In linea di massima, è un biopic musicale leggermente sopra la media, nulla di straordinario, ma per fortuna il film in alcuni aspetti riesce a distaccarsi da quella palude di stereotipi tipica di questi film - e guarda caso agli oscar non se lo sono cag4to minimamente, coincidenze? - a partire dallo stesso protagonista, descritto in maniera non agiografica, ma che riesce ad avere una componente umana netta, empatica, a tratti anche divisiva, con dei tratti lunatici che lo rendono più vicino alla realtà, ho apprezzato il suo essere così distaccato, come vengono mostrate le conseguenze dei suoi traumi, il rapporto sentimentale, colmo di incomunicabilità, poi va bene, c'è il solito romanzare i fatti a manetta, per i miei gusti c'è qualche flashback esplicativo di troppo, ma lo capisco.
Il film parla di una ristretta fase della vita di Springsteen, il successo post "The River", che lo stava portando sulla cresta dell'onda con singoli come "Hungry heart", con l'agente e la casa discografica che pressano per nuovi album e singoli per il definitivo successo mondiale, è qui che Bruce invece fa un passo indietro, decide di confrontarsi con i fantasmi del suo passato che si fanno sempre più ingombranti e si isola un pochino nella sua casetta di campagna per comporre dei pezzi molto sentiti, di natura più introspettiva rispetto a quelli del recente passato, che perlopiù avevano grossi sottotesti sociali - che poi io preferisca album come "The wild, the innocent & the e-street shuffle" e "Born to run" a "Nebraska" e "Born in the USA" è un discorso a parte - da qui viene raccontata la genesi delle prossime due opere, inizialmente concepite come un doppio, ma che verranno separate per la differenza stilistica tra i vari pezzi, tutto sommato, il film procede discretamente, incespicando ogni tanto con la narrazione, qualche momento interessante, come le fasi di registrazione in studio, che regalano diversi bei pezzi diventati ora di culto, e una componente drammatica non particolarmente originale, ma che non risulta fastidiosa, certo, il rapporto col padre risulta lievemente didascalico, dato che si intuisce fin dai primi flashback la tesa atmosfera nel tetto familiare, e dei flashback successivi non se ne sentiva la necessità, ma per fortuna il film si salva tirando in ballo altri elementi interessanti, come la depressione, ai tempi trattata come un tabù, con un certo rigetto da parte del protagonista nell'intraprendere il percorso con lo psicoterapeuta, ma anche il rapporto col manager, per una volta non descritto come un totale str0nzo ma che risulta comprensivo ed empatico nei confronti di Bruce - certo, c'è sempre la scenetta col produttore discografico che tratta "Nebraska" come un disco venuto da Marte, non spiegandosi come fosse possibile fare musica del genere, fratello non è il primo disco folk della storia dai, smettila -
Nel complesso, è un biopic guardabile che riesce a trattare diversi argomenti pragmaticamente, dal successo ai traumi familiari, dalla depressione all'incomunicabilità, il tutto visto attraverso gli occhi di un artista che ha fatto la storia della musica popolare americana, sufficiente.