Il grandissimo Kaneto Shindo, autore che fino a prima della visione di questo film associavo al folk horror giapponese - di straordinaria fattura, vedere "Onibaba" e "Kuroneko" - realizza quest'opera di stampo neorealista estremamente poetica, emozionante, toccante, "L'isola nuda" è un film visivamente sublime che presenta una meravigliosa riflessione sulla vita, caratterizzato da una semplicità disarmante, praticamente senza dialoghi fatta eccezione per qualche filastrocca dei bambini, ambientato in un'isoletta arida del Giappone dove vive questa umile famiglia formata dai genitori e due figli, la prima parte mi ha ricordato molto il cinema di Flaherty - specialmente "Man of Aran" -, sia per l'assenza di dialoghi - nell'opera del regista americano per necessità tecnica, qui per scelta stilistica -, sia per il suo soffermarsi sulla quotidianità della famiglia, proponendo un incessante e ripetitivo ciclo di lavoro di madre e padre che faticano costantemente per ovviare al problema dell'aridità dell'isola, andando a prender numerosi e grossi secchi d'acqua per nutrire il raccolto, da qui il film introduce splendidamente l'elemento della ciclicità, aiutato dalla divisione per stagioni che propone il montaggio, che mostra il ciclo annuale della famiglia, propone riflessioni sulla stessa natura fatta di crescita e morte, momenti di sviluppo e momenti di appassimento, il tutto in condizioni estremamente precarie e umili che portano la famiglia a vivere una vita semplice, fatta di piccoli riconoscimenti ed affetti familiari.
La seconda parte presenta una componente drammatica molto più marcata per ovvi motivi, dato l'avvenimento cardine che la caratterizza, la morte di uno dei figli, prendendo dei connotati di stampo neorealista, proponendo un approccio esistenziale nei confronti della morte, creando un toccantissimo contrasto tra l'emotività dilaniata della madre, distrutta dal dolore e la necessità di andare avanti, la natura che non si ferma e costringe i personaggi a rialzarsi, la natura che ti porta non più a soffermarti sul dolore, non più a rimpiangere quello che hai perso, ma ti indirizza a cercare di salvaguardare quello che è rimasto, ecco che i bellissimi momenti finali, con un'estrema semplicità, lasciano un messaggio da brividi, il crollo della madre, colta dall'ira, e la sua successiva ripresa, per andare avanti, è tra i momenti più alti del cinema di sempre.
Kaneto Shindo firma un capolavoro assoluto, una perla di semplicità stracolma di emozione e poesia, incredibile visivamente, una camera che alterna diversi punti di vista dai campi larghi del paesaggio che mostrano una prospettiva ben più ampia della grandezza del posto, ad inquadrature ben più strette, tra dettagli dei secchi d'acqua, primi piani per catturare le emozioni, trasmesse meravigliosamente anche senza passare dai dialoghi, un bianco e nero radioso che nella sua semplicità fa riscoprire la meraviglia per ogni piccolo dettaglio, ed una colonna sonora bellissima che si ripete ciclicamente, proprio come le stagioni, la natura e la vita.