partecipare al The Corny Collins Show, questo programma di ballo che darà l'immediato successo alle due, specialmente Tracy, generando una serie di reazioni nell'ambiente che smascherano i pregiudizi di fondo, per via del sovrappeso della ragazza, allo stesso tempo il ballo e la musica diventano strumento di espressione, strumento di libertà, un linguaggio universale che non discrimina, ma unisce, creando una vera e propria bolla che il pregiudizio e la cattiveria del contesto sembrano non riuscire a scalfire.
Con uno stile sopra le righe come tanto piace al regista - ma non siamo ai livelli di grottesco di altre sue note opere - il film è un dissacrante attacco alla bigotta società americana degli anni sessanta, tra trovate demenziali, una comicità che in certo momenti tende allo slapstick, personaggi bizzarri ed una fotografia dai colori pop, "Hairspray" è un piccolo cult del genere, che tuttavia non raggiunge la qualità ed il cinismo di altre pellicole di Waters.