caratteri piccoli caratteri medi caratteri grandi Chiudi finestra

SATANTANGO regia di Bela Tarr

Nascondi tutte le risposte
Visualizza tutte le risposte
stratoZ     9½ / 10  29/04/2026 12:39:09 » Rispondi
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Grandissimo capolavoro di Bela Tarr, il suo film più rappresentativo, tuttavia non il mio preferito che per una mera questione di gusti personali ho un peletto più a cuore "Il cavallo di Torino", ma a questo qua che gli vuoi dire, un viaggio di sette ore e mezza nella desolazione umana, un film ostico per la durata ma estremamente forte sotto il punto di vista delle emozioni, una regia pressoché perfetta che imita i tempi della vita, dilata e regala immagini di estrema bellezza, distaccandosi, in parte, dalla componente più formale, ed entrando in piena sintonia con la tematica del film, "Satantango" è un flusso, lo si vede già dalla primissima scena, quel lungo pianosequenza tra i campi, nelle pianure ungheresi in cui le mucche pascolano, e questa situazione viene ripetuta più volte nel film, riservandoci tanti movimenti di macchina che hanno una predisposizione per l'impallo, passando spesso dietro a soggetti od oggetti per andare totalmente a nero per pochissimo tempo, o ancora, le stesse inquadrature fisse, lunghissime, spesso composizioni del quadro particolarmente ricercate che prendono quasi la funzione di un voyeur all'interno delle vite di queste famiglia, osservandole da un punto di vista privilegiato, nella loro torbida intimità, facendo emergere una natura umana disillusa quanto reale, crudele quanto influenzabile, Bela Tarr crea un incredibile mosaico che visto da lontano è una summa di cupissimo esistenzialismo.

La sceneggiatura potrebbe essere quella di un film di un'ora e mezza, relativamente semplice, mostrando le vicende di queste otto famiglie ed il piano architettato da alcuni di essi per rubare quel denaro che dovrebbe essere diviso equamente, lo splendido montaggio alterna tramite gli episodi il punto di vista di diversi personaggi, facendo emergere da ognuno di essi qualche elemento intrinseco dell'essere umano, il contesto è quello di una landa desolata nella quale regna il grigiume, le famiglie dei contadini, piegate ad una quotidianità stantia che vengono isolate dal mondo dalle incessanti piogge che causano dei pantani chiudendo ogni collegamento con la città, un contesto quasi apocalittico, nel quale un personaggio viene svegliato da campane delle quali non si riesce a spiegare la provenienza - banalmente, potrebbe essere uno specchio del risveglio della coscienza del personaggio, dal momento che lui, come il dottore stesso che sentirà anch'esso la campana, sembrano quelli più defilati rispetto alla vicenda riguardante il denaro e vengono un po' considerati i pazzi di paese - il cuore del film è basato sulla fittizia speranza dei personaggi di arricchirsi, anche a discapito di altri, pur di riuscire a fuggire dal contesto di povertà e ripetitività, mettendo presto alla berlina l'avidità umana, l'egoismo intrinseco ed una forte componente di cinismo, influenzato dalla disperazione e dallo spegnersi della flebile speranza giorno per giorno.

E la componente della speranza diventa predominante, specie nella seconda parte, nella quale vi è un cambio di contesto, una volta che le piogge hanno smesso di tenere in ostaggio i personaggi nella fattoria, nella quale vi è la comparsa di questa sorta di messia che promette una vita migliore a chi si fida di lui, prendendo i soldi del villaggio per realizzare una nuova fattoria, da qui il film evidenzia altri comportamenti intrinsechi dell'uomo, collegandosi a tematiche ben più ampie come quella religiosa, la necessità di un'icona o idolo, nella quale fare riferimento, soprattutto nello spietato contesto di una realtà che li ha lasciati orfani di ciò - con probabile collegamento alla recente caduta dell'Unione Sovietica - qui la sceneggiatura realizza una splendida analisi socio antropologica, andando a scavare nei meccanismi della mente e dell'istinto umano.

O ancora, l'episodio della bambina e del gatto, emotivamente fortissimo, che mi ha dato l'impressione di essere lo specchio di un futuro bruciato, l'uomo che per natura vuole sopraffare chi è più debole, le morbose sensazioni di controllo sull'innocente bestiolina fanno emergere tutta la cattiveria intrinseca, la necessità di trovare un capro espiatorio, in questo caso per la morte del padre, per attuare lo sfogo sulla creatura, fino all'estremo gesto dettato dalla solitudine e da un'inconscia consapevolezza di un mondo che la respinge.

Tante, splendide sequenze, in questo film amaro e disilluso, che tuttavia riserva anche dei momenti di pura ironia, spietata e cinica, mi viene in mente la lunghissima sequenza del tango che da il nome al film, nel quale questi personaggi senza futuro e che sguazzano in una quotidianità sempre uguale, si concedono un momento di puro divertimento, in cui spengono ogni pensiero, ogni ragione, annegandolo nell'alcool, forse ultimo baluardo di un'illusoria felicità.

Capolavoro gigantesco, narrativamente e stilisticamente straordinario, una goduria per i sensi, tra un bianco e nero splendido, una bellissima colonna sonora, molto vicina al folklore del posto rappresentato, una regia che regala lunghi pianosequenza che sono una gioia per gli occhi, un ritmo contemplativo che lo rende un caposaldo dello slow cinema, dalla prima sequenza con le mucche alla lentissima finta dissolvenza finale, altra trovata registica geniale, immenso.