Quello che personalmente considero l'ultimo grande film di Rossellini, o ancora meglio, l'ultimo grande film alla Rossellini, prima di dedicarsi a svariati progetti tra film ad episodi, colossi storici e film di stampo didattico per la televisione, "Il generale Della Rovere" ha una particolare funzione che sembra venire confermata da alcuni curiosi elementi, quella di chiudere definitivamente la stagione del neorealismo, in realtà già da un bel po' sul viale del tramonto, lasciando la definitiva eredità a quelle che saranno le nuove correnti, dal cinema d'autore degli anni sessanta alla commedia all'italiana, una delle coincidenze più azzeccate al riguardo è la vittoria ex aequo del Leone D'Oro a Venezia, assieme a "La grande guerra" di Monicelli, uno dei più celebri rappresentanti della commedia nostrana che prolifererà nel decennio successivo, questo premio, simbolicamente sembra un vero e proprio passaggio di testimone, e lo si vede facendo un confronto tra i due film, entrambi trattano la guerra, entrambi hanno dei protagonisti tutt'altro che considerabili modelli di onore e patriottismo, entrambi hanno dei risvolti amari, ma la grossa differenza sta nello stile, se Monicelli tende a far strabordare la comicità, creando numerose gag e spunti ironici in ogni sequenza, Rossellini la nasconde dietro un muro di dramma ancora presente ed ingombrante, che tuttavia ogni tanto mostra qualche crepa qua e là che fa fuoriuscire qualche sottotesto ironico.
L'altra grande curiosità è data invece dai nomi presenti, almeno dai due principali, considerabili le più grandi icone del movimento, Rossellini dietro la macchina da presa, davanti quello che viene immediatamente in mente quando si parla di neorealismo - ed in realtà dovrebbe venire in mente anche per numerose altre cose fatte dopo, ma ragioniamo soltanto a livello di fama -, il mitico Vittorio De Sica, qui in una delle sue grandi interpretazioni, col suo personaggio così stratificato, picaresco ma mai macchiettistico, approfittatore ma mai realmente cattivo, imbonitore ma capace di provare empatia, è tramite lui che entriamo nel contesto dell'occupazione tedesca del nord Italia, la cosiddetta Repubblica Sociale, con una Genova affamata dalle conseguenze della guerra e dei cittadini che vivono costantemente nel terrore, è qui che il protagonista svolge la sua attività immorale, e diciamocelo, immonda, sfruttando il dolore della povera gente per la cattura dei propri cari, ricevendo mazzette in combutta con un sottoufficiale in cambio della promessa di rivedere i propri cari, o quantomeno, assicurargli una prigionia migliore, allo stesso tempo, finendo per giocare poco dopo i soldi appena guadagnati a causa della sua inguaribile ludopatia, innescando un ciclo di truffe ed estorsioni che un giorno vengono interrotte da una donna che scopre le sue bugie a causa della morte del marito, da qui il protagonista viene mandato in carcere col compito di impersonare lo stimatissimo generale Della Rovere, membro della resistenza badogliana, ucciso per sbaglio in un'imboscata, diventando una sorta di infliltrato dei tedeschi per scoprire più informazioni possibili sulla resistenza in cambio di favori ed un ottimo trattamento.
In questa seconda parte il film mostra un contesto ancora più drammatico della prima, soffermandosi sulle sofferenze dei prigionieri nelle mani dei nazisti, Rossellini propone una regia di assoluta discrezione, che si concentra soprattutto su un dolore psicologico piuttosto che quello fisico, le sevizie avvengono sempre fuori campo, eppure all'interno del carcere vi è quella costante sensazione di oppressione e terrore, è qui che il protagonista subisce un forte cambiamento interiore, vuoi per l'empatia provata nei confronti degli altri uomini catturati, vuoi per un sentimento di orgoglio che riemerge prepotentemente ed inizia la sua redenzione, portando a dei minuti finali di altissimo livello, capaci di lasciare lo spettatore in balia di forti emozioni, tra la tristezza, l'amarezza, ma anche con un sentimento di speranza, vedendo l'ultima delle persone che si pensavano poter fare un gesto del genere, diventare finalmente un eroe, quel campo largo del plotone d'esecuzione è qualcosa di straordinario.
Film stupendo, un'altra perla del cinema italiano, iconicamente l'ultima della corrente - in realtà, si potrebbe dibattere su altre opere successive, come quelle del primo Pasolini, anch'esse vicine o comunque papabili di far parte del neorealismo - con due giganti del cinema in tutto il loro splendore.