Discreto dramma che mostra la storia di questa famiglia di Long Island nel corso dei decenni, quello che più ho gradito è lo stile tendenzialmente asciutto e che a molti come me ha ricordato l'opera di Bresson, la sceneggiatura racconta con pochi fronzoli la nascita di questa famiglia a partire dal matrimonio, passando poi il punto di vista del racconto dalle esperienze del figlio, soffermandosi in primo luogo sulla quotidianità, con una certa componente nostalgica delle esperienze da bambino, tra le riunioni di famiglia, le feste comandate, la costante presenza dei nonni, andando poi a narrare i principali eventi di natura traumatica che colpiscono la famiglia, dalla morte della nonna alla separazione dei genitori, avendo una certa conseguenza sulla formazione e crescita del protagonista che a quanto pare è un alter ego del regista stesso.
Il film presenta un po' quella classica struttura fatta di alti e bassi nei rapporti, evidenziando la loro fugacità, gli stessi genitori, colonne portanti dell'infanzia, passano diverse fasi, dall'iniziale amore ai primi contrasti, anche per via delle figure dei suoceri coi quali si generano diversi momenti scontrosi, fino ad un'incomunicabilità che diventa palese, mostrando a tutti gli effetti la disgregazione della famiglia borghese, ponendo riflessioni sui valori e la difficoltà nel rispettarli, sulle promesse che vengono scolorite dal tempo, sulla vita come passaggio in un breve lasso temporale, sulle liti e prese di posizione che perdono il loro valore ed emotività per via di tempo e distanza.
Nel complesso è un film gradevole, che scorre abbastanza liscio, tra le spoglie ambientazioni della periferia di New York, che in fondo sono lo specchio dell'animo dei personaggi, un narratore esterno che ogni tanto fa capolino ad esporre i fatti con oggettività, lasciando allo spettatore l'onere di fare le deduzioni.